lunedì, aprile 13, 2026

Quanto sangue vi serve ancora? Come fate a dormire? Lettera straziante ai mercanti di morte. Cardinal Battaglia


Il Cardinal Battaglia 

a cura di Veronica Cireneo 

L'urlo della Chiesa contro il male! Mancava tanto, quanto era necessario! Parole di fuoco vergano l' accorata lettera indirizzata ai carnefici, comparsa l'8 marzo sul sito della Diocesi di Napoli  redatta da don Mimmo, il Cardinal Battaglia . Una strenue difesa dei più piccoli tra gli  innocenti, ultra-necessario e quanto mai attuale, dopo l'orrore dei recenti file di Epstein, la serie dei bambini strappati , i milìoni fatti a pezzi nel grembo materno o in contesti di guerra, per non parlare dell' incubo dei prigionieri nei tunnel sotterranei e dei torturati per il prelievo dell'aden@cromo! Invettiva indispensabile che fa il paio col recente appello di Papa Leone che invita ad ascoltare la voce dei bambini . Due voci della gerarchia ecclesiastica si alzano finalmente rumorose e all'unisono contro la violenza sui piccoli, che portano in questi tempi apocalittici la più pesante delle Croci. Una ragione in più che motiva la Visita Pastorale  che il Papa farà l'8 maggio prossimo, a Napoli.  Continuiamo a recitare incessantemente il Santo Rosario per i bambini, mentre leggiamo con attenzione e apprensione questo accorato appello alla conversione, del Cardinale Battaglia, che in nome dei bambini, centro del Vangelo, diffonderemo in tutti i  luoghi opportuni e non opportuni. Sorgi Signore e disperdi i Tuoi nemici! Così sia. (Per chi preferisce ascoltare , anziché leggere/Video)

§§§

Ai mercanti di morte

a voi che fate affari con il sangue degli uomini,

a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,

a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,

rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

Vi scrivo da questa terra che trema.

Trema sotto i passi dei poveri,

sotto il pianto dei bambini,

sotto il silenzio degli innocenti,

sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.

Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.

Quel linguaggio antico e terribile che domanda:

«Sono forse io il custode di mio fratello?».

...sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello.

Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.

Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.

Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi. Continua a dire 

  che nessun uomo è nato per essere bersaglio.

Che nessun bambino ha il destino della polvere.

Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.

Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.

• Voi fate il contrario del pane.

Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.

Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.

Il pane ha il profumo delle mani. Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.


E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?

Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?

Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?

Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire.

Vi parlo da uomo e da pastore.

Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.

Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.

• Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepoltì sotto le macerie 

Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.

Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.

Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.

E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella Croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli.

Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.

E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.

Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.

Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.

Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.

E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.

Il Vangelo, invece, non tratta.

Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.

Il Vangelo non si abitua ai morti.

Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.

Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre.

E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna.

Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso.

Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.

• Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi.

Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.

Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.

Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.

Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.

Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.

Abbiate un sussulto.

Uno solo, ma vero.

Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.

Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.

Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.

Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.

Perché non c’è pace senza disarmo del cuore e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.

La guerra non comincia quando cade la prima bomba.

Comincia molto prima:

quando il fratello diventa un ostacolo,

quando il povero diventa irrilevante,

quando la compassione viene giudicata ingenua,

quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla. Eppure io ...


... non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.

Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.

Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.

Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.

Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.

Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.

Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.

Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.

Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione:

In cui il ferro non diventerà proiettile, ma aratro,

in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa, ma a custodire la vita,

in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.

Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.

E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.

Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.

L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.

L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.

Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta?

Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?

Fermatevi.

Prima che sia troppo tardi per i popoli.

Prima che sia troppo tardi per voi.

Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome.

Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:

“Beati gli operatori di pace.”

Non i calcolatori di guerra.

Non i garanti dell’equilibrio armato.

Non i venditori di paura.

Gli operatori di pace.

Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.

Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.

Ha bisogno di profeti, non di mercanti.

E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.

Non per ideologia, ma per fedeltà.

Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.

Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.

A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:

restituite il futuro.

Restituite il respiro.

Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.

Restituitevi alla vostra umanità.

La pace vi giudicherà.

Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.

Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.


Don Mimmo Cardinal Battaglia, Napoli

•••

Lunedi 13 aprile 2026

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domenica, aprile 12, 2026

Spezzare col Rosario il ciclo demoniaco del male. Veglia in Vaticano con Leone XIV


a cura di Veronica Cireneo 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo della giornalista Diane Montagna che riferisce della Veglia di preghiera per la Pace, tenuta nel pomeriggio di sabato 11 aprile, in Vaticano, con e per volontà di Papa Leone XIV. Buona lettura. Oremus 

§§§

CITTÀ DEL VATICANO, 11 aprile 2026 — Papa Leone XIV ha esortato questa sera i cristiani a resistere a quello che ha definito il “ciclo demoniaco del male”, sollecitando un rinnovato impegno nella preghiera, nell’umiltà e nella pace, mentre persistono le tensioni legate alla guerra con l’Iran e si intensificano gli sforzi diplomatici.

Intervenendo alla Veglia del Rosario per la Pace, svoltasi alle 18:00 nella Basilica di San Pietro, il Papa ha messo in guardia contro la manipolazione della religione per giustificare la violenza.

"Anche il santo Nome di Dio, il Dio della vita, viene trascinato in discorsi di morte", ha affermato.

E sottolineando la responsabilità morale dei credenti, ha proseguito:

«Chi prega conosce i propri limiti; non uccide né minaccia di morte. La morte, invece, rende schiavi coloro che hanno voltato le spalle al Dio vivente, trasformando se stessi e la propria forza in un idolo muto, cieco e sordo (cfr. Sal 115,4-8), al quale sacrificano ogni valore, pretendendo che il mondo intero si inginocchi».

Con un accorato appello, Papa Leone ha condannato la ricerca del potere e la violenza, dichiarando:

«Basta con l'idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l'ostentazione del potere! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita».

La veglia di preghiera per la pace si è svolta mentre il vicepresidente statunitense J.D. Vance si trovava a Islamabad, in Pakistan, per colloqui con funzionari iraniani volti a estendere il fragile cessate il fuoco e trasformarlo in un accordo più ampio, dopo i recenti scontri. Nel frattempo, sabato le forze israeliane hanno lanciato nuovi raid aerei nel Libano meridionale, con almeno dieci-tredici vittime negli ultimi attacchi.

Qui di seguito il testo ufficiale del discorso pronunciato da Papa Leone XIV durante la Veglia di preghiera per la pace.

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo le parole di Gesù, smuove le montagne (cfr. Mt 17,20). Grazie per aver accettato questo invito a riunirci qui, presso la tomba di San Pietro e in tanti altri luoghi del mondo, per pregare per la pace.

La guerra divide; la speranza unisce. L'arroganza calpesta gli altri; l'amore eleva. L'idolatria ci acceca; il Dio vivente illumina.

Carissimi amici, basta un po' di fede, una semplice "briciola" di fede, per affrontare insieme questo momento drammatico della storia, come umanità e al fianco dell'umanità.

La preghiera non è un rifugio in cui nascondersi dalle proprie responsabilità, né un anestetico per lenire il dolore provocato da tanta ingiustizia. Piuttosto, è la risposta più altruistica, universale e trasformativa alla morte: siamo un popolo che è già risorto!

Dentro ognuno di noi, dentro ogni essere umano, il Maestro interiore insegna la Pace, ci spinge all'incontro e ci ispira a supplicare.

Risorgiamo dalle macerie! Nulla può confinarci a un destino predeterminato, neanche in questo mondo dove sembra non ci siano mai abbastanza tombe, perché gli uomini continuano a crocifiggersi a vicenda e a sopprimere la vita, senza alcun riguardo per la giustizia e la misericordia.

Nel contesto della crisi bellica in Iraq del 2003, San Giovanni Paolo II, instancabile sostenitore della pace, disse con profonda emozione:

«Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale e, grazie a Dio, ne è uscita indenne. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a coloro che sono più giovani di me, che non hanno vissuto questa esperienza: "Basta guerre", come disse San Paolo VI durante la sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile. Sappiamo bene che la pace non è possibile a qualsiasi prezzo. Ma sappiamo tutti quanto grande sia questa responsabilità» ( Angelus , 16 marzo 2003).

Faccio mio questo appello questa sera, tanto attuale quanto lo è oggi.

La preghiera ci insegna come agire. Nella preghiera, le nostre limitate possibilità umane si uniscono alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e azioni spezzano così il ciclo demoniaco del male e vengono posti al servizio del Regno di Dio. Un Regno in cui non c'è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né profitto ingiusto, ma solo dignità, comprensione e perdono. È qui che troviamo un baluardo contro quell' illusione di onnipotenza che ci circonda e che sta diventando sempre più imprevedibile e aggressiva.

L'equilibrio all'interno della famiglia umana è stato gravemente destabilizzato. Persino il santo Nome di Dio, il Dio della vita, viene trascinato in discorsi di morte. Un mondo di fratelli e sorelle con un unico Padre celeste svanisce, come in un incubo, lasciando il posto a una realtà popolata da nemici. Veniamo accolti da minacce, anziché dall'invito ad ascoltare e a stare insieme. Fratelli e sorelle, coloro che pregano sono consapevoli dei propri limiti; non uccidono né minacciano di morte. La morte, invece, rende schiavi coloro che hanno voltato le spalle al Dio vivente, trasformando se stessi e il proprio potere in un idolo muto, cieco e sordo (cfr. Sal 115,4-8), al quale sacrificano ogni valore, pretendendo che il mondo intero si inginocchi davanti a loro.

Basta con l'idolatria di se stessi e del denaro!

Basta con l'ostentazione del potere! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. Con semplicità evangelica, san Giovanni XXIII scrisse:

«I benefici della pace si faranno sentire ovunque, dai singoli, dalle famiglie, dalle nazioni, dall'intera umanità». E, riecheggiando le parole incisive di Pio XII, aggiunse: «Nulla si perde con la pace; tutto si può perdere con la guerra» (Enciclica Pacem in Terris , 116).

Uniamo dunque la forza morale e spirituale dei milioni e miliardi di uomini e donne, giovani e anziani, che oggi scelgono di credere nella pace, curando le ferite e riparando i danni lasciati dalla follia della guerra.

Ricevo innumerevoli lettere da bambini che vivono in zone di conflitto. Leggendole, si percepisce, attraverso la lente dell'innocenza, tutto l'orrore e la disumanità di azioni di cui alcuni adulti si vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certamente i leader delle nazioni hanno delle responsabilità inderogabili. A loro gridiamo: Fermatevi! È tempo di pace! Sedetevi al tavolo del dialogo e della mediazione, non al tavolo dove si pianifica il riarmo e si decidono azioni mortali! Eppure, una responsabilità altrettanto significativa ricade su tutti noi – uomini e donne di tutto il mondo.

Siamo un'immensa moltitudine che rifiuta la guerra non solo a parole, ma anche nei fatti. La preghiera ci invita ad abbandonare ogni forma di violenza che ancora alberga nei nostri cuori e nelle nostre menti. Rivolgiamoci a un Regno di pace che si costruisce giorno dopo giorno – nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei nostri quartieri e nelle nostre comunità civili e religiose.

Un Regno che contrasti le polemiche e la rassegnazione attraverso l'amicizia e una cultura dell'incontro. Ritroviamo la fede nell'amore, nella moderazione e nella buona politica. Dobbiamo formarci e impegnarci personalmente, ognuno seguendo la propria vocazione. Ognuno ha un posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antiche forme di preghiera, ci ha uniti questa sera nel suo ritmo costante, costruito sulla ripetizione. La pace si afferma allo stesso modo: parola dopo parola, azione dopo azione, proprio come una roccia si scava goccia dopo goccia, o un tessuto si tesse punto dopo punto. Questi sono i ritmi lenti della vita, segno della pazienza di Dio.

Non dobbiamo lasciarci sopraffare dal ritmo di un mondo che non sa cosa sta inseguendo. Dobbiamo invece tornare a servire il ritmo della vita, l'armonia del creato e a guarirne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «C'è bisogno anche di operatori di pace, uomini e donne pronti a lavorare con audacia e creatività per avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro» (Lettera enciclica Fratelli Tutti , 225). Esiste, infatti, «un'architettura della pace, alla quale contribuiscono diverse istituzioni della società, ciascuna secondo la propria area di competenza, ma esiste anche un'arte della pace che ci coinvolge tutti» ( ibid ., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con l'impegno di pregare incessantemente e senza stancarci, un impegno per una profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo al servizio della riconciliazione e della pace. Avanza senza esitazione, anche quando il rifiuto della logica della guerra può portare a incomprensioni e scherno. Annuncia il Vangelo della pace e infonde l'obbedienza a Dio piuttosto che a qualsiasi autorità umana, specialmente quando la dignità intrinseca degli altri esseri umani è minacciata da continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo, è auspicabile che ogni comunità diventi una "casa di pace", dove si impari a disinnescare l'ostilità attraverso il dialogo, dove si pratichi la giustizia e si custodisca il perdono. Ora più che mai, dobbiamo dimostrare che la pace non è un'utopia» ( Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace , 1 gennaio 2026).

"Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo un'unica famiglia che piange, spera e si rialza. Basta guerre, un viaggio senza ritorno; basta guerre, un circolo vizioso di dolore e violenza» (San Giovanni Paolo II, Preghiera per la Pace , 2 febbraio 1991).

Cari amici, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo Risorto, frutto del suo sacrificio d'amore sulla Croce.

Per questo motivo, eleviamo a Lui la nostra preghiera:

Signore Gesù,

Hai sconfitto la morte senza armi né violenza;

Hai infranto il suo potere con la forza della pace.

Concedici la tua pace, come hai fatto alle donne piene di dubbi la mattina di Pasqua e come hai fatto con i discepoli che si nascondevano per paura.

Invia il tuo Spirito, il respiro che dà vita e riconcilia.Che trasforma avversari e nemici in fratelli e sorelle.

Ispira in noi la fiducia in Maria, Tua madre, che stava ai piedi della tua Croce con il cuore spezzato,

Saldi nella fede che risorgerete, possa la follia della guerra cessare e la Terra sia curata e coltivata da coloro che ancora sanno dare alla luce, proteggere e amare la vita.

Ascoltaci, Signore della vita!

•••

12 aprile 2026 / Domenica in Albis


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venerdì, aprile 10, 2026

La Riforma liturgica e quelle deformità da evitare. Un seminarista




a cura di Veronica Cireneo 

Cosa c'è di male nel sognare che la chiesa, i suoi Ministri e i suoi riti tornino al lustro e al sublime che gli appartiene e che la Riforma invece, che sarebbe meglio chiamare "deforma", ha violato? Le Messe Tridentine, scrigno e deposito della nostra santa religione, vivono nell'anima dei fedeli per la bellezza e la profondità che da quel rito promana. Sia onore a tutti coloro che si prestano per tenere in sella la sana Fede Cattolica, nonostante l'ora presente. Grazie anche  al nostro seminarista, così attento a che nulla offenda Nostro Signore Gesù Cristo, che adoriamo. Buona lettura 

§§§

Tra le molte cose ambigue o,  diciamolo pure, sbagliate presenti nel Messale e nelle Rubriche del Novus Ordo Missae, vorrei soffermarmi su ciò che la riforma liturgica, più che riformare, rivoluziona, se non proprio deforma.

E metterò l’ accento su alcuni particolari momenti e gesti rituali fondamentali a cui andrebbe prestata la massima attenzione e che invece sono troppo spesso trascurati. Ci occuperemo quindi in questa sede:
- Del corporale: modalità dell' apertura e sue funzioni.
- Di come il sacerdote dovrebbe tenere le mani dopo la Consacrazione.
- Della purificazione dei frammenti sulla patena .
- Del piattino per la Comunione.




• Il Corporale: molto spesso durante la Messa si vede, e non va bene, il sacerdote o il sagrestano di turno che, sistemando l’altare in vista della Santa Messa, apre il Corporale sventolandolo come fosse una tovaglia qualsiasi. Magari ripetendo il gesto più e più volte per distenderlo meglio, dimenticando o proprio ignorando che lì potrebbero essere presenti dei frammenti di Eucaristia che ovviamente si disperderebbero ovunque, annullando in un colpo solo le funzioni stesse del Corporale, che sono due: la prima che è appunto, quella di raccogliere eventuali frammenti di Eucaristia caduti su di esso durante la celebrazione e la seconda che è quella di delimitare lo spazio nel quale le Sacre Specie saranno consacrate. (Per approfondire vedasi: Tutorial per il corretto uso del Corporale)

• Di come il sacerdote dovrebbe tenere le mani dopo la consacrazione.
Anche se molti non vi si attengono più,  Fede, Dottrina e Tradizione insegnano che, il sacerdote, dopo la Consacrazione, dove ha preso fra i suoi indici e pollici il Verbo Incarnato nascosto sotto le sembianze/accidenti del Pane (e del Vino), per amore e reverenza all' Augusto Sacramento e per evitare la dispersione di frammenti, dovrebbe tenere i pollici e gli indici uniti, finché non purificherà le sue mani con l' acqua, dopo il rito della Comunione ai fedeli.

• La purificazione dei frammenti su patena.
Il messale Novus Ordo nelle Rubriche dice di purificare la patena rivolgendola sopra il Calice, usando il purificatoio per spingere nel Calice eventuali frammenti.

Invece, tradizionalmente i sacerdoti hanno sempre usato le dita soprattutto pollice ed indice, magari aiutandosi con un po' di acqua per bagnare un pochino la patena,  facilitando la santa operazione.
Mi sembrerebbe ancora molto meglio l' insegnamento tradizionale, che la novità!

Ci facciamo in quattro, giustamente, per dire di ricevere la Comunione in bocca ed in ginocchio col piattino ecc. per non disperdere frammenti, quando forse bisognerebbe partire da quello che omettono, per ignoranza o noncuranza, i Ministri dell’ Altare!

Infatti il Corporale, normalmente in lino, usato nel gesto di “purificare” la patena, secondo il Messale Novus Ordo, non fa altro che catturare potenzialmente, nelle sue fibre, alcuni frammenti di Gesù Eucaristia!

Per non parlare poi delle acrobazie, che tutto sono tranne atti di Fede, che certi sacerdoti fanno fare al purificatoio, girandolo e rigirandolo sull'Altare ed anche in Sagrestia, facendo svolazzare qua e là chissà quanti frammenti...lo sa Dio! Miserere

• Il piattino per la Comunione:
Concludendo,  brevemente dirò che in una Messa partecipata da una ventina di fedeli che facciano la Comunione, vengono raccolti in media nel piattino non meno di tre frammenti.

E se l’istruzione [93] della “Redemptionis Sacramentum” in merito al piattino recita così:
[93.] "È necessario che si mantenga l’uso del piattino per la Comunione dei fedeli, per evitare che la sacra ostia o qualche suo frammento cada..." 

..mi congedo con qualche domanda che volutamente lascerò aperta, per suscitare nel lettore le proprie personali riflessioni. Mi chiedo:

- Come mai il piattino è caduto così in disuso?

- In quante chiese si usa ancora?

- Quanti sono i fedeli che si comunicano?

- Dove vanno a finire tutti quei frammenti del Corpo di Cristo in ogni Messa?

- Ed infine: è ancora la Fede il motore degli atti liturgici?

A voi le risposte e le ardue sentenze. 

Un seminarista
10 aprile 2026

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La Messa Tridentina in casa mia. Testimonianza dal diario degli Alleati


a cura di Veronica Cireneo 

Cari amici, come promesso nel precedente articolo della nostra rubrica Messa e Cenacoli, offriamo alla vostra attenzione questa bella testimonianza di un Alleato dell' Eucarestia che ha avuto l'onore e la Grazia di organizzare e assistere alla Messa Tridentina, celebrata in casa propria. L'iniziativa descritta in questo articolo, in vista del mese di Maggio e in onore dell'Immacolata,  intende soprattutto orientare verso la moltiplicazione dei Cenacoli Mariani, in presenza, tramite tam-tam, per la recita del Santo Rosario. Sarà anche occasione propizia per supplicare il Cielo, affinché la Divina Provvidenza ci ottenga presto la liberazione della Messa Tridentina, dalle discutibili restrizioni cui è sottoposta: la Sua bellezza ed efficacia, infatti, è tale che meriterebbe di essere gridata dai tetti, più che  confinata nelle catacombe. Oremus. Buona lettura.

§§§

Cari Alleati,

fratelli nella Fede, voglio raccontarvi la mia esperienza, felicemente scaturita dall'iniziativa Messa e Cenacoli del nostro movimento.

Abbiamo celebrato la prima Messa Antica nel mese scorso, dopo aver allestito una stanza di casa nostra. Abbiamo liberato una camera da letto non più in uso; preparato un tavolo di legno opportunamente rialzato con dei mattoncini; aggiunto un tappeto che era in soffitta, ma ancora in ottimo stato e cambiato il lampadario. Mentre cercavamo di sistemare al meglio, ci siamo resi conto che il materiale necessario era già disponibile a costo zero. 

Arredi sacri. Messa domestica 

Grazie alla Provvidenza abbiamo trovato un caro Sacerdote affezionato alla Messa di sempre, il quale volentieri si è messo a disposizione e ci ha dato delle preziose indicazioni per l’allestimento tradizionale riguardante le tovaglie, la scelta delle immagini Sacre e il Crocifisso da appendere al muro. Abbiamo ricavato le candele da un cero che ci è stato regalato da un amico Sacerdote, che l’aveva utilizzato nella Messa della Candelora. Anche questo per noi è stato un segno che stavamo facendo una cosa gradita al Cielo.

Era forte l’emozione e l’entusiasmo nel lavorare nel fine settimana con il resto della famiglia per un grande obiettivo: era la prima volta che la nostra casa poteva ospitare una Santa Messa. La fatica per spostare i mobili, per riorganizzare gli spazi e per pulire l’ambiente è stata ampiamente ricompensata dalla grande Grazia di ricevere Gesù e Maria tra le mura di casa nostra.

Per questa prima celebrazione ci siamo trovati in cinque, ma per il prossimo appuntamento si aggiungeranno sicuramente anche altri conoscenti ed amici. Attendiamo volentieri anche altre adesioni, l’idea di poter celebrare insieme con lo stesso ideale di fede ci riempie di gioia e ci da’ la carica per rendere l’ambiente fisico e il nostro cuore sempre più accogliente.

Che la Santa Vergine e San Giuseppe suo castissimo sposo ci proteggano e che Dio ci benedica. Deo gratias 

Lettera firmata

•••


Aggiornamento elenco reclutamento 
Messa e Cenacoli: suggerimenti 

1) Aree disponibili. Agli Alleati che avevano già messo gentilmente a disposizìone la propria abitazione per Messe Tridentine, cenacoli e/o catechesi, si aggiungono ora  altre 3 aree geografiche, tra cui una all'estero, per un totale di 12. Insieme alle precedenti 9 aree di Padova, Biella, Adria-Rovigo, Messina, Campobasso, Viterbo-Civitavecchia ,Pistoia, Brescia e Genova annoveriamo quindi: Verona, Cortona e Pert Western (città australiana che vede la presenza di un certo numero di immigrati cattolici italiani). Tre di queste realtà sono già attive ed è da una di esse che ci è giunta  la felice testimonianza che avete appena letto sopra.

2) Suggerimenti pratici e varianti. Da esse, delle quali manteniamo il riserboimpariamo, e vi invitiamo a seguirne l'esempio, che il modo migliore e più sicuro di aggregarsi per pregare insieme o per organizzare messe domestiche con sacerdoti di passaggio è il tam-tam da praticare con persone conosciute e prossimeSposata per prudenza questa prassi, anche a seguito di certe mail ricevute da sconosciuti tutt'altro che raccomandabili, decade l'utilità di rendere pubbliche le mail dei referenti locali.

3) Riepilogando. Confermiamo la nostra disponibilità a sostenere virtualmente la sacrosanta iniziativa tramite la mail della Redazione Alleati alleatimessaecenacoli3@gmail.com a cui potranno scrivere: 
- i sacerdoti interessati a celebrare in casa per avere info sui referenti locali, con i quali verranno poi messi in contatto per accordi logistici;
- e i fedeli  che intendano ospitare Messa e/o Cenacoli in casa propria, per avere suggerimenti ed istruzioni, indicando i propri dati anagrafici, telefono, provincia di residenza e un indirizzo mail. I dati personali resteranno ovviamente riservati e solo presenti nell'archivio della Redazione Alleati. Prudenza e avanti!
 
Sia lodato e ringraziato in ogni momento Gesù nel Santissimo Sacramento dell' Altare

Veronica Cireneo 
10 aprile a D. 2026

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giovedì, aprile 09, 2026

Sulla necessità di ritornare al confessionale con la grata fissa. D.G. Agnello


a cura di Veronica Cireneo 

A chi non è mai capitato di rimandare una confessione, che pure la coscienza ci indicava come impellente, per motivi di vergogna? Forse ciò non sarebbe accaduto se avessimo avuto la possibilità di confessarci in un confessionale con la grata fissa, che ci avrebbe permesso di evitare l'imbarazzante sguardo umano, nel momento così delicato dell'autoaccusa delle nostre più grandi miserie. Così, mentre ringraziamo il Cielo per tutte le volte che non ci ha ritirato dalla faccia della terra, in stato di disgrazia, seppur osservandoci affaccendati nel tentativo di imbatterci almeno in un sacerdote sconosciuto, per evitare di tacere qualche peccato a motivo della vergogna, svisceriamo bene l'argomento con l'aiuto del sacerdote don Giuseppe Agnello, che ringraziamo di cuore per lo sviluppo di questa tesi  tutta esposta a difesa della salvezza delle anime nostre. Buona lettura e condivisione.

§§§

TORNARE AL CONFESSIONALE CON LA GRATA FISSA 

Quando il servo di Dio Giàcomo Fesce (Jacques Fesch) fu folgorato da Cristo nel càrcere, e la gràzia compí quella liberazione interiore che lo portò da una vita lussuosa e infelice a una vita crocifissa e gioiosa, pur consapévole di procèdere verso la pena di morte per avere ucciso un poliziotto padre di tre figlî (consapevolezza che divenne certezza dopo che il tribunale si fermò a giudicare solo i fatti del passato, ma non la vita da risorto del presente), quest’uomo di Dio scriveva a frà Tommaso in una léttera:

«È la prima volta che piango làcrime di giòia, avendo la certezza che Dio mi ha perdonato, e che ora il Cristo vive in me, attraverso la mia sofferenza e il mio amore».

Una consapevolezza che dice la grandezza di quest’uomo e la grandezza de “L’Eterno di Galilea”, per usare il títolo di un libro del presto beato Fulto Scin (Fulton Sheen). Questi, infatti, spiega bene in questa sua òpera che:

 «Una virtú posseduta in grado eminente non rende grande l’uomo, piú di quanto un’ala renda completo un uccello. Come la forza dell’àquila si misura dalla distanza che corre tra la punta di un’ala e la punta dell’altra, cosí il caràttere dell’uomo non va giudicato dalla presenza di una virtú spinta a un grado eròico, bensí dalla distanza tra tale virtú e quella opposta. La personalità cristiana non è né piú né meno che l’accordo di due virtú opposte. In altre parole, un uomo veramente grande non sarà soltanto un coraggioso, giacché se l’uomo fosse coraggioso senza èssere compassionévole, correrebbe il perícolo di èssere crudele. La compassione è ciò che si potrebbe definire l’ala gemella del coràggio».

Nel caso del cristiano che si pente dei suoi peccati, le due ali di àquila sono la consapevolezza della pròpria dignità (di fíglio adottivo di Dio) e la consapevolezza della pròpria misèria (di peccatore).

Nel caso del cristiano che poi confessa le pròprie colpe al sacerdote, è necessària la gratitúdine verso di Dio e verso il suo amore, ma unita all’ala gemella dell’umiltà di chiamare per nome ogni peccato e di indicarne il número.

Senza questa grandezza del penitente, l’amore di Dio resterebbe lodato ma non corrisposto; e il peccato resterebbe odiato, ma non identificato, il che non farebbe arrivare nemmeno al pentimento imperfetto.

• Per questo, dunque, la Chiesa, maestra di saggezza e di umanità tanto quanto dispensatrice di divini misteri:

-tra i peccati contro il primo comandamento annòvera «la presunzione dell’onnipotenza e della misericòrdia di Dio (quella per cui si spera di ottenere il suo perdono senza conversione e la glòria senza mèrito)» (Cfr CCC 2092). Mette dunque in guàrdia da questa presunzione; insegna quanto ci ama Dio e come mèrita di èssere corrisposto per giustízia, gratitúdine e conformità alla nostra natura;

-mostra le cinque condizioni per una buona confessione (esame di coscienza, pentimento sincero, accusa dei peccati, propòsito di non commétterli piú, soddisfazione), ma fa di piú...

-ha pensato anche a un luogo e a una sede adatti dove riconciliarsi con Dio, in un modo che aiuta il penitente e protegge il sacerdote. Questo luogo è la chiesa e la sede è il confessionale con la grata, di cui vogliamo parlare in questa riflessione, visto anche l’inízio della Settimana Santa, tempo propízio per riconciliarsi con Dio.

Questa riflessione diventa anche necessària per arginare una certa crisi del Sacramento della penitenza. Sí, certo, le càuse della crisi sono nell’apostasia generale del mondo occidentale e nel mancato senso del peccato, ma dove la fede resiste, le catechesi non màncano, i richiami a confessarsi sono frequenti e la disponibilità dei sacerdoti è màssima.

Ci sono nemici diversi da combàttere, come la vergogna e il rispetto umano: laccî del demònio che tèngono lontani dal confessore o chiúdono la bocca su certi peccati.

 Su questo, vediamo cosa dice il Codice di Diritto Canònico al numero Can. 964:

§1. Il luogo pròprio per ricévere le confessioni sacramentali è la chiesa o l'oratòrio.

§2. Relativamente alla sede per le confessioni, le norme vèngano stabilite dalla Conferenza Episcopale, garantendo tuttavia che si tròvino sempre in un luogo visíbile i confessionali, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desíderano pòssano liberamente servírsene.

§3. Non si ricèvano le confessioni fuori del confessionale, se non per giusta càusa».

( Questa giusta càusa può èssere la necessità di confessare, in un ospedale, il malato a letto; in un campo di battàglia, il soldato penitente; a casa pròpria, un anziano che non può recarsi al confessionale; in un pellegrinàggio, i pellegrini che lo chièdono anche in assenza di una chiesa lungo il percorso; e símili).

• Don Nicola Bux, nel suo libro: Con i Sacramenti non si scherza (Cantagalli, Siena, 2016), afferma:

«Una ragione non secondària della crisi del sacramento della confessione è l’abbandono del confessionale con la grata: favoriva la discrezione, davvero fondamentale, fra il penitente e il confessore( . ..). È soprattutto un símbolo del segreto, o sigillo sacramentale, a cui ogni ministro è tenuto gravemente in coscienza, a costo della vita(. . .). Ai nostri giorni, converebbe usare la grata non solo per la confessione del gentíl sesso, ma anche per i ragazzi: interpone una barriera ai sensi, quindi contro il diàvolo. Inoltre, non vedere in fàccia il confessore, mette il penitente in condizione di parlare con libertà e, a quegli, consente la libertà di parlare al penitente nel nome di Dio. A meno che penitente e confessore non síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati. Padre Pio pare che non guardasse in fàccia il penitente. Infatti l'atteggiamento del confessore clàssico era quello di avvicinare l’orécchio alla grata, senza guardare, spesso con gli occhî chiusi, ascoltare e infine dare l’assoluzione» (p.131).

La confessione auricolare: formalizzata nel 1215 da Papa Innocenzo III, durante il IV concilio Lateranense.

Queste parole ci ricòrdano perché questo tipo di confessione è detta anche “auricolare”.

Serve l’ascolto, piú che lo sguardo.

-  tutto deve favorire l’ascolto di una confessione ben fatta: sincera, líbera da laccî, circostanziata, che non omette peccati e non si perde la meta.

- Non si può dare per iscontato che «penitente e confessore.. síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati.

- Dunque: si ritorni al confessionale con la grata; lo si favorisca (anziché averlo trasformato in uno sgabuzzino); 

-ci si fàccia trovare già in esso in giorni e orarî noti a tutti, perché non si perde mai tempo ad aspettare i penitenti in preghiera o meditazione. Dio li manderà a frotte, dov’è custodita la Sua sapienza; e dalla sapienza di Dio deriva ogni sapienza fra gli uòmini, nella Chiesa, nei suoi ministri, nei suoi fedeli. Dice l’Ecclesiaste:

«La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto, ne càmbia la durezza del viso» (Qo 8, v.1c).

Nel caso del confessionale questo accade perché a cambiare è anzitutto la durezza del cuore:

«Tu vuoi la sincerità del cuore e nell’íntimo mi insegni la sapienza…Puríficami…Crea in me, o Dio, un cuore nuovo» (Cfr Sal 50).

Comprendiamo allora perché il 7 Lúglio 1998 la “Commissione Pontifícia per l’autèntica interpretazione del Còdice di Diritto canònico”, a un quesito del 16 Giugno dello stesso anno:

«Si dúbita se, prestando attenzione a quanto prescritto dal can. 964, § 2, il ministro del sacramento, per una giusta càusa ed escluso il caso di necessità, possa decídere legittimamente, anche qualora il penitente dovesse richièdere altro, che la confessione sacramentale venga ricevuta nel confessionale munito di grata fissa?"

Rispose così:" Sí".

• Il Sommo Pontéfice Giovanni Pàolo II, nell’Udienza concessa al sottoscritto Presidente il 7 Lúglio 1998, informato della suddetta decisione, l’ha confermata e ne ha ordinato la promulgazione. 

Pertanto, lasciando fuori dal nostro discorso la “giusta càusa” e lo “stato di necessità”, la vita e la penitenza ordinàrie richièdono questa sede con grata fissa.

• Il demònio del resto  ̶   lo si può verificare anche nel “sogno dei tre laccî” che san Giovanni Bosco racconta ai suoi ragazzi il 4 Aprile 1869  ̶  si impegna per far si che ci si confessi male. Lo fa con i gióvani, ma anche con chi non è piú gióvane, e:

-come primo làccio usa la vergogna che non fa dire alcuni peccati in confessione (il silènzio colpévole ne è effetto); 

-come secondo làccio usa lo svilimento della confessione ad atto màgico che non richiede il dolore dei peccati; e infine 

- come terzo làccio banalizza il propòsito di emendarsi e non fa méttere in pràtica i consiglî del confessore.

Di questi tre laccî:

- il primo è spezzato dalla grata fissa dei confessionali;

- il secondo dal meditare sulla passione di Gesú Cristo come conseguenza dei nostri peccati, non solo come atto supremo dell’amore di Dio per noi;

-il terzo làccio è spezzato dal timór di Dio, dal momento che Dio non si làscia prèndere in giro da nessuno.

In questo modo di accostarsi al sacramento della Confessione, si prenderà sul sèrio il Sàngue di Cristo versato per istituirla e per lavarci i peccati.

E si terranno unite giustízia e misericòrdia, le due ali che permetteranno al penitente, non ingannato dalla cattiva vergogna, di volare in alto, fuggendo l’inferno e possibilmente anche il purgatòrio. Sí!

L’inferno e il Purgatòrio:

- il primo infatti attende chi non rinnega e non ha perdonato il peccato mortale;

- il secondo attende chi non rinnega anche i peccati veniali e non si impegna a riparare adesso ai loro effetti sul Corpo Místico, che è la Chiesa. 

 
Don Giuseppe Agnello 

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9 aprile a D. 2026

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martedì, aprile 07, 2026

Il velo muliebre: origine, significato e motivi dottrinali per indossarlo. Don A.Morselli



a cura di Veronica Cireneo 

Pubblichiamo questo articolo di don Alfredo Maria Morselli, perché ne condividiamo interamente la sostanza. Siamo a conoscenza, infatti, che chi prova ad indossare il vero muliebre in chiesa, non lo lascia più. Sono molte le testimonianza di  donne che concordemente affermano come sia diventato facile, per loro, raggiungere un'autentica concentrazione spirituale, durante la Messa , dal momento della scoperta del velo. Si capisce benissimo come ciò sia possibile. Basti pensare che essendo, non un accessorio ma, una dichiarazione di sottomissione allo Spirito Santo, il velo muliebre, faciliti la relazione spirituale tra la creatura ed il Creatore. Come non tenere conto a riprova, del fatto che il velo muliebre era perennemente indossato da Maria Santissima, Sposa, appunto, dello Spirito Santo? Alcuni scritti narrano che mai  Ella se ne separò, fino al momento della Crocifissione di  Suo Figlio - Dio, quando, per motivi di pudore e di pietà, se ne privo' per velarGli la nudità del pube, seppur completamente ricoperto del Suo Preziosissimo Sangue. Invitiamo, in questo tempo pasquale, le donne che non l'avessero ancora sperimentato a partecipare alla Santa Messa con questo santo e velato compagno sul capo, atto di modestia del quale certamente non si pentiranno.  Buona lettura 

§§§

• Il Codice di Diritto Canonico del 1917 prescriveva alle donne di tenere il capo coperto in Chiesa, soprattutto al momento della Santa Comunione.

Nel nuovo Codice non c’è traccia di questa disposizione e ormai questa antica e venerabile usanza è caduta nel dimenticatoio; eppure essa era fondata su una disposizione dello stesso Apostolo San Paolo.

Ma, tra l’esegesi razionalista moderna, che tende a storicizzare tutte le disposizioni particolari, definendole “roba d’altri tempi…” e il famigerato luogo comune per cui “l’uomo di oggi” non sarebbe più in grado di capire certe cose, anche la consuetudine, per le donne, di coprire il capo in chiesa, è andata perduta.

Per non parlare poi di molte suore, che, un tempo ben vestite (chi non ricorda i cappelloni delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli?), oggi espongono il ciuffo, per andar di pari passo con chi ha gettato tonaca e colletto bianco alle ortiche (e qui, visti i magrissimi risultati estetici, avendo tolto il velo, c’è assai spesso da stenderne subito un altro, questa volta pietoso, come si suol dire.

Ma guai se ci limitassimo a rimpiangere i tesori che ci hanno scippato: dobbiamo cercare, con l’aiuto della Madonna, anche per questo caso, le ragioni della Tradizione. Leggiamo le parole dell’Apostolo, e vediamo come alcuni Padri della Chiesa le hanno interpretate.

• Dalla prima lettera di S.Paolo Apostolo ai Corinzi: [11,3]

Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. [4] Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. [5] Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. [6] Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.[7] L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. [8] E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; [9] né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. [10]Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. [11] Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; [12] come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. [13] Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? [14] Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, [15] mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. [16] Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio”.

• Sono essenzialmente quattro i motivi che emergono da questo brano, per cui S. Paolo consiglia alle donne di tenere il capo coperto durante le azioni liturgiche.

1) La simbologia delle nozze tra Cristo e la natura umana. In chiesa, durante la liturgia, l’uomo e la donna non rappresentano solo se stessi, ma l’uomo – ogni uomo – rappresenta Cristo, lo Sposo: la donna rappresenta il genere umano, la natura umana sposa del Verbo. Possiamo comprendere ciò considerando la natura sponsale della fede (Ti sposerò nella fede e tu conoscerai il Signore – Os 2,22), il contesto generale della liturgia (l’atmosfera in cui la fede è esercitata nel modo più perfetto) e l’esplicito richiamo alle nozze di S. Paolo: E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo - 1 Cor 11, 8-9. Cristo sta all’uomo (maschio e femmina) come l’uomo sta alla donna. Inoltre l’uomo, diversamente dalla donna, è “immagine e gloria di Dio”, non per se stesso, ma in quanto rappresenta Cristo: perciò egli non può stare con il capo coperto, perché in questo modo egli “disonora il suo capo” (11,4) il suo proprio rappresentare Cristo: un uomo con il capo coperto non rappresenta bene Cristo, così una donna con il capo scoperto, non rappresenta bene la natura umana e la Chiesa sposa di Cristo. In questo senso Tertulliano dice: “Poiché io sono l’immagine del creatore, non c’è posto in me per un altro capo (che non sia Cristo)” (Contro Marcione, V, 8, 1). 

2) Un segno della sottomissione a Cristo. Una donna con il capo coperto dal velo, ricorda a tutti coloro che sono in chiesa che la natura umana è sposa di Cristo: perciò la donna, in quanto rappresenta la natura umana, deve avere un segno della sua dipendenza sul suo capo (1 Cor 11,10): questo segno della dipendenza è il segno dell’autorità di Cristo nei confronti della sua Sposa, la natura umana. Perciò il Concilio Gangrense chiama il velo memoriale, ricordo della sottomissione. S. Giovanni Crisostomo lo chiama insegna della sottomissione; Tertulliano giogo della sua umiltà (cf. Cornelius a Lapide, ad loc.).

3) Il rispetto del perfetto equilibrio del cosmo. L’edificio della chiesa rappresenta il cosmo, ricolmato della gloria di Dio, specialmente durante la celebrazione della S.Messa (I cieli e la terra sono pieni della tua gloria…). Il cosmo è perfettamente ordinato (Ma tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso – Sap 11,20). Nessuno può dimenticare la presenza, all’interno della chiesa-cosmo, della gerarchia celeste, perfettamente ordinata (Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa… – Eb 12,22). Non è quindi conveniente che in un cosmo perfettamente ordinato qual è la celebrazione liturgica, la ordinata relazione tra Cristo-Sposo e Chiesa-Sposa – la particolare relazione che la celebrazione liturgica ricrea nel modo più perfetto -, non sia mostrata (Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli – 1 Cor 11,10).

4) Un segno naturale di umiltà. Ultimo aspetto, ma non di minore importanza: “Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo” (1 Cor 11, 14-15).

Don Alfredo Maria Morselli 

➡️ qui la fonte

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7 aprile a. D. 2026 

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