giovedì, aprile 09, 2026

Sulla necessità di ritornare al confessionale con la grata fissa. D.G. Agnello


a cura di Veronica Cireneo 

A chi non è mai capitato di rimandare una confessione, che pure la coscienza ci indicava come impellente, per motivi di vergogna? Forse ciò non sarebbe accaduto se avessimo avuto la possibilità di confessarci in un confessionale con la grata fissa, che ci avrebbe permesso di evitare l'imbarazzante sguardo umano, nel momento così delicato dell'autoaccusa delle nostre più grandi miserie. Così, mentre ringraziamo il Cielo per tutte le volte che non ci ha ritirato dalla faccia della terra, in stato di disgrazia, seppur osservandoci affaccendati nel tentativo di imbatterci almeno in un sacerdote sconosciuto, per evitare di tacere qualche peccato a motivo della vergogna, svisceriamo bene l'argomento con l'aiuto del sacerdote don Giuseppe Agnello, che ringraziamo di cuore per lo sviluppo di questa tesi  tutta esposta a difesa della salvezza delle anime nostre. Buona lettura e condivisione.

§§§

TORNARE AL CONFESSIONALE CON LA GRATA FISSA 

Quando il servo di Dio Giàcomo Fesce (Jacques Fesch) fu folgorato da Cristo nel càrcere, e la gràzia compí quella liberazione interiore che lo portò da una vita lussuosa e infelice a una vita crocifissa e gioiosa, pur consapévole di procèdere verso la pena di morte per avere ucciso un poliziotto padre di tre figlî (consapevolezza che divenne certezza dopo che il tribunale si fermò a giudicare solo i fatti del passato, ma non la vita da risorto del presente), quest’uomo di Dio scriveva a frà Tommaso in una léttera:

«È la prima volta che piango làcrime di giòia, avendo la certezza che Dio mi ha perdonato, e che ora il Cristo vive in me, attraverso la mia sofferenza e il mio amore».

Una consapevolezza che dice la grandezza di quest’uomo e la grandezza de “L’Eterno di Galilea”, per usare il títolo di un libro del presto beato Fulto Scin (Fulton Sheen). Questi, infatti, spiega bene in questa sua òpera che:

 «Una virtú posseduta in grado eminente non rende grande l’uomo, piú di quanto un’ala renda completo un uccello. Come la forza dell’àquila si misura dalla distanza che corre tra la punta di un’ala e la punta dell’altra, cosí il caràttere dell’uomo non va giudicato dalla presenza di una virtú spinta a un grado eròico, bensí dalla distanza tra tale virtú e quella opposta. La personalità cristiana non è né piú né meno che l’accordo di due virtú opposte. In altre parole, un uomo veramente grande non sarà soltanto un coraggioso, giacché se l’uomo fosse coraggioso senza èssere compassionévole, correrebbe il perícolo di èssere crudele. La compassione è ciò che si potrebbe definire l’ala gemella del coràggio».

Nel caso del cristiano che si pente dei suoi peccati, le due ali di àquila sono la consapevolezza della pròpria dignità (di fíglio adottivo di Dio) e la consapevolezza della pròpria misèria (di peccatore).

Nel caso del cristiano che poi confessa le pròprie colpe al sacerdote, è necessària la gratitúdine verso di Dio e verso il suo amore, ma unita all’ala gemella dell’umiltà di chiamare per nome ogni peccato e di indicarne il número.

Senza questa grandezza del penitente, l’amore di Dio resterebbe lodato ma non corrisposto; e il peccato resterebbe odiato, ma non identificato, il che non farebbe arrivare nemmeno al pentimento imperfetto.

• Per questo, dunque, la Chiesa, maestra di saggezza e di umanità tanto quanto dispensatrice di divini misteri:

-tra i peccati contro il primo comandamento annòvera «la presunzione dell’onnipotenza e della misericòrdia di Dio (quella per cui si spera di ottenere il suo perdono senza conversione e la glòria senza mèrito)» (Cfr CCC 2092). Mette dunque in guàrdia da questa presunzione; insegna quanto ci ama Dio e come mèrita di èssere corrisposto per giustízia, gratitúdine e conformità alla nostra natura;

-mostra le cinque condizioni per una buona confessione (esame di coscienza, pentimento sincero, accusa dei peccati, propòsito di non commétterli piú, soddisfazione), ma fa di piú...

-ha pensato anche a un luogo e a una sede adatti dove riconciliarsi con Dio, in un modo che aiuta il penitente e protegge il sacerdote. Questo luogo è la chiesa e la sede è il confessionale con la grata, di cui vogliamo parlare in questa riflessione, visto anche l’inízio della Settimana Santa, tempo propízio per riconciliarsi con Dio.

Questa riflessione diventa anche necessària per arginare una certa crisi del Sacramento della penitenza. Sí, certo, le càuse della crisi sono nell’apostasia generale del mondo occidentale e nel mancato senso del peccato, ma dove la fede resiste, le catechesi non màncano, i richiami a confessarsi sono frequenti e la disponibilità dei sacerdoti è màssima.

Ci sono nemici diversi da combàttere, come la vergogna e il rispetto umano: laccî del demònio che tèngono lontani dal confessore o chiúdono la bocca su certi peccati.

 Su questo, vediamo cosa dice il Codice di Diritto Canònico al numero Can. 964:

§1. Il luogo pròprio per ricévere le confessioni sacramentali è la chiesa o l'oratòrio.

§2. Relativamente alla sede per le confessioni, le norme vèngano stabilite dalla Conferenza Episcopale, garantendo tuttavia che si tròvino sempre in un luogo visíbile i confessionali, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desíderano pòssano liberamente servírsene.

§3. Non si ricèvano le confessioni fuori del confessionale, se non per giusta càusa».

( Questa giusta càusa può èssere la necessità di confessare, in un ospedale, il malato a letto; in un campo di battàglia, il soldato penitente; a casa pròpria, un anziano che non può recarsi al confessionale; in un pellegrinàggio, i pellegrini che lo chièdono anche in assenza di una chiesa lungo il percorso; e símili).

• Don Nicola Bux, nel suo libro: Con i Sacramenti non si scherza (Cantagalli, Siena, 2016), afferma:

«Una ragione non secondària della crisi del sacramento della confessione è l’abbandono del confessionale con la grata: favoriva la discrezione, davvero fondamentale, fra il penitente e il confessore( . ..). È soprattutto un símbolo del segreto, o sigillo sacramentale, a cui ogni ministro è tenuto gravemente in coscienza, a costo della vita(. . .). Ai nostri giorni, converebbe usare la grata non solo per la confessione del gentíl sesso, ma anche per i ragazzi: interpone una barriera ai sensi, quindi contro il diàvolo. Inoltre, non vedere in fàccia il confessore, mette il penitente in condizione di parlare con libertà e, a quegli, consente la libertà di parlare al penitente nel nome di Dio. A meno che penitente e confessore non síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati. Padre Pio pare che non guardasse in fàccia il penitente. Infatti l'atteggiamento del confessore clàssico era quello di avvicinare l’orécchio alla grata, senza guardare, spesso con gli occhî chiusi, ascoltare e infine dare l’assoluzione» (p.131).

La confessione auricolare: formalizzata nel 1215 da Papa Innocenzo III, durante il IV concilio Lateranense.

Queste parole ci ricòrdano perché questo tipo di confessione è detta anche “auricolare”.

Serve l’ascolto, piú che lo sguardo.

-  tutto deve favorire l’ascolto di una confessione ben fatta: sincera, líbera da laccî, circostanziata, che non omette peccati e non si perde la meta.

- Non si può dare per iscontato che «penitente e confessore.. síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati.

- Dunque: si ritorni al confessionale con la grata; lo si favorisca (anziché averlo trasformato in uno sgabuzzino); 

-ci si fàccia trovare già in esso in giorni e orarî noti a tutti, perché non si perde mai tempo ad aspettare i penitenti in preghiera o meditazione. Dio li manderà a frotte, dov’è custodita la Sua sapienza; e dalla sapienza di Dio deriva ogni sapienza fra gli uòmini, nella Chiesa, nei suoi ministri, nei suoi fedeli. Dice l’Ecclesiaste:

«La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto, ne càmbia la durezza del viso» (Qo 8, v.1c).

Nel caso del confessionale questo accade perché a cambiare è anzitutto la durezza del cuore:

«Tu vuoi la sincerità del cuore e nell’íntimo mi insegni la sapienza…Puríficami…Crea in me, o Dio, un cuore nuovo» (Cfr Sal 50).

Comprendiamo allora perché il 7 Lúglio 1998 la “Commissione Pontifícia per l’autèntica interpretazione del Còdice di Diritto canònico”, a un quesito del 16 Giugno dello stesso anno:

«Si dúbita se, prestando attenzione a quanto prescritto dal can. 964, § 2, il ministro del sacramento, per una giusta càusa ed escluso il caso di necessità, possa decídere legittimamente, anche qualora il penitente dovesse richièdere altro, che la confessione sacramentale venga ricevuta nel confessionale munito di grata fissa?"

Rispose così:" Sí".

• Il Sommo Pontéfice Giovanni Pàolo II, nell’Udienza concessa al sottoscritto Presidente il 7 Lúglio 1998, informato della suddetta decisione, l’ha confermata e ne ha ordinato la promulgazione. 

Pertanto, lasciando fuori dal nostro discorso la “giusta càusa” e lo “stato di necessità”, la vita e la penitenza ordinàrie richièdono questa sede con grata fissa.

• Il demònio del resto  ̶   lo si può verificare anche nel “sogno dei tre laccî” che san Giovanni Bosco racconta ai suoi ragazzi il 4 Aprile 1869  ̶  si impegna per far si che ci si confessi male. Lo fa con i gióvani, ma anche con chi non è piú gióvane, e:

-come primo làccio usa la vergogna che non fa dire alcuni peccati in confessione (il silènzio colpévole ne è effetto); 

-come secondo làccio usa lo svilimento della confessione ad atto màgico che non richiede il dolore dei peccati; e infine 

- come terzo làccio banalizza il propòsito di emendarsi e non fa méttere in pràtica i consiglî del confessore.

Di questi tre laccî:

- il primo è spezzato dalla grata fissa dei confessionali;

- il secondo dal meditare sulla passione di Gesú Cristo come conseguenza dei nostri peccati, non solo come atto supremo dell’amore di Dio per noi;

-il terzo làccio è spezzato dal timór di Dio, dal momento che Dio non si làscia prèndere in giro da nessuno.

In questo modo di accostarsi al sacramento della Confessione, si prenderà sul sèrio il Sàngue di Cristo versato per istituirla e per lavarci i peccati.

E si terranno unite giustízia e misericòrdia, le due ali che permetteranno al penitente, non ingannato dalla cattiva vergogna, di volare in alto, fuggendo l’inferno e possibilmente anche il purgatòrio. Sí!

L’inferno e il Purgatòrio:

- il primo infatti attende chi non rinnega e non ha perdonato il peccato mortale;

- il secondo attende chi non rinnega anche i peccati veniali e non si impegna a riparare adesso ai loro effetti sul Corpo Místico, che è la Chiesa. 

 
Don Giuseppe Agnello 

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9 aprile a D. 2026

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martedì, aprile 07, 2026

Il velo muliebre: origine, significato e motivi dottrinali per indossarlo. Don A.Morselli



a cura di Veronica Cireneo 

Pubblichiamo questo articolo di don Alfredo Maria Morselli, perché ne condividiamo interamente la sostanza. Siamo a conoscenza, infatti, che chi prova ad indossare il vero muliebre in chiesa, non lo lascia più. Sono molte le testimonianza di  donne che concordemente affermano come sia diventato facile, per loro, raggiungere un'autentica concentrazione spirituale, durante la Messa , dal momento della scoperta del velo. Si capisce benissimo come ciò sia possibile. Basti pensare che essendo, non un accessorio ma, una dichiarazione di sottomissione allo Spirito Santo, il velo muliebre, faciliti la relazione spirituale tra la creatura ed il Creatore. Come non tenere conto a riprova, del fatto che il velo muliebre era perennemente indossato da Maria Santissima, Sposa, appunto, dello Spirito Santo? Alcuni scritti narrano che mai  Ella se ne separò, fino al momento della Crocifissione di  Suo Figlio - Dio, quando, per motivi di pudore e di pietà, se ne privo' per velarGli la nudità del pube, seppur completamente ricoperto del Suo Preziosissimo Sangue. Invitiamo, in questo tempo pasquale, le donne che non l'avessero ancora sperimentato a partecipare alla Santa Messa con questo santo e velato compagno sul capo, atto di modestia del quale certamente non si pentiranno.  Buona lettura 

§§§

• Il Codice di Diritto Canonico del 1917 prescriveva alle donne di tenere il capo coperto in Chiesa, soprattutto al momento della Santa Comunione.

Nel nuovo Codice non c’è traccia di questa disposizione e ormai questa antica e venerabile usanza è caduta nel dimenticatoio; eppure essa era fondata su una disposizione dello stesso Apostolo San Paolo.

Ma, tra l’esegesi razionalista moderna, che tende a storicizzare tutte le disposizioni particolari, definendole “roba d’altri tempi…” e il famigerato luogo comune per cui “l’uomo di oggi” non sarebbe più in grado di capire certe cose, anche la consuetudine, per le donne, di coprire il capo in chiesa, è andata perduta.

Per non parlare poi di molte suore, che, un tempo ben vestite (chi non ricorda i cappelloni delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli?), oggi espongono il ciuffo, per andar di pari passo con chi ha gettato tonaca e colletto bianco alle ortiche (e qui, visti i magrissimi risultati estetici, avendo tolto il velo, c’è assai spesso da stenderne subito un altro, questa volta pietoso, come si suol dire.

Ma guai se ci limitassimo a rimpiangere i tesori che ci hanno scippato: dobbiamo cercare, con l’aiuto della Madonna, anche per questo caso, le ragioni della Tradizione. Leggiamo le parole dell’Apostolo, e vediamo come alcuni Padri della Chiesa le hanno interpretate.

• Dalla prima lettera di S.Paolo Apostolo ai Corinzi: [11,3]

Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. [4] Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. [5] Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. [6] Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.[7] L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. [8] E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; [9] né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. [10]Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. [11] Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; [12] come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. [13] Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? [14] Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, [15] mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. [16] Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio”.

• Sono essenzialmente quattro i motivi che emergono da questo brano, per cui S. Paolo consiglia alle donne di tenere il capo coperto durante le azioni liturgiche.

1) La simbologia delle nozze tra Cristo e la natura umana. In chiesa, durante la liturgia, l’uomo e la donna non rappresentano solo se stessi, ma l’uomo – ogni uomo – rappresenta Cristo, lo Sposo: la donna rappresenta il genere umano, la natura umana sposa del Verbo. Possiamo comprendere ciò considerando la natura sponsale della fede (Ti sposerò nella fede e tu conoscerai il Signore – Os 2,22), il contesto generale della liturgia (l’atmosfera in cui la fede è esercitata nel modo più perfetto) e l’esplicito richiamo alle nozze di S. Paolo: E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo - 1 Cor 11, 8-9. Cristo sta all’uomo (maschio e femmina) come l’uomo sta alla donna. Inoltre l’uomo, diversamente dalla donna, è “immagine e gloria di Dio”, non per se stesso, ma in quanto rappresenta Cristo: perciò egli non può stare con il capo coperto, perché in questo modo egli “disonora il suo capo” (11,4) il suo proprio rappresentare Cristo: un uomo con il capo coperto non rappresenta bene Cristo, così una donna con il capo scoperto, non rappresenta bene la natura umana e la Chiesa sposa di Cristo. In questo senso Tertulliano dice: “Poiché io sono l’immagine del creatore, non c’è posto in me per un altro capo (che non sia Cristo)” (Contro Marcione, V, 8, 1). 

2) Un segno della sottomissione a Cristo. Una donna con il capo coperto dal velo, ricorda a tutti coloro che sono in chiesa che la natura umana è sposa di Cristo: perciò la donna, in quanto rappresenta la natura umana, deve avere un segno della sua dipendenza sul suo capo (1 Cor 11,10): questo segno della dipendenza è il segno dell’autorità di Cristo nei confronti della sua Sposa, la natura umana. Perciò il Concilio Gangrense chiama il velo memoriale, ricordo della sottomissione. S. Giovanni Crisostomo lo chiama insegna della sottomissione; Tertulliano giogo della sua umiltà (cf. Cornelius a Lapide, ad loc.).

3) Il rispetto del perfetto equilibrio del cosmo. L’edificio della chiesa rappresenta il cosmo, ricolmato della gloria di Dio, specialmente durante la celebrazione della S.Messa (I cieli e la terra sono pieni della tua gloria…). Il cosmo è perfettamente ordinato (Ma tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso – Sap 11,20). Nessuno può dimenticare la presenza, all’interno della chiesa-cosmo, della gerarchia celeste, perfettamente ordinata (Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa… – Eb 12,22). Non è quindi conveniente che in un cosmo perfettamente ordinato qual è la celebrazione liturgica, la ordinata relazione tra Cristo-Sposo e Chiesa-Sposa – la particolare relazione che la celebrazione liturgica ricrea nel modo più perfetto -, non sia mostrata (Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli – 1 Cor 11,10).

4) Un segno naturale di umiltà. Ultimo aspetto, ma non di minore importanza: “Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo” (1 Cor 11, 14-15).

Don Alfredo Maria Morselli 

➡️ qui la fonte

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7 aprile a. D. 2026 

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martedì, marzo 31, 2026

Quando la chiesa, anziché infiammarli d'amore, gela i cuori. Da Ivrea, una triste vicenda.Valter Tuninetti


Santuario della Beata Vergine Addolorata - Cuceglio

a cura di Veronica Cireneo

Solo se la chiesa non è più la casa di Dio, Sua Madre e i suoi figli possono essere tenuti fuori: al gelo stagionale e a quello dell'anima. È accaduto ancora una volta...che le tenebre provino a spegnere la luce della Fede.  Siamo ad Ivrea e narra la triste vicenda l'amico Valter Tuninetti. Buona, mesta lettura.

§§§

Faccio una premessa prima di raccontare questa triste vicenda: il coraggio di difendere la vera fede paga sempre. È innegabile. Basti pensare a tutti i martiri ,sul sangue dei quali è fondata la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo. Il coraggio della fede non è mai fine a se stesso. Ma veniamo alla vicenda.

Per il giorno 28 marzo 2026, la FSSPX di “San Carlo Borromeo” di Montalenghe (TO) aveva organizzato un pellegrinaggio al santuario della Madonna Addolorata di Cuceglio, che si trova non troppo distante dalla sede del Priorato.

Era in programma: una processione a piedi con la statua della Madonna Addolorata portata in spalla dai pellegrini e l'ingresso in chiesa per una breve preghiera dedicata alle vocazioni sacerdotali. Da oltre un mese le autorità ecclesiastiche della diocesi di Ivrea ( TO), nella quale è ubicato il santuario, erano state avvisate del previsto pellegrinaggio. Purtroppo però, all'arrivo, sacerdoti, suore e fedeli laici trovavano la porta del Santuario sbarrata, probabilmente per ordine del Vescovo. 

Don Aldo Rossi, Priore di Montalenghe

Il priore di Montalenghe, don Aldo Rossi, si è dunque visto costretto a pronunciare un doloroso ed analitico fervorino (⬅️video) di fronte al portone chiuso. Parole dure sono state le sue. Dure ma giuste. Don Aldo è un prete vestito da prete, che fa il prete e state sicuri che in questi tempi non è scontato…

Citando Sant' Atanasio ha detto:

”Voi rimanete fuori dai luoghi di culto, ma la fede abita in voi!! E cos'è più importante, il luogo o la fede? La fede ovviamente!! “

Poi continuava così:

"Nella cultura dominante si aprono le porte a tutti, agli anglicani che arrivano a celebrare nella madre di tutte le chiese, San Giovanni in Laterano, e non sono nemmeno sacerdoti... Si aprono le chiese ai protestanti, si fanno celebrare nelle parrocchie. Si prega insieme a tutte le religioni. Si aprono le chiese alla Pachamama. Si aprono ai gruppi LGBT, si celebrano messe con loro. Si accolgono buddisti, animisti… ricordiamo Assisi, con la statua di Buddha sul tabernacolo... Ma per noi della Fraternità San Pio X,  per fare semplicemente delle preghiere per le vocazioni — non la Messa, ma delle preghiere — le porte sono chiuse “.

Parole forti quelle di don Aldo, ma al suo fianco e in difesa della tradizione e della sana dottrina, decine e decine di fedeli, presenti e non.

Il coraggio di don Aldo ha già avuto i suoi frutti: le porte sono rimaste chiuse, ma sul web girano le sue parole in modo virale. Il coraggio non è solo di don Aldo, ma anche di tutta la Fraternità San Pio X, che: ha deciso di consacrare i suoi vescovi nonostante il NO della gerarchia; di continuare a difendere la sana dottrina cristiana e di continuare a salvare le anime. Sarà forse per questo che la diocesi si è sentita così “piccata” dalla loro presenza? Resta il sospetto…

 ” C’è solo una risposta che ci fa capire la profondità della crisi della Chiesa e della cultura liberale dell’inclusività. La verità è esclusiva. Non inclusiva. Esclusiva...!!" ha detto e ripetuto don Aldo.

Entriamo nella settimana Santa:  la Verità, Gesù Cristo, viene percosso ed appeso su una Croce. La veridicità delle parole del sacerdote si vede da questo…chi dice la verità è scomodo,.. chi è scomodo sta fuori!!

Al termine del suo discorso don Aldo invitava alla calma ed al perdono, dicendo:

"Questa vicenda dimostra come all’interno stesso della Chiesa siano calate le tenebre più fitte. Noi non abbiamo nessun astio, nessun rancore. Non usiamo la forza. La nostra forza è la pazienza e il perdono.

E si  inginocchiava sul sagrato del santuario, di fronte alla statua dell' Addolorata giunta lì, a bordo delle spalle amorevoli dei fedeli.

Un prete inginocchiato a terra, davanti al portone chiuso di una chiesa. Un contrasto incredibile, immerso in un silenzio eloquente. Immagine di grande forza, che ha già fatto il giro del web e che ha suscitato nei fedeli rimasti fuori, l'idea di realizzare un volantino che sta facendo il giro dell' etere.

Volantino che invita a pregare per quei sacerdoti “ indaffarati e distratti” che hanno smarrito il proprio del sacerdote, così prezioso e bello in nome di una fantomatica “unita’ dei carismi” e di  enigmatici “confronti costruttivi”.

Peccato che non si sia neanche cercato il “confronto costruttivo” con la San Pio X. Ma il dialogo è un lusso e, come tale, solo qualcuno  se lo può permettere…

Al termine di queste mie povere riflessioni mi sento di dire grazie a don Aldo e a tutti i fedeli esclusi. Grazie per il vostro coraggio che, ne sono certo, porterà frutti spirituali incredibili. Che Dio vi benedica!

Valter Tuninetti, Cuneo 

31 marzo, Martedì Santo, a.D. 2026

Link per approfondimenti

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giovedì, marzo 26, 2026

La pericolosa consuetudine della Comunione sulla mano. D. F. Bortoli a Cinzia Notaro


a cura di Veronica Cireneo 

In questa intervista, riportata su Stilum Curiae, Cinzia Notaro (C.N) domanda al sacerdote don Federico Bortoli (D.F.B ) come è potuto accadere che la pericolosa consuetudine della Comunione sulla mano, da eccezione che era, sia diventata la regola. Buona lettura

§§§


LA COMUNIONE SULLA MANO SI E’ DIFFUSA DOPO IL 1969, ma...

C.N. : ... come è potuto accadere, se la Sacra Congregazione del Culto Divino con il “Memoriale Domini” del 1969  aveva solennemente decretato che la pratica della Comunione sulla lingua avrebbe dovuto essere indiscutibilmente conservata?

Ce lo spiega Don Federico Bortoli, Cancelliere vescovile, Vicario giudiziale e consulente ecclesiastico dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, nonché Difensore del Vincolo presso il Tribunale Ecclesiastico Flaminio di Bologna, nel libro curato dal card. Robert Sarah: “La distribuzione della Comunione sulla mano” (edizioni Cantagalli 2018), in cui si affrontano anche i temi della secolarizzazione dei sacerdoti e la clericalizzazione dei laici: un tempo solo i sacerdoti e il diacono celibe, prossimo ad essere ordinato presbitero, potevano toccare l’Ostia consacrata o il calice del preziosissimo Sangue (...)


D.F.B: "Il Memoriale Domini del 1969 è il primo documento ufficiale della Chiesa che ha evidenziato ... la riverenza e il rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia, in quanto non è un cibo qualsiasi. (C'è) il pericolo di eventuali profanazioni e della dispersione di frammenti.

Solo laddove l’abuso della pratica della Comunione sulla mano ormai non poteva essere più fermato, fu lasciata la possibilità alle conferenze episcopali di chiederne l’indulto.

Tuttavia insieme al “Memoriale Domini”, le diverse conferenze episcopali ricevettero una lettera pastorale di risposta affermativa alla richiesta dell’indulto, dove si parla in termini positivi della pratica della Comunione sulla mano, come se si trattasse di un invito implicito, a cui aderirono quasi tutte le conferenze episcopali.

Ricevere la comunione sulla mano – prosegue don Bortoli –  porta inevitabilmente a favorire la mancanza di fede nella transustanziazione.

Le stesse conferenze episcopali, nelle catechesi preparatorie, avrebbero dovuto spiegare le ragioni per cui la Chiesa preferisce la Comunione sulla lingua e se, nonostante queste raccomandazioni, qualcuno avesse voluto comunque ricevere l’ostia sulla mano, avrebbe dovuto farlo con la massima attenzione.

In realtà le conferenze episcopali hanno fatto una vera e propria campagna promozionale della Comunione sulla mano, dicendo che era il modo migliore per ricevere l’Eucaristia, perché: praticata dai primi cristiani, più confacente alla dignità della condizione battesimale, un modo per partecipare più attivamente alla liturgia, e così via. Ma tra la documentazione inedita riportata, vi sono anche segnalazioni da parte dei fedeli che attestano come la pratica della Comunione sulla mano li abbia disorientati, favorendo irriverenze e profanazioni.

Non a caso il Card. Sarah nella prefazione al libro  si chiede: ‘E’ veramente troppo umiliante prostrarsi e stare in ginocchio davanti al Signore Gesù Cristo?’. “L’uomo –  continua don Federico – non è uno spirito disincarnato, ma è costituito di anima e di corpo. Quindi tutto ciò che è materiale ed esteriore è importante e nella liturgia gli atteggiamenti esteriori del corpo sono espressione di ciò che è interiore.

Inginocchiarsi mentre si riceve l’Eucaristia ci aiuta ad essere maggiormente consapevoli di Chi andiamo a ricevere prostrandoci in adorazione.

Purtroppo accade, e ciò si verifica spesso, che venga negata la Comunione a chi desidera ricevere l’Eucaristia in ginocchio. E’ un grave abuso”.

Il “Redemptionis Sacramentum” della Congregazione per il Culto Divino del 2004 ha sottolineato che ogni fedele ha diritto a ricevere la Comunione sulla lingua e in ginocchio”.

“Con la Riforma Liturgica si è dato spazio allo spontaneismo e alla creatività. Molti sacerdoti  manipolano e cambiano la liturgia secondo i propri gusti, come se ne fossero non i servitori, ma i proprietari.

Credo che questo sia dovuto al venir meno della fede nella Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia.

L’aspetto sacrificale della Santa Messa viene messo in secondo piano e l’Eucaristia considerata di fatto un  simbolo fino al punto di essere vissuta come un incontro conviviale fraterno.

Per molti la Santa Messa è considerata una festa, dove l’assemblea celebra se stessa. Si sente parlare di transfinalizzazione e di transignificazione.

Occorre una nuova rievangelizzazione dei fedeli laici, ma prima di tutto devono essere gli stessi sacerdoti ad insegnare l’autentica dottrina eucaristica e a dare esempio di rispetto verso l’Eucaristia.

E’ necessario rimanere ancorati alla Tradizione cattolica".

Fonte Stilum Curiae

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martedì, marzo 24, 2026

Velatio Crucis. La velatura della Croce nella prima settimana di Passione


a cura di Veronica Cireneo 

Con la quinta domenica di Quaresima o Prima di Passione, quest'anno il 22 Marzo appena trascorso, si entra nella settimana che precede la Settimana Santa. In questo tempo forte di anticipazione e preparazione alla Passione di Gesù Cristo, entrando nelle chiese, in linea con la Tradizione, si possono notare statue, icone e Croci velate di stoffe violacee. Di che si tratta? Lo scopriremo in questo breve articolo che ci parla dell'origine, dei dettagli e del significato escatologico di questo antico rituale, risalente al IX secolo e conosciuto col nome di: "Velatio Crucis". Buona lettura e meditazione.

§§§


In origine limitata alla sola Settimana Santa - che si apriva con la Domenica delle Palme, detta appunto “De Passione Domini” - con l'andare del tempo,  la contemplazione della Passione del Signore, così feconda per la vita spirituale, cominciò ad essere anticipata e celebrata anche nella settimana precedente. Questo tempo speciale, che si inserisce nel già propizio tempo di Quaresima, viene sottolineato con alcune specifiche regole cultuali. Tra queste la più caratteristica è la “Velatio”, ovvero la velatura delle Croci e delle immagini della chiesa.

 
• A norma del Messale tridentino, nel sabato che precede la I domenica di Passione, (quindi il sabato della IV settimana di Quaresima), «finita la Messa e prima dei Vespri si coprono le Croci( ... )che restano coperte fino al termine dell’adorazione della Croce da parte del celebrante il Venerdì Santo, mentre le statue e le icone fino all’intonazione del Gloria nella Messa della Vigilia Pasquale. 

In tale periodo solo le immagini della Via Crucis restano senza velo.

Il giovedì santo la Croce dell’Altare Maggiore, per il tempo della Messa, si copre con un velo bianco.
 

• Si tratta di un rito molto antico risalente addirittura al sec. IX,  probabilmente retaggio riguardante i penitenti pubblici (...).

• I penitenti pubblici erano i fedeli che si erano resi colpevoli di gravi peccati dopo il Battesimo. Questi, dopo un periodo di penitenza, nel periodo precedente la Pasqua, venivano riammessi alla comunione la mattina del Giovedì Santo, con un apposito rito.

Nel tempo, poi, tutti i cristiani furono più o meno assimilati ai penitenti pubblici, nella consapevolezza della necessità per tutti di un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua del Signore.

Così cominciò a diffondersi l’abitudine di nascondere ai fedeli l’altare maggiore, per mostrare visivamente gli effetti del peccato, che rompe la comunione con il Signore e ne oscura la visione. Da sempre, infatti, la liturgia si esprime in una ricchezza di segni che rendono manifesta la realtà dei Misteri celebrati sull’altare (...).

Il Concilio di Trento, riferendosi in particolare alla S. Messa, motiva questa consuetudine ricordando che:

 «La natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti [...] per introdurre i fedeli con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo Sacrificio» (DS 1746).

così, come è importante la presenza dell’immagine, altrettanto rilevante è la sua assenza. Il nascondimento dei Santi e di Cristo Stesso aiuta ad alimentare l’attesa del giorno di Pasqua, giorno in cui quei volti si offrono nuovamente al nostro sguardo.

Al di là della sua origine, il rito della “Velatio” conserva, infatti, ancora oggi un profondo significato e un' intensa capacità catechetica ed emotiva: nascondere alla vista le immagini dei Santi aiuta a concentrarsi su Colui che è l’origine di ogni santità: Gesù Cristo, che rende accessibile il cielo agli uomini. Senza di Lui la nostra vita non avrebbe più una dimensione trascendente, ma sarebbe solo un vagare nelle tenebre del peccato e “nell’ombra della morte”.

• La velatura delle Croci mostra la privazione di Cristo, il “venir meno dello sposo”:

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi” - dice il profeta Isaia (53,8).

Quei veli che nascondono il Cristo alla nostra vista stanno a ricordare che quell’evento riaccade ancora oggi.
Che anche noi siamo “tra gli uccisori di Cristo”, tra quelli che lo volevano gettare dal precipizio della città di Nazaret, o lapidarlo nel tempio di Gerusalemme.

Si tratta, dunque, di un segno efficace che aiuta a meditare, riflettere e pregare sulla tragicità della condizione umana senza la presenza del Dio redentore.

• Nella sua ricchezza di significati il segno della “Velatio” rimanda anche alla velatura della Divinità di Nostro Signore, che possiamo illustrare con queste splendide parole di Sant’Agostino sulla passione del Signore:

Dio era nascosto; si vedeva la debolezza, la maestà era nascosta; si vedeva la carne, il Verbo era nascosto. Pativa la carne; dov’era il Verbo, quando la carne pativa? Eppure neanche il Verbo taceva, perché c’insegnava la pazienza”.

La gloria di Cristo, dunque, è eclissata sotto le ignominie della Passione.

• (..)In tale contesto, Dio va cercato nel proprio cuore, è lì che deve risorgere. Risulta particolarmente efficace al riguardo questa citazione di B. Pascal:

Gli uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che è nascosto alla loro coscienza. Egli non sarà colto che da quelli che lo cercano anzitutto nel cuore”.
 

• Dopo la riforma liturgica la pratica della “Velatio”, è stata pressoché universalmente abbandonata, sulla scorta di un malinteso “spirito conciliare”.
In realtà, questo rito, di cui abbiamo cercato di spiegare la profondità e la ricchezza, conserva tutta la sua attualità.
Si rese necessario, pertanto, un intervento chiarificatore della Congregazione per il Culto Divino circa l’opportunità di conservare o recuperare questa usanza, come indicato nella lettera circolare "Paschalis sollemintatis"  del 16 gennaio 1988:

«L’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere utilmente conservato secondo il giudizio della conferenza episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della passione del Signore il venerdì santo; le immagini fino all’inizio della Veglia Pasquale» ( n. 26).

La Conferenza Episcopale Italiana, dal canto suo, ha sempre fatto rinvio agli usi locali.
La stessa circolare specifica nel capitolo IV a proposito della Messa Vespertina del Giovedì Santo nella Cena del Signore:

Terminata la Messa [in Cena Domini] viene spogliato l’Altare della Celebrazione. E’ bene coprire le Croci della Chiesa con un velo di colore rosso o violaceo, a meno che non siano state già coperte il sabato prima della Domenica V di Quaresima. Non possono accendersi le luci davanti alle Immagini dei Santi”.

•Il velo, che nella notte del Sabato Santo viene tolto o precipita rovinosamente, ha un definitivo significato escatologico: indica che al nostro orizzonte è restituita la visione dell’aldilà. Possiamo guardare con fiducia oltre la morte, poiché il Vivente sta lì, “primogenito di molti fratelli”, ad assicurarci che il nostro destino è il Cielo (……)
 

Con la sua Risurrezione Cristo ha guarito la nostra “cataratta” spirituale. E il segno del velatura rimossa, che restituisce Cristo alla nostra vista, lo esprime in modo eloquente.
 
Alessandro Scaccianoce, Diacono 
Fonte (qui)

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24 marzo a. D.2026
Martedì di Passione

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sabato, marzo 21, 2026

Il Catechismo del buon esempio (3). Il segno della Pace. Mauro Bonaita


Volantino n.3: Ìl segno della Pace

a cura di Veronica Cireneo 

Nella Messa Tridentina il segno della pace tra fedeli non è contemplato, ma nel rito riformato, anche se si potrebbe omettere, esiste e in molti casi diventa occasione di disordine e distrazione. Ma come scambiarsi il segno della pace in modo corretto? Ce ne parla Mauro Bonaita in questo terza parte (qui potete trovare la prima e qui la secondadella sua rubrica: "Il Catechismo del buon esempio", che prende le mosse dai documenti ufficiali ecclesiali. In calce all'articolo trovate il PDF del volantino da stampare e diffondere nelle Parrocchie e in ogni luogo opportuno e non opportuno.  Buona lettura

§§§

Rubrica:

"Il catechismo del Buon esempio. Quello più virtuoso” 

 IL “SEGNO” DELLA PACE DEVE CONVERGERE NEL SACRAMENTO DELLA PACE

Il momento del segno di pace durante la messa, si sa, è diventata occasione per esprimere sentimenti di affetto umano e troppo spesso diventa quindi occasione per dare sfogo a effusioni eccessive, egocentriche e disordinate che distraggono la celebrazione dal vero significato: l’unione al sacrificio di redenzione che di lì a poco viene annunciato nella frazione del Pane che unisce tutti i membri della Chiesa nel Corpo di Cristo morto e risorto per salvarci. Sul modo giusto di scambiarsi il segno della Pace, il “Nuovo ordinamento del Messale Romano” [1] e la “Redemptionis Sacramentum” [2] recitano quanto segue:

“Conviene che ciascuno dia la pace soltanto a coloro che gli stanno più vicino, in modo sobrio. Il Sacerdote può dare la pace ai ministri, rimanendo tuttavia sempre nel presbiterio, per non disturbare la celebrazione.”

Certi usi bizzarri e piuttosto indegni, comparsi soprattutto dopo il covid, sviliscono il concetto e il valore stesso della Pace e insinuano ancora una volta quel falso senso di carità e di fratellanza umana che, esalta l’uomo ed, esclude Dio presente sull’Altare.

Le cattive interpretazioni furono già oggetto di tentativi di correzione anche da parte della “Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti” con la lettera Circolare “L’Espressione rituale del dono della Pace nella Messa” del 2014 [3] che recita quanto segue:

Se si prevede che esso non si svolgerà adeguatamente a motivo delle concrete circostanze o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo in determinate occasioni, si può omettere e talora deve essere omesso….”

E continua:

“...ad ogni modo, sarà necessario che nel momento dello scambio della pace si evitino definitivamente alcuni abusi come:

-l’introduzione di un “canto per la pace”, inesistente nel Rito romano

- lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi il segno della pace tra loro.

 

l’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele.

- ( si eviti) che in alcune circostanze, come la solennità di Pasqua e di Natale, o durante le celebrazioni rituali, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Confermazione, il Matrimonio, le Sacre Ordinazioni, le Professioni Religiose e le Esequie, lo scambio della pace sia occasione per esprimere congratulazioni, auguri o condoglianze tra i presenti.”

C'è inoltre un ulteriore chiarimento da fare - ne parleremo più a fondo nella puntata successiva - e riguarda l'uso errato di darsi la mano al Padre Nostro. Ci sono varie testimonianze sull'argomento, ma qui riportiamo la rivelazione privata, ricevuta da Maria Simma da parte delle anime del Purgatorio.

Al quesito espresso dall’ intervistatore che le chiese:

Furono le anime del Purgatorio a dirle che lo scambiarsi il segno di pace ed il darsi la mano durante il ‘Padre Nostro’ non va bene? ”

 Ella rispose:

, furono loro”.

Concludendo si può dire che, per mitigare certi usi, l’atteggiamento più opportuno in questo momento della Messa potrebbe essere quello di rimanere inginocchiati come elogiato nel “Nuovo Ordinamento del Messale Romano” che recita così:

"Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della Preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice – Ecco l’Agnello di Dio –, tale uso può essere lodevolmente conservato”.[4]

E considerando la situazione attuale, sarà utile e opportuno mantenere anche il capo chino: in alcune parrocchie "  creative" potrebbe risultare così prudente, da evitare circostanze imbarazzanti e di certo poco edificanti.

Laudetur Jesus Christus 

Mauro Bonaita, Reggio Emilia

Sabato 21 marzo a. D. 2026

Per approfondire, consultare i seguenti documenti:
[2] – “Redemptionis Sacramentum” [72.]


Link al PDF del volantino da stampare e diffondere 

https://drive.google.com/file/d/1dNzsUse8CftR0o1t0vrPeiUvkimxzVOH/view?usp=sharing

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mercoledì, marzo 18, 2026

LA MESSA ANTICA NON SCOMPARIRÀ MAI. Monsignor Schneider


La Messa di secoli non finirà mai
La Messa dei secoli non scomparirà mai.
Adattiamo la Messa Nuova sulla base di quella antica

a cura di Veronica Cireneo 

Chi conosce il programma operativo con cui si sono affacciati sulla scena del mondo cattolico gli Alleati dell'Eucarestia, visionabile in questo loro Vademecum e chi conosce cosa pensano gli Alleati della Messa Antica capirà pienamente quale consolazione possa suscitare l' intervista che Monsignor Schneider ha recentemente rilasciato al giornalista Wailzer di LifeSiteNews... Buona lettura 

 §§§

Schneider:"(...) vedo un futuro luminoso nella Chiesa"

(...) questa celebrazione della Messa, che io chiamo Messa dei secoli, è indistruttibile e un Papa non potrà mai cancellarla, per quanto ci provi”, ha affermato Schneider.

Sopravvivrà. Forse per un certo periodo dovrà rifugiarsi nelle catacombe, ma non scomparirà mai.

E poi, un giorno – e ne sono convinto, è la mia opinione personale – un Papa celebrerà nuovamente la Messa tradizionale a Roma, nella Basilica di San Pietro, con la massima solennità. Non è la Messa antica, ma la Messa della gioventù"

Mons. Schneider ha sottolineato che non ama definire il Rito Romano Tradizionale come la Messa antica, perché in realtà ... è soprattutto la Messa dei secoli.

Ha ricordato che i testi e le rubriche di questa Messa risalgono ai tempi di Sant'Ambrogio, quindi almeno al IV secolo (...)

"Nel corso dei duemila anni di storia della Chiesa, la Messa tradizionale è sempre cresciuta in modo lento e armonioso, senza mai subire rotture nel rito. Alcune piccole modifiche sono state introdotte nel corso del tempo, ma sempre con estrema prudenza e rispetto. Piccoli cambiamenti ci possono sempre essere, ma mai in modo drastico. Devono essere fatti con grande delicatezza".

Alla domanda se la Messa tradizionale tornerà a essere la norma nella Chiesa, Mons. Schneider ha risposto con una previsione interessante:

“Penso che l’attuale cosiddetta ‘Nuova Messa’ debba essere riformata, passo dopo passo, fino ad avvicinarsi sempre di più alla Messa Antica al rito tradizionale.”

Secondo il vescovo, in futuro la Chiesa potrebbe avere due forme della Messa, entrambe più simili alla tradizione rispetto a oggi.

“La Messa tradizionale rimarrà invariata, o al massimo con qualche nuovo prefazio o festa liturgica, ma il suo ordinamento non verrà toccato.”

 “La cosiddetta Messa ordinaria, che oggi è la norma, subirà un’evoluzione fino a diventare quasi identica alla Messa tradizionale.”

“Forse la differenza sarà che, in questa forma ordinaria rinnovata, si userà più il vernacolo rispetto alla forma tradizionale, che resterà quasi interamente in latino. Potrebbero esserci anche qualche piccola variazione nelle rubriche.”

Infine, Mons. Schneider ha citato un aneddoto significativo su Mons. Marcel Lefebvre, il fondatore della Fraternità San Pio X:

“Una volta, Mons. Lefebvre disse che, se avesse dovuto scegliere tra celebrare il Novus Ordo interamente in latino o la Messa tradizionale interamente in francese, avrebbe preferito celebrare la Messa tradizionale in francese piuttosto che il Novus Ordo in latino. E aveva ragione.”

http://www.alleatieucarestiaevangelo.it/2024/06/non-praevalebunt-la-messa-antica-non-si.html 


Fonte:qui

18 marzo 2026

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sabato, marzo 14, 2026

Rubrica: "Il catechismo del buon esempio" .Volantino n. 2: insegnamo ai piccoli ad inginocchiarsi. M.Bonaita


a cura di Veronica Cireneo 

Perché inginocchiarsi ed insegnare anche agli altri a fare così? Cosa dicono i documenti ufficiali della Chiesa? Un piccolo excursus realizzato dall'amico Mauro Bonaita, in questa seconda parte ( qui potete trovare la prima) riguardante l'Adorazione eucaristia da indirizzare ai piccoli del catechismo. In fondo all'articolo, il PDF da stampare e diffondere in tutti i luoghi opportuni e non opportuni. Buona lettura 

§§§

NON SCANDALIZZIAMO I “PICCOLI” DEL CATECHISMO: EDUCHIAMOLI COL BUON ESEMPIO.
“Il catechismo del Buon esempio è il più virtuoso”
 L' ADORAZIONE EUCARISTICA, FIN DALLA CELEBRAZIONE LITURGICA
L’Ordinamento Generale del Messale Romano, circa il momento della Consacrazione, cita quanto segue:
S’inginocchino poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione.”
 
Poi continua:
 
“Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della Preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice Ecco l’Agnello di Dio, tale uso può essere lodevolmente conservato. [1]”
 
Già Sant' Agostino aveva detto:
«Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – Nessuno mangia questa carne senza prima adorarlapeccheremmo se non la adorassimo». Nell'Eucaristia, infatti, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi; l'adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in sé stessa il più grande atto d'adorazione della Chiesa [2].”
 
“Così la carità ci porta a rendere a Dio ciò che in tutta giustizia gli dobbiamo in quanto creature. La virtù della religione ci dispone a tale atteggiamento". [3]
 
Della virtù della religione, l'adorazione è l'atto principale. Adorare Dio è riconoscerlo come Dio, come Creatore e Salvatore, Signore e Padrone di tutto ciò che esiste, Amore infinito e misericordioso. «Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai» (Lc 4,8), dice Gesù, citando il Deuteronomio (Dt 6,13)" . [4]
 
Il peccato di tentare Dio
Tra i peccati più gravi che si possono commettere, infatti, vi sono i peccati di “irreligione”, perché sono contro il primo comandamento. Tra i peccati di irreligione c’è l’azione di tentare Dio, che supponendo di avere un rapporto speciale con Lui, si ritiene di essere autorizzati a renderGli irriverenza:
 
L'azione di tentare Dio consiste nel mettere alla prova, con parole o atti, la sua bontà e la sua onnipotenza. È così che Satana voleva ottenere da Gesù che si buttasse giù dal Tempio obbligando Dio, in tal modo, ad intervenire. Gesù gli oppone la parola di Dio: «Non tenterai il Signore Dio tuo» (Dt 6,16). La sfida implicita in simile tentazione di Dio ferisce il rispetto e la fiducia che dobbiamo al nostro Creatore e Signore. In essa si cela sempre un dubbio riguardo al suo amore, alla sua provvidenza e alla sua potenza".[5]
 
Anche noi, quando sfidiamo la riverenza dovuta a Dio, non riconoscendoLo come tale, è come se volessimo farlo scendere nuovamente nella nostra umanità (come invitarlo ancora a buttarsi giù dal Tempio), quando invece Dio ci chiede di elevare noi stessi per immergerci nei Suoi Misteri. Questo ribaltamento della Divina Volontà fa supporre che se Cristo scendesse nuovamente tra noi uomini, lo metteremmo ancora in Croce.
 
• Il sacrilegio
Il sacrilegio consiste nel profanare o nel trattare indegnamente i sacramenti e le altre azioni liturgiche, come pure le persone, gli oggetti e i luoghi consacrati a Dio. Il sacrilegio è un peccato grave soprattutto quando è commesso contro l'Eucaristia, poiché, in questo sacramento, ci è reso presente sostanzialmente il Corpo stesso di Cristo".[6]
 
Secondo il canone 1364 - § 1:
"(…..)non riconoscere il Corpo di Cristo nelle specie Eucaristiche ci allontanerebbe dall’unità della Chiesa in un atto di scomunica latae sententiae, per eresia".
 
Fu l’Apostolo Paolo a dire:
“(.….) chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna" . (1Cor 11,29)
 
La profanazione
Trattare Gesù Cristo, sotto le Specie del Pane e del Vino, alla pari, come si evince nell'atto di restare in piedi alla Comunione, accantonando la Sua Divinità, a Lui unita ipostaticamente, è un vero e proprio atto di profanazione verso l’Eucarestia.
 
• L' Adorazione 
Inginocchiarsi dinnanzi al nostro Dio Creatore, Salvatore e Santificatore, che è morto in Croce per la nostra salvezza è un atto di Adorazione giusto e dovuto, così come anche è insegnato dal  Catechismo della Chiesa Cattolica che al 1378 cita quanto segue:
 
Nella liturgia della Messa esprimiamo la nostra  Fede nella presenza reale di Cristo sotto le Specie del Pane e del Vino... con la genuflessione, o con un profondo inchino in segno di adorazione verso il Signore. La Chiesa cattolica professa questo culto latreutico al sacramento eucaristico non solo durante la Messa, ma anche fuori della sua celebrazione, conservando con la massima diligenza le Ostie consacrate, presentandole alla solenne venerazione dei fedeli cristiani, portandole in processione con gaudio della folla cristiana “. [7]
 
Infine ricordiamo il passo dell’Invitatorio che ogni Pastore d’anime è tenuto a recitare quotidianamente alla prima ora del giorno:
 
Venite, prostrati adoriamoin ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.”

 
Volantino n.2: insegnamo ai bambini ad inginocchiarsi

 
Mauro Bonaita, Reggio Emilia
14 marzo a. D.  2026

 •••
- Per approfondire, consultare i seguenti documenti:
[2] – Sacramentum Caritatis [66.] – (Benedictus PP XVI - 22.02.2007)
[3] – Catechismo Chiesa Cattolica [2095.]
[4] – Catechismo Chiesa Cattolica [2096.]
[5] – Catechismo Chiesa Cattolica [2119.]
[6] – Catechismo Chiesa Cattolica [2120.]
[7] – Catechismo Chiesa Cattolica [1378.]
 
 
- LINK AL PDF (da stampare e diffondere)



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