venerdì, aprile 10, 2026

La Riforma liturgica e quelle deformità da evitare. Un seminarista




a cura di Veronica Cireneo 

Cosa c'è di male nel sognare che la chiesa, i suoi Ministri e i suoi riti tornino al lustro e al sublime che gli appartiene e che la Riforma invece, che sarebbe meglio chiamare "deforma", ha violato? Le Messe Tridentine, scrigno e deposito della nostra santa religione, vivono nell'anima dei fedeli per la bellezza e la profondità che da quel rito promana. Sia onore a tutti coloro che si prestano per tenere in sella la sana Fede Cattolica, nonostante l'ora presente. Grazie anche  al nostro seminarista, così attento a che nulla offenda Nostro Signore Gesù Cristo, che adoriamo. Buona lettura 

§§§

Tra le molte cose ambigue o,  diciamolo pure, sbagliate presenti nel Messale e nelle Rubriche del Novus Ordo Missae, vorrei soffermarmi su ciò che la riforma liturgica, più che riformare, rivoluziona, se non proprio deforma.

E metterò l’ accento su alcuni particolari momenti e gesti rituali fondamentali a cui andrebbe prestata la massima attenzione e che invece sono troppo spesso trascurati. Ci occuperemo quindi in questa sede:
- Del corporale: modalità dell' apertura e sue funzioni.
- Di come il sacerdote dovrebbe tenere le mani dopo la Consacrazione.
- Della purificazione dei frammenti sulla patena .
- Del piattino per la Comunione.




• Il Corporale: molto spesso durante la Messa si vede, e non va bene, il sacerdote o il sagrestano di turno che, sistemando l’altare in vista della Santa Messa, apre il Corporale sventolandolo come fosse una tovaglia qualsiasi. Magari ripetendo il gesto più e più volte per distenderlo meglio, dimenticando o proprio ignorando che lì potrebbero essere presenti dei frammenti di Eucaristia che ovviamente si disperderebbero ovunque, annullando in un colpo solo le funzioni stesse del Corporale, che sono due: la prima che è appunto, quella di raccogliere eventuali frammenti di Eucaristia caduti su di esso durante la celebrazione e la seconda che è quella di delimitare lo spazio nel quale le Sacre Specie saranno consacrate. (Per approfondire vedasi: Tutorial per il corretto uso del Corporale)

• Di come il sacerdote dovrebbe tenere le mani dopo la consacrazione.
Anche se molti non vi si attengono più,  Fede, Dottrina e Tradizione insegnano che, il sacerdote, dopo la Consacrazione, dove ha preso fra i suoi indici e pollici il Verbo Incarnato nascosto sotto le sembianze/accidenti del Pane (e del Vino), per amore e reverenza all' Augusto Sacramento e per evitare la dispersione di frammenti, dovrebbe tenere i pollici e gli indici uniti, finché non purificherà le sue mani con l' acqua, dopo il rito della Comunione ai fedeli.

• La purificazione dei frammenti su patena.
Il messale Novus Ordo nelle Rubriche dice di purificare la patena rivolgendola sopra il Calice, usando il purificatoio per spingere nel Calice eventuali frammenti.

Invece, tradizionalmente i sacerdoti hanno sempre usato le dita soprattutto pollice ed indice, magari aiutandosi con un po' di acqua per bagnare un pochino la patena,  facilitando la santa operazione.
Mi sembrerebbe ancora molto meglio l' insegnamento tradizionale, che la novità!

Ci facciamo in quattro, giustamente, per dire di ricevere la Comunione in bocca ed in ginocchio col piattino ecc. per non disperdere frammenti, quando forse bisognerebbe partire da quello che omettono, per ignoranza o noncuranza, i Ministri dell’ Altare!

Infatti il Corporale, normalmente in lino, usato nel gesto di “purificare” la patena, secondo il Messale Novus Ordo, non fa altro che catturare potenzialmente, nelle sue fibre, alcuni frammenti di Gesù Eucaristia!

Per non parlare poi delle acrobazie, che tutto sono tranne atti di Fede, che certi sacerdoti fanno fare al purificatoio, girandolo e rigirandolo sull'Altare ed anche in Sagrestia, facendo svolazzare qua e là chissà quanti frammenti...lo sa Dio! Miserere

• Il piattino per la Comunione:
Concludendo,  brevemente dirò che in una Messa partecipata da una ventina di fedeli che facciano la Comunione, vengono raccolti in media nel piattino non meno di tre frammenti.

E se l’istruzione [93] della “Redemptionis Sacramentum” in merito al piattino recita così:
[93.] "È necessario che si mantenga l’uso del piattino per la Comunione dei fedeli, per evitare che la sacra ostia o qualche suo frammento cada..." 

..mi congedo con qualche domanda che volutamente lascerò aperta, per suscitare nel lettore le proprie personali riflessioni. Mi chiedo:

- Come mai il piattino è caduto così in disuso?

- In quante chiese si usa ancora?

- Quanti sono i fedeli che si comunicano?

- Dove vanno a finire tutti quei frammenti del Corpo di Cristo in ogni Messa?

- Ed infine: è ancora la Fede il motore degli atti liturgici?

A voi le risposte e le ardue sentenze. 

Un seminarista
10 aprile 2026

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La Messa Tridentina in casa mia. Testimonianza dal diario degli Alleati


a cura di Veronica Cireneo 

Cari amici, come promesso nel precedente articolo della nostra rubrica Messa e Cenacoli, offriamo alla vostra attenzione questa bella testimonianza di un Alleato dell' Eucarestia che ha avuto l'onore e la Grazia di organizzare e assistere alla Messa Tridentina, celebrata in casa propria. L'iniziativa descritta in questo articolo, in vista del mese di Maggio e in onore dell'Immacolata,  intende soprattutto orientare verso la moltiplicazione dei Cenacoli Mariani, in presenza, tramite tam-tam, per la recita del Santo Rosario. Sarà anche occasione propizia per supplicare il Cielo, affinché la Divina Provvidenza ci ottenga presto la liberazione della Messa Tridentina, dalle discutibili restrizioni cui è sottoposta: la Sua bellezza ed efficacia, infatti, è tale che meriterebbe di essere gridata dai tetti, più che  confinata nelle catacombe. Oremus. Buona lettura.

§§§

Cari Alleati,

fratelli nella Fede, voglio raccontarvi la mia esperienza, felicemente scaturita dall'iniziativa Messa e Cenacoli del nostro movimento.

Abbiamo celebrato la prima Messa Antica nel mese scorso, dopo aver allestito una stanza di casa nostra. Abbiamo liberato una camera da letto non più in uso; preparato un tavolo di legno opportunamente rialzato con dei mattoncini; aggiunto un tappeto che era in soffitta, ma ancora in ottimo stato e cambiato il lampadario. Mentre cercavamo di sistemare al meglio, ci siamo resi conto che il materiale necessario era già disponibile a costo zero. 

Arredi sacri. Messa domestica 

Grazie alla Provvidenza abbiamo trovato un caro Sacerdote affezionato alla Messa di sempre, il quale volentieri si è messo a disposizione e ci ha dato delle preziose indicazioni per l’allestimento tradizionale riguardante le tovaglie, la scelta delle immagini Sacre e il Crocifisso da appendere al muro. Abbiamo ricavato le candele da un cero che ci è stato regalato da un amico Sacerdote, che l’aveva utilizzato nella Messa della Candelora. Anche questo per noi è stato un segno che stavamo facendo una cosa gradita al Cielo.

Era forte l’emozione e l’entusiasmo nel lavorare nel fine settimana con il resto della famiglia per un grande obiettivo: era la prima volta che la nostra casa poteva ospitare una Santa Messa. La fatica per spostare i mobili, per riorganizzare gli spazi e per pulire l’ambiente è stata ampiamente ricompensata dalla grande Grazia di ricevere Gesù e Maria tra le mura di casa nostra.

Per questa prima celebrazione ci siamo trovati in cinque, ma per il prossimo appuntamento si aggiungeranno sicuramente anche altri conoscenti ed amici. Attendiamo volentieri anche altre adesioni, l’idea di poter celebrare insieme con lo stesso ideale di fede ci riempie di gioia e ci da’ la carica per rendere l’ambiente fisico e il nostro cuore sempre più accogliente.

Che la Santa Vergine e San Giuseppe suo castissimo sposo ci proteggano e che Dio ci benedica. Deo gratias 

Lettera firmata

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Aggiornamento elenco reclutamento 
Messa e Cenacoli: suggerimenti 

1) Aree disponibili. Agli Alleati che avevano già messo gentilmente a disposizìone la propria abitazione per Messe Tridentine, cenacoli e/o catechesi, si aggiungono ora  altre 3 aree geografiche, tra cui una all'estero, per un totale di 12. Insieme alle precedenti 9 aree di Padova, Biella, Adria-Rovigo, Messina, Campobasso, Viterbo-Civitavecchia ,Pistoia, Brescia e Genova annoveriamo quindi: Verona, Cortona e Pert Western (città australiana che vede la presenza di un certo numero di immigrati cattolici italiani). Tre di queste realtà sono già attive ed è da una di esse che ci è giunta  la felice testimonianza che avete appena letto sopra.

2) Suggerimenti pratici e varianti. Da esse, delle quali manteniamo il riserboimpariamo, e vi invitiamo a seguirne l'esempio, che il modo migliore e più sicuro di aggregarsi per pregare insieme o per organizzare messe domestiche con sacerdoti di passaggio è il tam-tam da praticare con persone conosciute e prossimeSposata per prudenza questa prassi, anche a seguito di certe mail ricevute da sconosciuti tutt'altro che raccomandabili, decade l'utilità di rendere pubbliche le mail dei referenti locali.

3) Riepilogando. Confermiamo la nostra disponibilità a sostenere virtualmente la sacrosanta iniziativa tramite la mail della Redazione Alleati alleatimessaecenacoli3@gmail.com a cui potranno scrivere: 
- i sacerdoti interessati a celebrare in casa per avere info sui referenti locali, con i quali verranno poi messi in contatto per accordi logistici;
- e i fedeli  che intendano ospitare Messa e/o Cenacoli in casa propria, per avere suggerimenti ed istruzioni, indicando i propri dati anagrafici, telefono, provincia di residenza e un indirizzo mail. I dati personali resteranno ovviamente riservati e solo presenti nell'archivio della Redazione Alleati. Prudenza e avanti!
 
Sia lodato e ringraziato in ogni momento Gesù nel Santissimo Sacramento dell' Altare

Veronica Cireneo 
10 aprile a D. 2026

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giovedì, aprile 09, 2026

Sulla necessità di ritornare al confessionale con la grata fissa. D.G. Agnello


a cura di Veronica Cireneo 

A chi non è mai capitato di rimandare una confessione, che pure la coscienza ci indicava come impellente, per motivi di vergogna? Forse ciò non sarebbe accaduto se avessimo avuto la possibilità di confessarci in un confessionale con la grata fissa, che ci avrebbe permesso di evitare l'imbarazzante sguardo umano, nel momento così delicato dell'autoaccusa delle nostre più grandi miserie. Così, mentre ringraziamo il Cielo per tutte le volte che non ci ha ritirato dalla faccia della terra, in stato di disgrazia, seppur osservandoci affaccendati nel tentativo di imbatterci almeno in un sacerdote sconosciuto, per evitare di tacere qualche peccato a motivo della vergogna, svisceriamo bene l'argomento con l'aiuto del sacerdote don Giuseppe Agnello, che ringraziamo di cuore per lo sviluppo di questa tesi  tutta esposta a difesa della salvezza delle anime nostre. Buona lettura e condivisione.

§§§

TORNARE AL CONFESSIONALE CON LA GRATA FISSA 

Quando il servo di Dio Giàcomo Fesce (Jacques Fesch) fu folgorato da Cristo nel càrcere, e la gràzia compí quella liberazione interiore che lo portò da una vita lussuosa e infelice a una vita crocifissa e gioiosa, pur consapévole di procèdere verso la pena di morte per avere ucciso un poliziotto padre di tre figlî (consapevolezza che divenne certezza dopo che il tribunale si fermò a giudicare solo i fatti del passato, ma non la vita da risorto del presente), quest’uomo di Dio scriveva a frà Tommaso in una léttera:

«È la prima volta che piango làcrime di giòia, avendo la certezza che Dio mi ha perdonato, e che ora il Cristo vive in me, attraverso la mia sofferenza e il mio amore».

Una consapevolezza che dice la grandezza di quest’uomo e la grandezza de “L’Eterno di Galilea”, per usare il títolo di un libro del presto beato Fulto Scin (Fulton Sheen). Questi, infatti, spiega bene in questa sua òpera che:

 «Una virtú posseduta in grado eminente non rende grande l’uomo, piú di quanto un’ala renda completo un uccello. Come la forza dell’àquila si misura dalla distanza che corre tra la punta di un’ala e la punta dell’altra, cosí il caràttere dell’uomo non va giudicato dalla presenza di una virtú spinta a un grado eròico, bensí dalla distanza tra tale virtú e quella opposta. La personalità cristiana non è né piú né meno che l’accordo di due virtú opposte. In altre parole, un uomo veramente grande non sarà soltanto un coraggioso, giacché se l’uomo fosse coraggioso senza èssere compassionévole, correrebbe il perícolo di èssere crudele. La compassione è ciò che si potrebbe definire l’ala gemella del coràggio».

Nel caso del cristiano che si pente dei suoi peccati, le due ali di àquila sono la consapevolezza della pròpria dignità (di fíglio adottivo di Dio) e la consapevolezza della pròpria misèria (di peccatore).

Nel caso del cristiano che poi confessa le pròprie colpe al sacerdote, è necessària la gratitúdine verso di Dio e verso il suo amore, ma unita all’ala gemella dell’umiltà di chiamare per nome ogni peccato e di indicarne il número.

Senza questa grandezza del penitente, l’amore di Dio resterebbe lodato ma non corrisposto; e il peccato resterebbe odiato, ma non identificato, il che non farebbe arrivare nemmeno al pentimento imperfetto.

• Per questo, dunque, la Chiesa, maestra di saggezza e di umanità tanto quanto dispensatrice di divini misteri:

-tra i peccati contro il primo comandamento annòvera «la presunzione dell’onnipotenza e della misericòrdia di Dio (quella per cui si spera di ottenere il suo perdono senza conversione e la glòria senza mèrito)» (Cfr CCC 2092). Mette dunque in guàrdia da questa presunzione; insegna quanto ci ama Dio e come mèrita di èssere corrisposto per giustízia, gratitúdine e conformità alla nostra natura;

-mostra le cinque condizioni per una buona confessione (esame di coscienza, pentimento sincero, accusa dei peccati, propòsito di non commétterli piú, soddisfazione), ma fa di piú...

-ha pensato anche a un luogo e a una sede adatti dove riconciliarsi con Dio, in un modo che aiuta il penitente e protegge il sacerdote. Questo luogo è la chiesa e la sede è il confessionale con la grata, di cui vogliamo parlare in questa riflessione, visto anche l’inízio della Settimana Santa, tempo propízio per riconciliarsi con Dio.

Questa riflessione diventa anche necessària per arginare una certa crisi del Sacramento della penitenza. Sí, certo, le càuse della crisi sono nell’apostasia generale del mondo occidentale e nel mancato senso del peccato, ma dove la fede resiste, le catechesi non màncano, i richiami a confessarsi sono frequenti e la disponibilità dei sacerdoti è màssima.

Ci sono nemici diversi da combàttere, come la vergogna e il rispetto umano: laccî del demònio che tèngono lontani dal confessore o chiúdono la bocca su certi peccati.

 Su questo, vediamo cosa dice il Codice di Diritto Canònico al numero Can. 964:

§1. Il luogo pròprio per ricévere le confessioni sacramentali è la chiesa o l'oratòrio.

§2. Relativamente alla sede per le confessioni, le norme vèngano stabilite dalla Conferenza Episcopale, garantendo tuttavia che si tròvino sempre in un luogo visíbile i confessionali, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desíderano pòssano liberamente servírsene.

§3. Non si ricèvano le confessioni fuori del confessionale, se non per giusta càusa».

( Questa giusta càusa può èssere la necessità di confessare, in un ospedale, il malato a letto; in un campo di battàglia, il soldato penitente; a casa pròpria, un anziano che non può recarsi al confessionale; in un pellegrinàggio, i pellegrini che lo chièdono anche in assenza di una chiesa lungo il percorso; e símili).

• Don Nicola Bux, nel suo libro: Con i Sacramenti non si scherza (Cantagalli, Siena, 2016), afferma:

«Una ragione non secondària della crisi del sacramento della confessione è l’abbandono del confessionale con la grata: favoriva la discrezione, davvero fondamentale, fra il penitente e il confessore( . ..). È soprattutto un símbolo del segreto, o sigillo sacramentale, a cui ogni ministro è tenuto gravemente in coscienza, a costo della vita(. . .). Ai nostri giorni, converebbe usare la grata non solo per la confessione del gentíl sesso, ma anche per i ragazzi: interpone una barriera ai sensi, quindi contro il diàvolo. Inoltre, non vedere in fàccia il confessore, mette il penitente in condizione di parlare con libertà e, a quegli, consente la libertà di parlare al penitente nel nome di Dio. A meno che penitente e confessore non síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati. Padre Pio pare che non guardasse in fàccia il penitente. Infatti l'atteggiamento del confessore clàssico era quello di avvicinare l’orécchio alla grata, senza guardare, spesso con gli occhî chiusi, ascoltare e infine dare l’assoluzione» (p.131).

La confessione auricolare: formalizzata nel 1215 da Papa Innocenzo III, durante il IV concilio Lateranense.

Queste parole ci ricòrdano perché questo tipo di confessione è detta anche “auricolare”.

Serve l’ascolto, piú che lo sguardo.

-  tutto deve favorire l’ascolto di una confessione ben fatta: sincera, líbera da laccî, circostanziata, che non omette peccati e non si perde la meta.

- Non si può dare per iscontato che «penitente e confessore.. síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati.

- Dunque: si ritorni al confessionale con la grata; lo si favorisca (anziché averlo trasformato in uno sgabuzzino); 

-ci si fàccia trovare già in esso in giorni e orarî noti a tutti, perché non si perde mai tempo ad aspettare i penitenti in preghiera o meditazione. Dio li manderà a frotte, dov’è custodita la Sua sapienza; e dalla sapienza di Dio deriva ogni sapienza fra gli uòmini, nella Chiesa, nei suoi ministri, nei suoi fedeli. Dice l’Ecclesiaste:

«La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto, ne càmbia la durezza del viso» (Qo 8, v.1c).

Nel caso del confessionale questo accade perché a cambiare è anzitutto la durezza del cuore:

«Tu vuoi la sincerità del cuore e nell’íntimo mi insegni la sapienza…Puríficami…Crea in me, o Dio, un cuore nuovo» (Cfr Sal 50).

Comprendiamo allora perché il 7 Lúglio 1998 la “Commissione Pontifícia per l’autèntica interpretazione del Còdice di Diritto canònico”, a un quesito del 16 Giugno dello stesso anno:

«Si dúbita se, prestando attenzione a quanto prescritto dal can. 964, § 2, il ministro del sacramento, per una giusta càusa ed escluso il caso di necessità, possa decídere legittimamente, anche qualora il penitente dovesse richièdere altro, che la confessione sacramentale venga ricevuta nel confessionale munito di grata fissa?"

Rispose così:" Sí".

• Il Sommo Pontéfice Giovanni Pàolo II, nell’Udienza concessa al sottoscritto Presidente il 7 Lúglio 1998, informato della suddetta decisione, l’ha confermata e ne ha ordinato la promulgazione. 

Pertanto, lasciando fuori dal nostro discorso la “giusta càusa” e lo “stato di necessità”, la vita e la penitenza ordinàrie richièdono questa sede con grata fissa.

• Il demònio del resto  ̶   lo si può verificare anche nel “sogno dei tre laccî” che san Giovanni Bosco racconta ai suoi ragazzi il 4 Aprile 1869  ̶  si impegna per far si che ci si confessi male. Lo fa con i gióvani, ma anche con chi non è piú gióvane, e:

-come primo làccio usa la vergogna che non fa dire alcuni peccati in confessione (il silènzio colpévole ne è effetto); 

-come secondo làccio usa lo svilimento della confessione ad atto màgico che non richiede il dolore dei peccati; e infine 

- come terzo làccio banalizza il propòsito di emendarsi e non fa méttere in pràtica i consiglî del confessore.

Di questi tre laccî:

- il primo è spezzato dalla grata fissa dei confessionali;

- il secondo dal meditare sulla passione di Gesú Cristo come conseguenza dei nostri peccati, non solo come atto supremo dell’amore di Dio per noi;

-il terzo làccio è spezzato dal timór di Dio, dal momento che Dio non si làscia prèndere in giro da nessuno.

In questo modo di accostarsi al sacramento della Confessione, si prenderà sul sèrio il Sàngue di Cristo versato per istituirla e per lavarci i peccati.

E si terranno unite giustízia e misericòrdia, le due ali che permetteranno al penitente, non ingannato dalla cattiva vergogna, di volare in alto, fuggendo l’inferno e possibilmente anche il purgatòrio. Sí!

L’inferno e il Purgatòrio:

- il primo infatti attende chi non rinnega e non ha perdonato il peccato mortale;

- il secondo attende chi non rinnega anche i peccati veniali e non si impegna a riparare adesso ai loro effetti sul Corpo Místico, che è la Chiesa. 

 
Don Giuseppe Agnello 

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9 aprile a D. 2026

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martedì, aprile 07, 2026

Il velo muliebre: origine, significato e motivi dottrinali per indossarlo. Don A.Morselli



a cura di Veronica Cireneo 

Pubblichiamo questo articolo di don Alfredo Maria Morselli, perché ne condividiamo interamente la sostanza. Siamo a conoscenza, infatti, che chi prova ad indossare il vero muliebre in chiesa, non lo lascia più. Sono molte le testimonianza di  donne che concordemente affermano come sia diventato facile, per loro, raggiungere un'autentica concentrazione spirituale, durante la Messa , dal momento della scoperta del velo. Si capisce benissimo come ciò sia possibile. Basti pensare che essendo, non un accessorio ma, una dichiarazione di sottomissione allo Spirito Santo, il velo muliebre, faciliti la relazione spirituale tra la creatura ed il Creatore. Come non tenere conto a riprova, del fatto che il velo muliebre era perennemente indossato da Maria Santissima, Sposa, appunto, dello Spirito Santo? Alcuni scritti narrano che mai  Ella se ne separò, fino al momento della Crocifissione di  Suo Figlio - Dio, quando, per motivi di pudore e di pietà, se ne privo' per velarGli la nudità del pube, seppur completamente ricoperto del Suo Preziosissimo Sangue. Invitiamo, in questo tempo pasquale, le donne che non l'avessero ancora sperimentato a partecipare alla Santa Messa con questo santo e velato compagno sul capo, atto di modestia del quale certamente non si pentiranno.  Buona lettura 

§§§

• Il Codice di Diritto Canonico del 1917 prescriveva alle donne di tenere il capo coperto in Chiesa, soprattutto al momento della Santa Comunione.

Nel nuovo Codice non c’è traccia di questa disposizione e ormai questa antica e venerabile usanza è caduta nel dimenticatoio; eppure essa era fondata su una disposizione dello stesso Apostolo San Paolo.

Ma, tra l’esegesi razionalista moderna, che tende a storicizzare tutte le disposizioni particolari, definendole “roba d’altri tempi…” e il famigerato luogo comune per cui “l’uomo di oggi” non sarebbe più in grado di capire certe cose, anche la consuetudine, per le donne, di coprire il capo in chiesa, è andata perduta.

Per non parlare poi di molte suore, che, un tempo ben vestite (chi non ricorda i cappelloni delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli?), oggi espongono il ciuffo, per andar di pari passo con chi ha gettato tonaca e colletto bianco alle ortiche (e qui, visti i magrissimi risultati estetici, avendo tolto il velo, c’è assai spesso da stenderne subito un altro, questa volta pietoso, come si suol dire.

Ma guai se ci limitassimo a rimpiangere i tesori che ci hanno scippato: dobbiamo cercare, con l’aiuto della Madonna, anche per questo caso, le ragioni della Tradizione. Leggiamo le parole dell’Apostolo, e vediamo come alcuni Padri della Chiesa le hanno interpretate.

• Dalla prima lettera di S.Paolo Apostolo ai Corinzi: [11,3]

Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. [4] Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. [5] Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. [6] Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.[7] L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. [8] E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; [9] né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. [10]Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. [11] Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; [12] come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. [13] Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? [14] Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, [15] mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. [16] Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio”.

• Sono essenzialmente quattro i motivi che emergono da questo brano, per cui S. Paolo consiglia alle donne di tenere il capo coperto durante le azioni liturgiche.

1) La simbologia delle nozze tra Cristo e la natura umana. In chiesa, durante la liturgia, l’uomo e la donna non rappresentano solo se stessi, ma l’uomo – ogni uomo – rappresenta Cristo, lo Sposo: la donna rappresenta il genere umano, la natura umana sposa del Verbo. Possiamo comprendere ciò considerando la natura sponsale della fede (Ti sposerò nella fede e tu conoscerai il Signore – Os 2,22), il contesto generale della liturgia (l’atmosfera in cui la fede è esercitata nel modo più perfetto) e l’esplicito richiamo alle nozze di S. Paolo: E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo - 1 Cor 11, 8-9. Cristo sta all’uomo (maschio e femmina) come l’uomo sta alla donna. Inoltre l’uomo, diversamente dalla donna, è “immagine e gloria di Dio”, non per se stesso, ma in quanto rappresenta Cristo: perciò egli non può stare con il capo coperto, perché in questo modo egli “disonora il suo capo” (11,4) il suo proprio rappresentare Cristo: un uomo con il capo coperto non rappresenta bene Cristo, così una donna con il capo scoperto, non rappresenta bene la natura umana e la Chiesa sposa di Cristo. In questo senso Tertulliano dice: “Poiché io sono l’immagine del creatore, non c’è posto in me per un altro capo (che non sia Cristo)” (Contro Marcione, V, 8, 1). 

2) Un segno della sottomissione a Cristo. Una donna con il capo coperto dal velo, ricorda a tutti coloro che sono in chiesa che la natura umana è sposa di Cristo: perciò la donna, in quanto rappresenta la natura umana, deve avere un segno della sua dipendenza sul suo capo (1 Cor 11,10): questo segno della dipendenza è il segno dell’autorità di Cristo nei confronti della sua Sposa, la natura umana. Perciò il Concilio Gangrense chiama il velo memoriale, ricordo della sottomissione. S. Giovanni Crisostomo lo chiama insegna della sottomissione; Tertulliano giogo della sua umiltà (cf. Cornelius a Lapide, ad loc.).

3) Il rispetto del perfetto equilibrio del cosmo. L’edificio della chiesa rappresenta il cosmo, ricolmato della gloria di Dio, specialmente durante la celebrazione della S.Messa (I cieli e la terra sono pieni della tua gloria…). Il cosmo è perfettamente ordinato (Ma tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso – Sap 11,20). Nessuno può dimenticare la presenza, all’interno della chiesa-cosmo, della gerarchia celeste, perfettamente ordinata (Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa… – Eb 12,22). Non è quindi conveniente che in un cosmo perfettamente ordinato qual è la celebrazione liturgica, la ordinata relazione tra Cristo-Sposo e Chiesa-Sposa – la particolare relazione che la celebrazione liturgica ricrea nel modo più perfetto -, non sia mostrata (Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli – 1 Cor 11,10).

4) Un segno naturale di umiltà. Ultimo aspetto, ma non di minore importanza: “Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo” (1 Cor 11, 14-15).

Don Alfredo Maria Morselli 

➡️ qui la fonte

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7 aprile a. D. 2026 

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martedì, marzo 31, 2026

Quando la chiesa, anziché infiammarli d'amore, gela i cuori. Da Ivrea, una triste vicenda.Valter Tuninetti


Santuario della Beata Vergine Addolorata - Cuceglio

a cura di Veronica Cireneo

Solo se la chiesa non è più la casa di Dio, Sua Madre e i suoi figli possono essere tenuti fuori: al gelo stagionale e a quello dell'anima. È accaduto ancora una volta...che le tenebre provino a spegnere la luce della Fede.  Siamo ad Ivrea e narra la triste vicenda l'amico Valter Tuninetti. Buona, mesta lettura.

§§§

Faccio una premessa prima di raccontare questa triste vicenda: il coraggio di difendere la vera fede paga sempre. È innegabile. Basti pensare a tutti i martiri ,sul sangue dei quali è fondata la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo. Il coraggio della fede non è mai fine a se stesso. Ma veniamo alla vicenda.

Per il giorno 28 marzo 2026, la FSSPX di “San Carlo Borromeo” di Montalenghe (TO) aveva organizzato un pellegrinaggio al santuario della Madonna Addolorata di Cuceglio, che si trova non troppo distante dalla sede del Priorato.

Era in programma: una processione a piedi con la statua della Madonna Addolorata portata in spalla dai pellegrini e l'ingresso in chiesa per una breve preghiera dedicata alle vocazioni sacerdotali. Da oltre un mese le autorità ecclesiastiche della diocesi di Ivrea ( TO), nella quale è ubicato il santuario, erano state avvisate del previsto pellegrinaggio. Purtroppo però, all'arrivo, sacerdoti, suore e fedeli laici trovavano la porta del Santuario sbarrata, probabilmente per ordine del Vescovo. 

Don Aldo Rossi, Priore di Montalenghe

Il priore di Montalenghe, don Aldo Rossi, si è dunque visto costretto a pronunciare un doloroso ed analitico fervorino (⬅️video) di fronte al portone chiuso. Parole dure sono state le sue. Dure ma giuste. Don Aldo è un prete vestito da prete, che fa il prete e state sicuri che in questi tempi non è scontato…

Citando Sant' Atanasio ha detto:

”Voi rimanete fuori dai luoghi di culto, ma la fede abita in voi!! E cos'è più importante, il luogo o la fede? La fede ovviamente!! “

Poi continuava così:

"Nella cultura dominante si aprono le porte a tutti, agli anglicani che arrivano a celebrare nella madre di tutte le chiese, San Giovanni in Laterano, e non sono nemmeno sacerdoti... Si aprono le chiese ai protestanti, si fanno celebrare nelle parrocchie. Si prega insieme a tutte le religioni. Si aprono le chiese alla Pachamama. Si aprono ai gruppi LGBT, si celebrano messe con loro. Si accolgono buddisti, animisti… ricordiamo Assisi, con la statua di Buddha sul tabernacolo... Ma per noi della Fraternità San Pio X,  per fare semplicemente delle preghiere per le vocazioni — non la Messa, ma delle preghiere — le porte sono chiuse “.

Parole forti quelle di don Aldo, ma al suo fianco e in difesa della tradizione e della sana dottrina, decine e decine di fedeli, presenti e non.

Il coraggio di don Aldo ha già avuto i suoi frutti: le porte sono rimaste chiuse, ma sul web girano le sue parole in modo virale. Il coraggio non è solo di don Aldo, ma anche di tutta la Fraternità San Pio X, che: ha deciso di consacrare i suoi vescovi nonostante il NO della gerarchia; di continuare a difendere la sana dottrina cristiana e di continuare a salvare le anime. Sarà forse per questo che la diocesi si è sentita così “piccata” dalla loro presenza? Resta il sospetto…

 ” C’è solo una risposta che ci fa capire la profondità della crisi della Chiesa e della cultura liberale dell’inclusività. La verità è esclusiva. Non inclusiva. Esclusiva...!!" ha detto e ripetuto don Aldo.

Entriamo nella settimana Santa:  la Verità, Gesù Cristo, viene percosso ed appeso su una Croce. La veridicità delle parole del sacerdote si vede da questo…chi dice la verità è scomodo,.. chi è scomodo sta fuori!!

Al termine del suo discorso don Aldo invitava alla calma ed al perdono, dicendo:

"Questa vicenda dimostra come all’interno stesso della Chiesa siano calate le tenebre più fitte. Noi non abbiamo nessun astio, nessun rancore. Non usiamo la forza. La nostra forza è la pazienza e il perdono.

E si  inginocchiava sul sagrato del santuario, di fronte alla statua dell' Addolorata giunta lì, a bordo delle spalle amorevoli dei fedeli.

Un prete inginocchiato a terra, davanti al portone chiuso di una chiesa. Un contrasto incredibile, immerso in un silenzio eloquente. Immagine di grande forza, che ha già fatto il giro del web e che ha suscitato nei fedeli rimasti fuori, l'idea di realizzare un volantino che sta facendo il giro dell' etere.

Volantino che invita a pregare per quei sacerdoti “ indaffarati e distratti” che hanno smarrito il proprio del sacerdote, così prezioso e bello in nome di una fantomatica “unita’ dei carismi” e di  enigmatici “confronti costruttivi”.

Peccato che non si sia neanche cercato il “confronto costruttivo” con la San Pio X. Ma il dialogo è un lusso e, come tale, solo qualcuno  se lo può permettere…

Al termine di queste mie povere riflessioni mi sento di dire grazie a don Aldo e a tutti i fedeli esclusi. Grazie per il vostro coraggio che, ne sono certo, porterà frutti spirituali incredibili. Che Dio vi benedica!

Valter Tuninetti, Cuneo 

31 marzo, Martedì Santo, a.D. 2026

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giovedì, marzo 26, 2026

La pericolosa consuetudine della Comunione sulla mano. D. F. Bortoli a Cinzia Notaro


a cura di Veronica Cireneo 

In questa intervista, riportata su Stilum Curiae, Cinzia Notaro (C.N) domanda al sacerdote don Federico Bortoli (D.F.B ) come è potuto accadere che la pericolosa consuetudine della Comunione sulla mano, da eccezione che era, sia diventata la regola. Buona lettura

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LA COMUNIONE SULLA MANO SI E’ DIFFUSA DOPO IL 1969, ma...

C.N. : ... come è potuto accadere, se la Sacra Congregazione del Culto Divino con il “Memoriale Domini” del 1969  aveva solennemente decretato che la pratica della Comunione sulla lingua avrebbe dovuto essere indiscutibilmente conservata?

Ce lo spiega Don Federico Bortoli, Cancelliere vescovile, Vicario giudiziale e consulente ecclesiastico dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, nonché Difensore del Vincolo presso il Tribunale Ecclesiastico Flaminio di Bologna, nel libro curato dal card. Robert Sarah: “La distribuzione della Comunione sulla mano” (edizioni Cantagalli 2018), in cui si affrontano anche i temi della secolarizzazione dei sacerdoti e la clericalizzazione dei laici: un tempo solo i sacerdoti e il diacono celibe, prossimo ad essere ordinato presbitero, potevano toccare l’Ostia consacrata o il calice del preziosissimo Sangue (...)


D.F.B: "Il Memoriale Domini del 1969 è il primo documento ufficiale della Chiesa che ha evidenziato ... la riverenza e il rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia, in quanto non è un cibo qualsiasi. (C'è) il pericolo di eventuali profanazioni e della dispersione di frammenti.

Solo laddove l’abuso della pratica della Comunione sulla mano ormai non poteva essere più fermato, fu lasciata la possibilità alle conferenze episcopali di chiederne l’indulto.

Tuttavia insieme al “Memoriale Domini”, le diverse conferenze episcopali ricevettero una lettera pastorale di risposta affermativa alla richiesta dell’indulto, dove si parla in termini positivi della pratica della Comunione sulla mano, come se si trattasse di un invito implicito, a cui aderirono quasi tutte le conferenze episcopali.

Ricevere la comunione sulla mano – prosegue don Bortoli –  porta inevitabilmente a favorire la mancanza di fede nella transustanziazione.

Le stesse conferenze episcopali, nelle catechesi preparatorie, avrebbero dovuto spiegare le ragioni per cui la Chiesa preferisce la Comunione sulla lingua e se, nonostante queste raccomandazioni, qualcuno avesse voluto comunque ricevere l’ostia sulla mano, avrebbe dovuto farlo con la massima attenzione.

In realtà le conferenze episcopali hanno fatto una vera e propria campagna promozionale della Comunione sulla mano, dicendo che era il modo migliore per ricevere l’Eucaristia, perché: praticata dai primi cristiani, più confacente alla dignità della condizione battesimale, un modo per partecipare più attivamente alla liturgia, e così via. Ma tra la documentazione inedita riportata, vi sono anche segnalazioni da parte dei fedeli che attestano come la pratica della Comunione sulla mano li abbia disorientati, favorendo irriverenze e profanazioni.

Non a caso il Card. Sarah nella prefazione al libro  si chiede: ‘E’ veramente troppo umiliante prostrarsi e stare in ginocchio davanti al Signore Gesù Cristo?’. “L’uomo –  continua don Federico – non è uno spirito disincarnato, ma è costituito di anima e di corpo. Quindi tutto ciò che è materiale ed esteriore è importante e nella liturgia gli atteggiamenti esteriori del corpo sono espressione di ciò che è interiore.

Inginocchiarsi mentre si riceve l’Eucaristia ci aiuta ad essere maggiormente consapevoli di Chi andiamo a ricevere prostrandoci in adorazione.

Purtroppo accade, e ciò si verifica spesso, che venga negata la Comunione a chi desidera ricevere l’Eucaristia in ginocchio. E’ un grave abuso”.

Il “Redemptionis Sacramentum” della Congregazione per il Culto Divino del 2004 ha sottolineato che ogni fedele ha diritto a ricevere la Comunione sulla lingua e in ginocchio”.

“Con la Riforma Liturgica si è dato spazio allo spontaneismo e alla creatività. Molti sacerdoti  manipolano e cambiano la liturgia secondo i propri gusti, come se ne fossero non i servitori, ma i proprietari.

Credo che questo sia dovuto al venir meno della fede nella Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia.

L’aspetto sacrificale della Santa Messa viene messo in secondo piano e l’Eucaristia considerata di fatto un  simbolo fino al punto di essere vissuta come un incontro conviviale fraterno.

Per molti la Santa Messa è considerata una festa, dove l’assemblea celebra se stessa. Si sente parlare di transfinalizzazione e di transignificazione.

Occorre una nuova rievangelizzazione dei fedeli laici, ma prima di tutto devono essere gli stessi sacerdoti ad insegnare l’autentica dottrina eucaristica e a dare esempio di rispetto verso l’Eucaristia.

E’ necessario rimanere ancorati alla Tradizione cattolica".

Fonte Stilum Curiae

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martedì, marzo 24, 2026

Velatio Crucis. La velatura della Croce nella prima settimana di Passione


a cura di Veronica Cireneo 

Con la quinta domenica di Quaresima o Prima di Passione, quest'anno il 22 Marzo appena trascorso, si entra nella settimana che precede la Settimana Santa. In questo tempo forte di anticipazione e preparazione alla Passione di Gesù Cristo, entrando nelle chiese, in linea con la Tradizione, si possono notare statue, icone e Croci velate di stoffe violacee. Di che si tratta? Lo scopriremo in questo breve articolo che ci parla dell'origine, dei dettagli e del significato escatologico di questo antico rituale, risalente al IX secolo e conosciuto col nome di: "Velatio Crucis". Buona lettura e meditazione.

§§§


In origine limitata alla sola Settimana Santa - che si apriva con la Domenica delle Palme, detta appunto “De Passione Domini” - con l'andare del tempo,  la contemplazione della Passione del Signore, così feconda per la vita spirituale, cominciò ad essere anticipata e celebrata anche nella settimana precedente. Questo tempo speciale, che si inserisce nel già propizio tempo di Quaresima, viene sottolineato con alcune specifiche regole cultuali. Tra queste la più caratteristica è la “Velatio”, ovvero la velatura delle Croci e delle immagini della chiesa.

 
• A norma del Messale tridentino, nel sabato che precede la I domenica di Passione, (quindi il sabato della IV settimana di Quaresima), «finita la Messa e prima dei Vespri si coprono le Croci( ... )che restano coperte fino al termine dell’adorazione della Croce da parte del celebrante il Venerdì Santo, mentre le statue e le icone fino all’intonazione del Gloria nella Messa della Vigilia Pasquale. 

In tale periodo solo le immagini della Via Crucis restano senza velo.

Il giovedì santo la Croce dell’Altare Maggiore, per il tempo della Messa, si copre con un velo bianco.
 

• Si tratta di un rito molto antico risalente addirittura al sec. IX,  probabilmente retaggio riguardante i penitenti pubblici (...).

• I penitenti pubblici erano i fedeli che si erano resi colpevoli di gravi peccati dopo il Battesimo. Questi, dopo un periodo di penitenza, nel periodo precedente la Pasqua, venivano riammessi alla comunione la mattina del Giovedì Santo, con un apposito rito.

Nel tempo, poi, tutti i cristiani furono più o meno assimilati ai penitenti pubblici, nella consapevolezza della necessità per tutti di un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua del Signore.

Così cominciò a diffondersi l’abitudine di nascondere ai fedeli l’altare maggiore, per mostrare visivamente gli effetti del peccato, che rompe la comunione con il Signore e ne oscura la visione. Da sempre, infatti, la liturgia si esprime in una ricchezza di segni che rendono manifesta la realtà dei Misteri celebrati sull’altare (...).

Il Concilio di Trento, riferendosi in particolare alla S. Messa, motiva questa consuetudine ricordando che:

 «La natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti [...] per introdurre i fedeli con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo Sacrificio» (DS 1746).

così, come è importante la presenza dell’immagine, altrettanto rilevante è la sua assenza. Il nascondimento dei Santi e di Cristo Stesso aiuta ad alimentare l’attesa del giorno di Pasqua, giorno in cui quei volti si offrono nuovamente al nostro sguardo.

Al di là della sua origine, il rito della “Velatio” conserva, infatti, ancora oggi un profondo significato e un' intensa capacità catechetica ed emotiva: nascondere alla vista le immagini dei Santi aiuta a concentrarsi su Colui che è l’origine di ogni santità: Gesù Cristo, che rende accessibile il cielo agli uomini. Senza di Lui la nostra vita non avrebbe più una dimensione trascendente, ma sarebbe solo un vagare nelle tenebre del peccato e “nell’ombra della morte”.

• La velatura delle Croci mostra la privazione di Cristo, il “venir meno dello sposo”:

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi” - dice il profeta Isaia (53,8).

Quei veli che nascondono il Cristo alla nostra vista stanno a ricordare che quell’evento riaccade ancora oggi.
Che anche noi siamo “tra gli uccisori di Cristo”, tra quelli che lo volevano gettare dal precipizio della città di Nazaret, o lapidarlo nel tempio di Gerusalemme.

Si tratta, dunque, di un segno efficace che aiuta a meditare, riflettere e pregare sulla tragicità della condizione umana senza la presenza del Dio redentore.

• Nella sua ricchezza di significati il segno della “Velatio” rimanda anche alla velatura della Divinità di Nostro Signore, che possiamo illustrare con queste splendide parole di Sant’Agostino sulla passione del Signore:

Dio era nascosto; si vedeva la debolezza, la maestà era nascosta; si vedeva la carne, il Verbo era nascosto. Pativa la carne; dov’era il Verbo, quando la carne pativa? Eppure neanche il Verbo taceva, perché c’insegnava la pazienza”.

La gloria di Cristo, dunque, è eclissata sotto le ignominie della Passione.

• (..)In tale contesto, Dio va cercato nel proprio cuore, è lì che deve risorgere. Risulta particolarmente efficace al riguardo questa citazione di B. Pascal:

Gli uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che è nascosto alla loro coscienza. Egli non sarà colto che da quelli che lo cercano anzitutto nel cuore”.
 

• Dopo la riforma liturgica la pratica della “Velatio”, è stata pressoché universalmente abbandonata, sulla scorta di un malinteso “spirito conciliare”.
In realtà, questo rito, di cui abbiamo cercato di spiegare la profondità e la ricchezza, conserva tutta la sua attualità.
Si rese necessario, pertanto, un intervento chiarificatore della Congregazione per il Culto Divino circa l’opportunità di conservare o recuperare questa usanza, come indicato nella lettera circolare "Paschalis sollemintatis"  del 16 gennaio 1988:

«L’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere utilmente conservato secondo il giudizio della conferenza episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della passione del Signore il venerdì santo; le immagini fino all’inizio della Veglia Pasquale» ( n. 26).

La Conferenza Episcopale Italiana, dal canto suo, ha sempre fatto rinvio agli usi locali.
La stessa circolare specifica nel capitolo IV a proposito della Messa Vespertina del Giovedì Santo nella Cena del Signore:

Terminata la Messa [in Cena Domini] viene spogliato l’Altare della Celebrazione. E’ bene coprire le Croci della Chiesa con un velo di colore rosso o violaceo, a meno che non siano state già coperte il sabato prima della Domenica V di Quaresima. Non possono accendersi le luci davanti alle Immagini dei Santi”.

•Il velo, che nella notte del Sabato Santo viene tolto o precipita rovinosamente, ha un definitivo significato escatologico: indica che al nostro orizzonte è restituita la visione dell’aldilà. Possiamo guardare con fiducia oltre la morte, poiché il Vivente sta lì, “primogenito di molti fratelli”, ad assicurarci che il nostro destino è il Cielo (……)
 

Con la sua Risurrezione Cristo ha guarito la nostra “cataratta” spirituale. E il segno del velatura rimossa, che restituisce Cristo alla nostra vista, lo esprime in modo eloquente.
 
Alessandro Scaccianoce, Diacono 
Fonte (qui)

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24 marzo a. D.2026
Martedì di Passione

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