giovedì, aprile 09, 2026

Sulla necessità di ritornare al confessionale con la grata fissa. D.G. Agnello


a cura di Veronica Cireneo 

A chi non è mai capitato di rimandare una confessione, che pure la coscienza ci indicava come impellente, per motivi di vergogna? Forse ciò non sarebbe accaduto se avessimo avuto la possibilità di confessarci in un confessionale con la grata fissa, che ci avrebbe permesso di evitare l'imbarazzante sguardo umano, nel momento così delicato dell'autoaccusa delle nostre più grandi miserie. Così, mentre ringraziamo il Cielo per tutte le volte che non ci ha ritirato dalla faccia della terra, in stato di disgrazia, seppur osservandoci affaccendati nel tentativo di imbatterci almeno in un sacerdote sconosciuto, per evitare di tacere qualche peccato a motivo della vergogna, svisceriamo bene l'argomento con l'aiuto del sacerdote don Giuseppe Agnello, che ringraziamo di cuore per lo sviluppo di questa tesi  tutta esposta a difesa della salvezza delle anime nostre. Buona lettura e condivisione.

§§§

TORNARE AL CONFESSIONALE CON LA GRATA FISSA 

Quando il servo di Dio Giàcomo Fesce (Jacques Fesch) fu folgorato da Cristo nel càrcere, e la gràzia compí quella liberazione interiore che lo portò da una vita lussuosa e infelice a una vita crocifissa e gioiosa, pur consapévole di procèdere verso la pena di morte per avere ucciso un poliziotto padre di tre figlî (consapevolezza che divenne certezza dopo che il tribunale si fermò a giudicare solo i fatti del passato, ma non la vita da risorto del presente), quest’uomo di Dio scriveva a frà Tommaso in una léttera:

«È la prima volta che piango làcrime di giòia, avendo la certezza che Dio mi ha perdonato, e che ora il Cristo vive in me, attraverso la mia sofferenza e il mio amore».

Una consapevolezza che dice la grandezza di quest’uomo e la grandezza de “L’Eterno di Galilea”, per usare il títolo di un libro del presto beato Fulto Scin (Fulton Sheen). Questi, infatti, spiega bene in questa sua òpera che:

 «Una virtú posseduta in grado eminente non rende grande l’uomo, piú di quanto un’ala renda completo un uccello. Come la forza dell’àquila si misura dalla distanza che corre tra la punta di un’ala e la punta dell’altra, cosí il caràttere dell’uomo non va giudicato dalla presenza di una virtú spinta a un grado eròico, bensí dalla distanza tra tale virtú e quella opposta. La personalità cristiana non è né piú né meno che l’accordo di due virtú opposte. In altre parole, un uomo veramente grande non sarà soltanto un coraggioso, giacché se l’uomo fosse coraggioso senza èssere compassionévole, correrebbe il perícolo di èssere crudele. La compassione è ciò che si potrebbe definire l’ala gemella del coràggio».

Nel caso del cristiano che si pente dei suoi peccati, le due ali di àquila sono la consapevolezza della pròpria dignità (di fíglio adottivo di Dio) e la consapevolezza della pròpria misèria (di peccatore).

Nel caso del cristiano che poi confessa le pròprie colpe al sacerdote, è necessària la gratitúdine verso di Dio e verso il suo amore, ma unita all’ala gemella dell’umiltà di chiamare per nome ogni peccato e di indicarne il número.

Senza questa grandezza del penitente, l’amore di Dio resterebbe lodato ma non corrisposto; e il peccato resterebbe odiato, ma non identificato, il che non farebbe arrivare nemmeno al pentimento imperfetto.

• Per questo, dunque, la Chiesa, maestra di saggezza e di umanità tanto quanto dispensatrice di divini misteri:

-tra i peccati contro il primo comandamento annòvera «la presunzione dell’onnipotenza e della misericòrdia di Dio (quella per cui si spera di ottenere il suo perdono senza conversione e la glòria senza mèrito)» (Cfr CCC 2092). Mette dunque in guàrdia da questa presunzione; insegna quanto ci ama Dio e come mèrita di èssere corrisposto per giustízia, gratitúdine e conformità alla nostra natura;

-mostra le cinque condizioni per una buona confessione (esame di coscienza, pentimento sincero, accusa dei peccati, propòsito di non commétterli piú, soddisfazione), ma fa di piú...

-ha pensato anche a un luogo e a una sede adatti dove riconciliarsi con Dio, in un modo che aiuta il penitente e protegge il sacerdote. Questo luogo è la chiesa e la sede è il confessionale con la grata, di cui vogliamo parlare in questa riflessione, visto anche l’inízio della Settimana Santa, tempo propízio per riconciliarsi con Dio.

Questa riflessione diventa anche necessària per arginare una certa crisi del Sacramento della penitenza. Sí, certo, le càuse della crisi sono nell’apostasia generale del mondo occidentale e nel mancato senso del peccato, ma dove la fede resiste, le catechesi non màncano, i richiami a confessarsi sono frequenti e la disponibilità dei sacerdoti è màssima.

Ci sono nemici diversi da combàttere, come la vergogna e il rispetto umano: laccî del demònio che tèngono lontani dal confessore o chiúdono la bocca su certi peccati.

 Su questo, vediamo cosa dice il Codice di Diritto Canònico al numero Can. 964:

§1. Il luogo pròprio per ricévere le confessioni sacramentali è la chiesa o l'oratòrio.

§2. Relativamente alla sede per le confessioni, le norme vèngano stabilite dalla Conferenza Episcopale, garantendo tuttavia che si tròvino sempre in un luogo visíbile i confessionali, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desíderano pòssano liberamente servírsene.

§3. Non si ricèvano le confessioni fuori del confessionale, se non per giusta càusa».

( Questa giusta càusa può èssere la necessità di confessare, in un ospedale, il malato a letto; in un campo di battàglia, il soldato penitente; a casa pròpria, un anziano che non può recarsi al confessionale; in un pellegrinàggio, i pellegrini che lo chièdono anche in assenza di una chiesa lungo il percorso; e símili).

• Don Nicola Bux, nel suo libro: Con i Sacramenti non si scherza (Cantagalli, Siena, 2016), afferma:

«Una ragione non secondària della crisi del sacramento della confessione è l’abbandono del confessionale con la grata: favoriva la discrezione, davvero fondamentale, fra il penitente e il confessore( . ..). È soprattutto un símbolo del segreto, o sigillo sacramentale, a cui ogni ministro è tenuto gravemente in coscienza, a costo della vita(. . .). Ai nostri giorni, converebbe usare la grata non solo per la confessione del gentíl sesso, ma anche per i ragazzi: interpone una barriera ai sensi, quindi contro il diàvolo. Inoltre, non vedere in fàccia il confessore, mette il penitente in condizione di parlare con libertà e, a quegli, consente la libertà di parlare al penitente nel nome di Dio. A meno che penitente e confessore non síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati. Padre Pio pare che non guardasse in fàccia il penitente. Infatti l'atteggiamento del confessore clàssico era quello di avvicinare l’orécchio alla grata, senza guardare, spesso con gli occhî chiusi, ascoltare e infine dare l’assoluzione» (p.131).

La confessione auricolare: formalizzata nel 1215 da Papa Innocenzo III, durante il IV concilio Lateranense.

Queste parole ci ricòrdano perché questo tipo di confessione è detta anche “auricolare”.

Serve l’ascolto, piú che lo sguardo.

-  tutto deve favorire l’ascolto di una confessione ben fatta: sincera, líbera da laccî, circostanziata, che non omette peccati e non si perde la meta.

- Non si può dare per iscontato che «penitente e confessore.. síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati.

- Dunque: si ritorni al confessionale con la grata; lo si favorisca (anziché averlo trasformato in uno sgabuzzino); 

-ci si fàccia trovare già in esso in giorni e orarî noti a tutti, perché non si perde mai tempo ad aspettare i penitenti in preghiera o meditazione. Dio li manderà a frotte, dov’è custodita la Sua sapienza; e dalla sapienza di Dio deriva ogni sapienza fra gli uòmini, nella Chiesa, nei suoi ministri, nei suoi fedeli. Dice l’Ecclesiaste:

«La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto, ne càmbia la durezza del viso» (Qo 8, v.1c).

Nel caso del confessionale questo accade perché a cambiare è anzitutto la durezza del cuore:

«Tu vuoi la sincerità del cuore e nell’íntimo mi insegni la sapienza…Puríficami…Crea in me, o Dio, un cuore nuovo» (Cfr Sal 50).

Comprendiamo allora perché il 7 Lúglio 1998 la “Commissione Pontifícia per l’autèntica interpretazione del Còdice di Diritto canònico”, a un quesito del 16 Giugno dello stesso anno:

«Si dúbita se, prestando attenzione a quanto prescritto dal can. 964, § 2, il ministro del sacramento, per una giusta càusa ed escluso il caso di necessità, possa decídere legittimamente, anche qualora il penitente dovesse richièdere altro, che la confessione sacramentale venga ricevuta nel confessionale munito di grata fissa?"

Rispose così:" Sí".

• Il Sommo Pontéfice Giovanni Pàolo II, nell’Udienza concessa al sottoscritto Presidente il 7 Lúglio 1998, informato della suddetta decisione, l’ha confermata e ne ha ordinato la promulgazione. 

Pertanto, lasciando fuori dal nostro discorso la “giusta càusa” e lo “stato di necessità”, la vita e la penitenza ordinàrie richièdono questa sede con grata fissa.

• Il demònio del resto  ̶   lo si può verificare anche nel “sogno dei tre laccî” che san Giovanni Bosco racconta ai suoi ragazzi il 4 Aprile 1869  ̶  si impegna per far si che ci si confessi male. Lo fa con i gióvani, ma anche con chi non è piú gióvane, e:

-come primo làccio usa la vergogna che non fa dire alcuni peccati in confessione (il silènzio colpévole ne è effetto); 

-come secondo làccio usa lo svilimento della confessione ad atto màgico che non richiede il dolore dei peccati; e infine 

- come terzo làccio banalizza il propòsito di emendarsi e non fa méttere in pràtica i consiglî del confessore.

Di questi tre laccî:

- il primo è spezzato dalla grata fissa dei confessionali;

- il secondo dal meditare sulla passione di Gesú Cristo come conseguenza dei nostri peccati, non solo come atto supremo dell’amore di Dio per noi;

-il terzo làccio è spezzato dal timór di Dio, dal momento che Dio non si làscia prèndere in giro da nessuno.

In questo modo di accostarsi al sacramento della Confessione, si prenderà sul sèrio il Sàngue di Cristo versato per istituirla e per lavarci i peccati.

E si terranno unite giustízia e misericòrdia, le due ali che permetteranno al penitente, non ingannato dalla cattiva vergogna, di volare in alto, fuggendo l’inferno e possibilmente anche il purgatòrio. Sí!

L’inferno e il Purgatòrio:

- il primo infatti attende chi non rinnega e non ha perdonato il peccato mortale;

- il secondo attende chi non rinnega anche i peccati veniali e non si impegna a riparare adesso ai loro effetti sul Corpo Místico, che è la Chiesa. 

 
Don Giuseppe Agnello 

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9 aprile a D. 2026

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