Se i fedeli in chiesa tenessero le mani al loro posto, cioè giunte dall'inizio alla fine della celebrazione eucaristica - in chiesa si va per pregare e quando si prega bisogna tenere le mani giunte - tanti problemi irrituali e sacrileghi decadrebbero da sé: come il prendersi per mano al Padre nostro, spalancarle verso il Cielo, stringerle per la pace a destra e a manca e soprattutto afferrare l'Ostia con le mani. Tanto premesso approfondiremo in questa sede cosa si intenda con l'affermazione, sempre più ricorrente: "Siamo tutti sacerdoti" e quale sia appunto il modo più virtuoso di tenere le mani al momento della recita del Padre Nostro. Argomenti interessanti, affrontati dall'amico Mauro Bonaita in questa quarta puntata della Rubrica: "Il catechismo del buon esempio" . Buona lettura, stampa e diffusione del volantino in PDF in calce.
" SACERDOZIO DELL’ORDINE E SACERDOZIO COMUNE: IL MOMENTO DEL PADRE NOSTRO"
La lex orandi non si può scostare dalla lex credendi. Assieme si manifestano nella lex vivendi.
• La gestualità del corpo è espressione e immagine della nostra fede; è quindi di grande importanza assimilare la corretta gestualità durante la preghiera e la liturgia per educarci alla vera fede cattolica che ci invita a coltivare quell’amore divino che si distingue da quello puramente umano e filantropico: la Caritas e non il Philia, la Carità e non la fratellanza umana.
Tra i vari momenti dove è richiesta una particolare gestualità, vi è il momento del Padre Nostro. Nella sezione “Precisazioni” del Messale Romano, circa la recita del Padre Nostro, è scritto:
“escludendo gesti non rispondenti all’orientamento specifico della preghiera rivolta a Dio Padre, si possono tenere le braccia allargate”.
Oltre a gesti non previsti e non consoni alla preghiera rivolta a Dio Padre, che sono da abolire, in una lettura intellettualmente onesta si capisce che: le braccia allargate “si possono” tenere, non sta scritto “si devono” (...)
Pur non essendo esplicitamente proibite, le mani allargate non corrispondono a una verace partecipazione liturgica.
I fedeli non devono ripetere: né con le parole, né con le azioni ciò che dice e fa il sacerdote, la cui “singolare” funzione è reiterare il Sacrificio incruento in Nome e per Cristo Unico Salvatore applicando all’umanità intera i frutti dell’unico Sacrificio cruento. Il Messale infatti scrive e ripete:
“il sacerdote, con le braccia allargate (…)” e ancora “solo il sacerdote, con le mani allargate:(…)”. [2]
Le braccia allargate sarebbero più adatte in una preghiera privata, ma non nell’occasione della Messa dove siamo chiamati ad esprimere sentimenti di “filiale” comunione, in uno stato che anticipa la “Comunione dei Santi” col Corpo Mistico: la Chiesa gerarchica, in comunione con gli Angeli, i Santi, i diaconi, col presbitero, il Vescovo e il Papa, che fra le altre cose vengono nominati nella celebrazione per esprimere maggiormente una unione personale e intima con loro; quindi, una preghiera “verticalizzata” verso l’alto, che tende a Cristo.
Sono certamente da aborrire anche alcuni atteggiamenti di preghiera “orizzontale”, come le “catene umane”, mano nella mano, che sono gesti camerateschi che nulla hanno a che fare col Sacrificio del Calvario (...)
Purtroppo, però è da constatare che spesso in alcune parrocchie anche questo momento diventa espressione di una fede protestantizzata: protestantesimo che ha tra i capisaldi l’eresia del “sacerdozio universale” attraverso cui ogni fedele avrebbe accesso diretto a Dio senza necessità di alcun intermediario, come invece lo è necessariamente il sacerdote.
Noi cattolici ci discostiamo nettamente da questo concetto riconoscendo la distinzione che c'è tra: “sacerdozio comune dei battezzati” e “sacerdozio dell’ordine”.
Il primo, il sacerdozio dei battezzati, è accessibile col sacramento del battesimo, il secondo, quello dei consacrati, è distintivo dei soli sacerdoti e si assume attraverso il Sacramento dell’Ordine.
Fu Sant’Agostino a formulare la celebre espressione:
“Per voi infatti sono Vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome (Vescovo – ndr) è segno dell'incarico ricevuto, questo (cristiano – ndr) della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza.” [3]
È necessario comprendere bene cosa volesse dire Sant’Agostino riferendosi al suo essere Vescovo. Egli, infatti, sentiva il peso del suo incarico messo a servizio dei fedeli, disponendo loro i Sacramenti di Cristo per la salvezza eterna. A llo stesso tempo definiva il suo essere cristiano uno stato di grazia per la salvezza che anch’egli aveva ricevuto col Battesimo, al pari dei fedeli a lui affidati.
È in questo sentire e vivere il nostro “sacerdozio comune” dei battezzati e il “sacerdozio dell’ordine” dei nostri Pastori che si dovrebbero differire le posture dei fedeli e dei Sacerdoti:
- i primi con le mani giunte in segno di affidamento ai Pastori e
- i secondi con le braccia allargate in segno di offerta a Dio Padre delle preghiere e delle sofferenze del popolo che si uniscono al Sacrificio dell’Unico Pastore che è il Figlio: Cristo Gesù.
Non importa quanto giudichiamo buono o cattivo il tal celebrante.
La Messa è un rito soprannaturale dove Cristo è Sommo Sacerdote e il Sacramento agisce, tecnicamente parlando, “ex opere operato”, cioè “per il fatto stesso di aver fatto la cosa”.
Non a caso tale tecnicismo fu definito durante il Concilio di Trento (1547) per combattere le eresie Luterane che avevano in odio la gerarchia ecclesiastica.
Mauro Bonaita, Alleati di Reggio Emilia
17 aprile a.D. 2026
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