a cura di Veronica Cireneo
Nell'ambito dell'assalto al silenzio scaturito dalla Riforma liturgica, già trattato qui e qui, merita una particolare attenzione l' articolo che di seguito proponiamo, scritto nel 1969 dalla giornalista cattolica, amante della Messa Antica, Orsola Nemi. Scrittrice e traduttrice, intellettualmente amica dei più celebri Calvino, Longanesi e Montale, produsse l'articolo all'indomani del lancio della Messa Novus Ordo. Il brano in questione, quasi un cahier de doleances, intuisce e registra il dramma in pectore del piano anticristico teso all'abolozione del sacro dalla Santa Messa al fine di degradarla a semplice incontro conviviale tra amici. Dramma che piano pianino, dipanandosi, è giunto a manifestarsi quasi in toto proprio a noi. Buona, trascorsa, profetica lettura...
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La chiesa ci ha tolto il silenzio durante la Messa, ha tolto la possibilità del colloquio segreto, intimo, di ciascuno con Dio, durante la mezz’ora che per il cristiano è la più importante, la più sacra, la più misteriosa della giornata.
Che cosa è, questa cosiddetta partecipazione alla Messa, se non un atto di profonda sfiducia verso l’opera segreta di Dio nelle anime, un intervento dell’uomo fra il credente e Dio?
I risultati sono palesi e tristi. Durante la Messa non dobbiamo più unirci con Dio -ci dicono- ma fra noi. Però la Fede, la Speranza, la Carità sono atti individuali, non possiamo compierli senza la Grazia; non ameremo il prossimo, se prima non avremo conosciuto Dio. E Dio si manifesta nel silenzio. Ora, durante la Messa non c’è più un attimo di raccoglimento.
Ci si alza e ci si siede a comando, si ripetono ad alta voce le preghiere, non so con quale partecipazione, poi si ascolta la predica, infine ci sono i canti; e questo è il momento peggiore. Non si possono onestamente chiamare canti.
I grandi inni che avevano attraversato i secoli, che ci afferravano, si impadronivano di noi con le loro possenti parole, ci scrollavano come il vento scuote gli alberi liberandoli dal seccume, sono ammutoliti, scomparsi.
Si odono invece cantilenare espressioni da comizio o da giornalismo scadente che, per la loro miseria, sfuggono a qualsiasi apprezzamento.
A questo è ridotta la nostra Chiesa, ricca di un tesoro liturgico e poetico che era di per sé una forza, la sua forza d’attacco, la prima che vinceva gli increduli.
Si può essere certi che nessuno si convertirà a sentire le nostre cantilene domenicali. Nemmeno durante la Comunione c’è silenzio. La gente in piedi, in attesa di ricevere l’Ostia, canta; i più zelanti, subito dopo averla ricevuta, riprendono a cantare.
Si vorrebbe umilmente chiedere alle alte gerarchie, a tutti i preti vescovi e cardinali che si radunano e discutono, di ridarci il silenzio durante la Messa.
Si vanno ricercando innovazioni liturgiche, debitamente commentate con eruditi riferimenti, ma non serviranno a nulla, se non ci sarà restituito il silenzio durante la Messa, se in quella mezz’ora in cui il pane diventa Carne e il vino diventa Sangue, e noi, con disperata umiltà, per essere detti beati, crediamo quello che non vediamo, non potremo ascoltare nel silenzio il nostro Dio e Redentore, riconoscere nel silenzio la Sua Presenza Reale, non fosse che per un attimo.
Se non torneremo ad avere questo, possiamo anche spegnere la lampada rossa, sbarrare la porta delle chiese e andare per i fatti nostri. E non ci si venga poi a parlare di unione fra noi, se quella lampada sarà spenta.
Centro Studi Giuseppe Federici: per approfondire
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3 giugno 2026
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