a cura di Veronica Cireneo
Ogni occasione è buona per ribadire la sana dottrina cattolica e molto bella è questa meditazione che esalta la preghiera che Gesù ci ha insegnato: il Pater Noster. Preghiera cattolica per antonomasia, inevitabilmente attaccata dal cancro della falsificazione. La versione aggiornata, infatti: tra pruriginose censure, immotivate aggiunte e tossiche distorsioni, sia del contenuto grafico, che teologico, che didattico, ha trasformato una preghiera in un obrobrio. Ma se i manipolatori, dalla Fede assente o mediocre, non trovano pace, noi consigliamo di prenderne le distanze e di mantenersi fedeli alla versione tradizionale originale: possibilmente recitando il Pater Noster in latino. Buona lettura.
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Il Pater Noster non è soltanto una preghiera: è un’architettura di luce, una cattedrale verbale costruita con la pietra scolpita del latino.
Quando queste sillabe risuonano nell’aria, la percezione del tempo si incrina. Non stiamo semplicemente pronunciando formule; stiamo abitando un’eco che ha attraversato duemila anni di storia, raccogliendo le speranze, i bisogni e i respiri di generazioni che ci hanno preceduto.
Tutto comincia con un'invocazione che è insieme vertigine e approdo:
Pater noster, qui es in caelis. Non un Dio lontano o astratto, ma un Padre. Eppure, la solennità della lingua latina spoglia la paternità di ogni confidenza banale, restituendole il suo misterioso e maestoso splendore. Il latino non usa fronzoli; è asciutto, denso, essenziale. Ogni parola ha il peso specifico dell'eternità.
Ascoltare il ritmo ritmico e scultoreo di Sanctificetur nomen tuum, adveniat regnum tuum, FIAT voluntas tua significa percepire un'armonia che trascende il linguaggio umano.
C'è un'incredibile forza poetica nel Fiat: quell'imperativo sommesso con cui il mondo è stato creato e con cui la storia dell'umanità si è capovolta nell'Annunciazione. Dire fiat voluntas tua in latino è fare un salto nel vuoto della fiducia, affidando la propria fragilità a un disegno più grande con la fierezza e la compostezza dei santi e dei martiri.
Poi la preghiera scende verso la terra, toccando la nostra nuda umanità:
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie. In quel quotidianum risuona la fatica di ogni giorno, la fame del corpo e la sete dello spirito. Il latino fonde il pane di grano con il Pane dell'Eucaristia in un unico gesto di mendicanza fiduciosa.
E infine, il dramma della colpa e della redenzione: Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. La giustizia e la misericordia s'incontrano in una simmetria perfetta.
Il testo non chiede una grazia a buon mercato, ma misura il perdono che riceviamo sullo specchio di quello che sappiamo offrire. Fino al grido finale, il soffio sommesso prima del silenzio: sed libera nos a malo.
Pregare il Pater Noster nella lingua madre della Chiesa significa spogliarsi della frenesia dell'attualità per immergersi in una bellezza senza tempo.
È il linguaggio dei padri che diventa la casa dei figli, un ponte gettato tra la terra e il cielo dove ogni parola è un'ancora gettata nell'eterno.
di Ivo de Kermartin IG
Fonte FB comprensiva di video
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