lunedì, marzo 02, 2026

Partecipi alla Messa Tridentina? Per qualcuno sei scismatico. Ma si sbaglia...




a cura di Veronica Cireneo 

Deve essere molto triste  la vita di un pastore che abbia perso la fede! Anche l'abito potrebbe farsi più pesante se indossato da un consacrato come lo indossano le maschere di carnevale. Ciò premesso non stupisce come possano spingersi tanto contro la Messa Apostolica, che dovrebbe essere invece loro ottimo interesse, vanto e sostegno, Vescovi come il brasiliano Mons Pereira, che considerando erroneamente scismatici coloro che amano la Messa di sempre, fa più il paio col confratello di Bahia che ad agosto promosse un macumba in chiesa, che altro. L'articolo precedentemente comparso su Stilum Curiae costituisce un vero e proprio segno dei tempi. Oremus

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Marco Tosatti. Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Infovaticana, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e condivisione.

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Prima diocesi al mondo a scomunicare i fedeli che partecipano alla messa tradizionale, perché ritenuti "scismatici"Mons. Carlos Alberto Breis Pereira OFM

L’Arcidiocesi di Maceió (Brasile) ha rilasciato una dichiarazione ufficiale affermando che celebrare la Messa secondo il Messale di San Pio V al di fuori dell’unico luogo autorizzato sarà considerato un “atto di scisma pubblico” e comporterà la scomunica automatica dei fedeli presenti, ai sensi dei canoni 751 e 1364 § 1 del Codice di Diritto Canonico. Il testo, autorizzato dal Vescovo Carlos Alberto Breis Pereira OFM, afferma inoltre che la Messa in rito antico è consentita solo nella Cappella di San Vincenzo de’ Paoli una volta alla settimana e non è autorizzata “in nessun altro luogo”, né religioso né laico, né nelle associazioni civili.

La questione non è meramente disciplinare. Limitare un luogo di celebrazione è una cosa; etichettare come scismatici coloro che partecipano a celebrazioni non autorizzate e associare tale partecipazione alla pena più severa prevista dal diritto canonico è tutt’altra cosa. Parlare di scisma e di scomunica automatica non è retorico: colloca specifici individui nella sfera penale più estrema, con conseguenze spirituali e legali devastanti.

È importante chiarire questi concetti. Il canone 751 definisce lo scisma come il rifiuto di sottomettersi al Romano Pontefice o il rifiuto di essere in comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti. In altre parole, lo scisma non è “fare qualcosa senza permesso”, né “preferire un rito”, né tantomeno “disobbedire” su un punto specifico. È una rottura formale ed effettiva della comunione con l’autorità del Papa o con la comunione ecclesiale. È una categoria eccezionale perché descrive una frattura nel vincolo visibile della Chiesa.

Il canone 1364 § 1 stabilisce che l’apostata, l’eretico o lo scismatico incorre nella scomunica latae sententiae, cioè automaticamente, per il fatto stesso di commettere il reato. Tuttavia, affinché esista un “reato”, non è sufficiente che un superiore ecclesiastico lo affermi in una nota. Nel diritto canonico valgono i principi classici: stretta conformità alla definizione legale del reato, interpretazione restrittiva delle pene, imputabilità del soggetto e, ordinariamente, condotta oggettivamente idonea a causare la rottura della comunione descritta dalla norma.

Identificare la celebrazione del rito antico al di fuori di un luogo autorizzato come scisma solleva quindi un problema fondamentale. Un illecito disciplinare, anche grave, non diventa automaticamente scisma, tanto meno quando coinvolge i fedeli. Per parlare di scisma, occorre dimostrare che l’atto implichi, per sua natura o per l’intenzione di chi lo compie, un rifiuto di sottomissione al Papa o una rottura della comunione. Senza questa intenzione di separazione, l’etichetta penale diventa espansiva e arbitraria. E quando una pena automatica viene estesa attraverso l’interpretazione oltre la definizione legale del reato, ciò che emerge è l’incertezza giuridica.

Ciò ha immediate conseguenze pastorali. L’autorità episcopale, per sua stessa natura, è ordinata all’edificazione e alla salvezza delle anime. L’uso del linguaggio penale più severo in un conflitto liturgico produce l’opposto: inquietudine, confusione, timore del peccato e scandalo pubblico. Se ai fedeli viene detto che possono essere scomunicati “automaticamente” per aver partecipato a una celebrazione di rito antico al di fuori di un luogo specifico, si introduce una pressione spirituale inappropriata per la legge, che dovrebbe proteggere le persone da applicazioni sproporzionate del potere punitivo.

Didatticamente, la distinzione cruciale è questa: una celebrazione può essere illecita senza essere scismatica. Un atto può essere disobbediente senza costituire una rottura della comunione con il Romano Pontefice. E una pena così estrema come la scomunica non può diventare un ordinario meccanismo di controllo disciplinare, né può essere applicata per estensione concettuale. La scomunica è pensata per i casi in cui la comunione viene interrotta in modo reale e formale, non per risolvere controversie attraverso una scorciatoia penale.

Se parliamo anche di scomunica automatica (latae sententiae) , il rigore deve essere ancora maggiore. La scomunica automatica non dipende da una dichiarazione amministrativa; dipende dall’oggettiva sussistenza del reato nei termini rigorosi della legge. Proprio per questo motivo, la tradizione giuridica della Chiesa ha insistito nell’interpretare queste pene in modo restrittivo e nell’impedire che i fedeli fossero in balia di letture massimaliste del codice penale. Quando la scomunica automatica viene invocata in una questione controversa, il rischio di ingiustizia e di abuso di coscienza si moltiplica.

La Santa Sede, garante dell’unità e del corretto uso del diritto universale, dovrebbe chiarire con urgenza la portata di questo tipo di comunicazioni ufficiali. Se si afferma l’idea che celebrare o assistere al rito antico al di fuori di un luogo autorizzato sia “di per sé” un atto scismatico, l’erosione della certezza del diritto canonico raggiunge livelli estremamente gravi. Non si tratta di una disputa liturgica: è la soglia stessa tra disciplina e rottura ecclesiale, tra correzione pastorale e sanzione penale estrema.

O Roma corregge e definisce con precisione questa classificazione, oppure si normalizzerà un modello pericoloso: l’uso dell’autorità episcopale per seminare inquietudine e scandalo nei cuori delle persone attraverso minacce di pene massime senza una definizione rigorosa del reato.

Nella Chiesa, l’autorità ha lo scopo di salvaguardare la comunione, non di svuotare la nozione di scisma del suo contenuto giuridico o di banalizzare la scomunica.

Quando la legge viene usata come arma e non come garanzia, la ferita non è subita solo da un gruppo di fedeli: è la credibilità della giustizia della Chiesa e la fiducia nel governo pastorale stesso a soffrirne.

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2 marzo 2026

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