martedì, gennaio 20, 2026

Abusi liturgici a Messa e musica profana. Il Cardinale R. Sarah denuncia.



  a cura di Veronica Cireneo 

Chi avrebbe mai detto che nel momento in cui ci si fosse ritrovati a parlare di Chiesa, sia il fedele più piccolo, che il medio, che il grande, osservato lo stato di salute in cui versa la propria Madre, non avrebbe quasi potuto far altro che denunciare scandali, su scandali, in un triste coro nauseabondo privo di soluzione di continuità? Un cane che si morde la coda! Una catena a maglie sempre più strette, ben la constatiamo a tutt'oggi posta intorno al collo delle anime nostre, che proprio in chiesa si trovano costrette ad  inghiottire, anziché sazietà e pace, aridità e voragini di inquietudine, che invece andrebbero lì a debellare. Dove andremo Signore a trovare le Tue Parole di Vita Eterna se non intervieni contro il complotto solidificato che persegue il Loro e il Tuo oscuramento? Affrettati Dio Padre! Noi ti preghiamo!

§§§

Il cardinale Robert Sarah ha affermato che la liturgia «è diventata politicizzata», condannando l’uso di musica profana e gli abusi liturgici durante la Santa Messa. Lo riporta LifeSite.

Il cardinale Sarah ha fatto queste osservazioni durante due discorsi tenuti alla Princeton University nel novembre dello scorso anno. Il giornalista cattolico Edward Pentin ha recentemente pubblicato un resoconto dei discorsi sul National Catholic Register . La visita del cardinale africano negli Stati Uniti lo scorso anno è stata incentrata sulla pubblicazione del suo nuovo libro, The Song of the Lamb: Sacred Music and Heavenly Liturgy, scritto in collaborazione con il musicista ecclesiastico Peter Carter, direttore di musica sacra presso l’Aquinas Institute della Princeton University.

Il cardinale Sarah ha affermato che la liturgia della Chiesa è stata «troppo spesso strumentalizzata» e «politicizzata» negli ultimi decenni. Ha affermato che è «sbagliato» da parte dei leader della Chiesa «perseguitare ed escludere» i critici che denunciano abusi liturgici.L’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha ricordato l’armonizzazione del Novus Ordo Missae con la Messa tradizionale latina da parte di Papa Benedetto XVI e la sua sottolineatura che: 

«ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro rimane sacro e grande anche per noi».

Il cardinale ha affermato che l’abuso liturgico attacca la duplice natura e lo scopo della liturgia, vale a dire «rendere a Dio Onnipotente l’adorazione che gli è dovuta» e riconoscere che la liturgia «non riguarda ciò che facciamo noi», ma piuttosto ciò che Dio «fa per noi e in noi».

"La liturgia non è qualcosa che tu o io possiamo inventare o cambiare, anche se pensiamo di essere esperti o addirittura vescovi», ha affermato. «No. Dobbiamo essere umili di fronte alla sacra liturgia, così come ci è stata tramandata nella Tradizione della Chiesa».

Il porporato guineano ha sottolineato l’importanza della musica sacra nella liturgia, osservando che a volte è «perfino scandaloso» cantare o suonare nelle chiese musica che non sia di natura liturgica o sacra. Citando papa Benedetto XIV, ha affermato: 

«Per quanto riguarda la liturgia, non possiamo dire che un canto sia buono quanto un altro».

Il cardinale ha ricordato di aver imparato dai suoi genitori e dai missionari francesi venuti a evangelizzare il suo villaggio che non tutti i tipi di musica si adattano a ogni contesto e che la musica liturgica è riservata all’adorazione di Dio. Sapeva anche che, in quanto africano, la musica usata nella Santa Messa non deve essere «esattamente la stessa della musica della mia cultura», né necessariamente nella propria lingua. Cantava i canti tradizionali e ne imparava il significato «grazie alla più ampia tradizione cattolica in cui ci avevano immersi».

Il cardinale della Guinea ha spiegato che la musica sacra «ha una sua oggettività», radicata nella tradizione liturgica della Chiesa.

«Ciò significa che ciò che viene cantato nella liturgia può essere veramente definito il “canto dell’Agnello”, che loda e rende gloria a Dio Onnipotente e lo supplica per i bisogni del suo popolo.

Penso che se la musica che cantiamo nella sacra liturgia si conforma a questo criterio, possiamo veramente chiamarla ‘sacra’ e, in conformità con le disposizioni pertinenti dei libri liturgici, il canto gregoriano avrà sempre il posto d’onore. La musica sacra non è una ‘bella’ aggiunta alla liturgia; ne è una componente essenziale» ha aggiunto.

Siamo creati per cantare le lodi di Dio Onnipotente per tutta l’eternità», ha affermato il Cardinale Sarah. «Facendolo nel modo più bello e bello possibile nella sacra liturgia in questa vita, prepariamo noi stessi e gli altri all’eternità – anzi, così facendo siamo in grado di vivere con maggiore fedeltà la nostra vocazione soprannaturale nelle circostanze quotidiane della nostra particolare vocazione, qui e ora».

Fonte Renovatio21

20 gennaio a.D 2026

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lunedì, gennaio 19, 2026

USA. Il Vescovo Martin vieta la Comunione in ginocchio: i fedeli riparano con il Rosario, ma non basta...


  

• Veronica Cireneo. L'apostasia avanza e chi combatte contro i diritti di Dio e dei cattolici a Lui fedeli, crede, non si sa per quale motivo, se non per il Mistero di Iniquità, di essere dalla parte giusta. A Charlotte il Vescovo vieta la Comunione in ginocchio e i fedeli fanno salire al Cielo suppliche di riparazione. È una cosa meravigliosa, ma Dio non può fare quello che deve fare l'uomo. Se tutti i fedeli di quella Diocesi dalla prossima Messa in poi si presentassero in fila tutti inginocchiati a terra, al momento della distribuzione dell'Eucarestia, voi dite che il celebrante potrebbe esimersi dal fare il suo dovere? Le esperienze degli Alleati, che hanno felicemente intuito questo santo stratagemma ovunque l'abbiano applicato, ha sortito l'effetto desiderato: il sacerdote ha sempre dato, come deve dare, la Comunione in bocca al fedele inginocchiato, specialmente se dietro di lui ci sono tanti e tanti altri fedeli inginocchiati. A terra, ovviamente, visto che a Charlotte gli inginocchiatoi sono stati rimossi. Diffondete questo metodo efficace, anche recentemente apprezzato e dichiarato valido  da Monsignor Bux in questo video 

https://youtu.be/BxUk73AQwwc?si=lJ3NTEPVZX7NURjr

Ma non è necessario credere alla sua efficacia, per sentito dire. Va provato. Diffondete questo articolo e provate a fare così, anche a Charlotte, con la benedizione di Dio. Poi ne riparliamo. Laudetur Jesus Christus.


• Marco Tosatti. Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Infovaticana, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e condivisione.

§§§

I cattolici pregano un rosario a Charlotte come riparazione per il divieto di ricevere la Comunione in ginocchio (…)

I cattolici della diocesi di Charlotte (Carolina del Nord, Stati Uniti) hanno indetto una recita pubblica del Rosario come atto di riparazione contro le misure del vescovo Michael T. Martin, che includono il divieto degli inginocchiatoi per la ricezione della Santa Comunione nelle Messe del Novus Ordo.

L’evento si è tenuto, giovedì 15 gennaio, alle 12:00 (ora locale), presso il Centro Pastorale della diocesi (1123 S Church St, Charlotte, NC 28203). L’invito chiedeva ai fedeli di unirsi “per recitare il Rosario in riparazione” per alcune linee guida che, a loro avviso, smantellano pratiche tradizionali che hanno dato frutti nella vita diocesana.

Il divieto della Comunione in ginocchio entra in vigore il 16 gennaio 2026

LifeSiteNews ricorda che, a metà dicembre, il vescovo Martin ha ufficialmente ordinato che gli inginocchiatoi non fossero più utilizzati per ricevere la Comunione durante le messe di rito ordinario a partire da oggi, 16 gennaio 2026. Inoltre, avrebbe richiesto la rimozione di qualsiasi “elemento temporaneo o mobile” destinato a inginocchiarsi durante la Comunione.

• Restrizioni precedenti alla Messa tradizionale

La misura avviene in un contesto di tensione liturgica prolungata. Dal suo arrivo nella sede nel 2024, Martin ha promosso cambiamenti “lontani dalla tradizione” e nel 2025 ha ridotto le quattro celebrazioni della Messa tradizionale in latino della diocesi a una sola, trasferita in una piccola cappella situata a circa 40 chilometri dal centro di Charlotte.

• 31 sacerdoti  hanno presentato dubia al Vaticano, secondo la stessa fonte, sollecitando chiarimenti giuridici sull’autorità del vescovo di imporre tali restrizioni alle pratiche tradizionali legate alla ricezione dell’Eucaristia (...)

Secondo quanto riportato da The Pillar, la lettera è stata inviata lo scorso 5 gennaio al Dicastero per i Testi Legislativi ed è firmata da 31 sacerdoti della diocesi, circa un quarto del clero locale. Due terzi dei firmatari sono parroci in attività.

L’iniziativa nasce come risposta diretta a una lettera pastorale pubblicata dal Vescovo Martin il 17 dicembre, in cui annunciava che, a partire dall’inizio del 2026, nella diocesi non sarà più consentito l’uso di comulgatori, inginocchiatoi e prie-dieu per la ricezione dell’Eucaristia. Inoltre, è stato ordinato di rimuovere qualsiasi elemento mobile destinato a facilitare la Comunione in ginocchio, fino al 16 gennaio.

Nella lettera che accompagna i dubia, i sacerdoti sottolineano che sia questa lettera pastorale che una bozza trapelata la scorsa estate – con proposte di nuove restrizioni liturgiche – hanno generato «grande preoccupazione tra i sacerdoti e i fedeli della diocesi di Charlotte», specialmente in quelle parrocchie dove era stata mantenuta la pratica tradizionale di ricevere la Comunione in ginocchio.

• Appello all’Istruzione Generale del Messale Romano

Uno dei dubia chiede esplicitamente se un vescovo diocesano abbia l’autorità di vietare l’installazione di inginocchiatoi o di ordinare la rimozione di quelli già legittimamente esistenti nelle chiese.

I sacerdoti citano l’Istruzione Generale del Messale Romano (IGMR), che stabilisce che il presbiterio deve essere distinto dal resto del tempio «da una struttura e da ornamenti adeguati» (IGMR 295), e ricorda che devono essere rispettati «la tradizione del rito romano e il bene spirituale comune del Popolo di Dio, e non inclinazioni private o decisioni arbitrarie» (IGMR 42).

Partendo da ciò, si chiedono se possa essere considerato lecito che un vescovo proibisca una struttura tradizionale come il comulgatorio (balaustra), ampiamente utilizzato per delimitare il presbiterio e facilitare una forma legittima di ricezione della Comunione.

• Comunione in ginocchio e altre pratiche liturgiche

Un altro dubium affronta direttamente la questione degli inginocchiatoi, chiedendo se un vescovo possa vietarne l’uso quando i fedeli, “di propria iniziativa”, desiderano ricevere la Santa Comunione in ginocchio. I sacerdoti ricordano che l’IGMR consente esplicitamente questa forma di ricezione e chiedono se un parroco o un rettore possa, come disposizione pastorale, collocare inginocchiatoi per soddisfare tali fedeli.

La lettera mette anche in discussione se il vescovo possa vietare stili specifici di ornamenti sacerdotali che non sono vietati dal diritto liturgico, così come la distribuzione della comunione per intinzione, opzione espressamente prevista dall’IGMR, ma scartata dal vescovo Martin nella sua lettera pastorale.

Allo stesso modo, i firmatari chiedono se sia legittimo vietare preghiere, gesti, canti o ornamenti per il solo fatto di essere associati all’uso liturgico precedente al Concilio Vaticano II, quando documenti come Redemptionis Sacramentum e lo stesso IGMR riconoscono la legittimità delle pratiche e dei paramenti tradizionali.

• Un conflitto in crescita

La presentazione di questi dubia si inserisce in una serie di tensioni crescenti nella diocesi da quando Michael Martin ha assunto il governo episcopale nel maggio 2024, Il vescovo è stato criticato per aver imposto nuove limitazioni all’uso dei testi liturgici preconciliari e per uno stile di governo che alcuni sacerdoti locali descrivono come “microgestione arbitraria” e “autocratica”.

Fonte (Qui)

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lunedì 19 gennaio a.D 2026

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lunedì, gennaio 12, 2026

Sulla necessità di ripristinare Summorum Pontificum. Mons. Ganswein.

 

a cura di Veronica Cireneo 

Le speranze di Mons Ganswein, espresse in un'intervista del 7 dicembre scorso, rappresentano l'ennesima esortazione orientata all'abolizione delle restrizioni applicate alla Messa Antica, nel precedente pontificato. A tal proposito, l'ex segretario personale di Papa Benedetto XVI, dichiara «Non può essere che la Messa antica fosse valida e preziosa ieri e poi non lo sia più domani. È una situazione innaturale».

È anche a nostro dire molto innaturale che, fatti salvi i periodi forti dell'anno come ad esempio il Natale e la Pasqua, in base al rito, antico o riformato, la Chiesa proponga nella stessa Domenica due Vangeli diversi. Pessima connotazione. Quale indice di confusione e di svalutazione dell'universalità, dell' unità e dell'unicità della Santa Madre Chiesa,  pone il fedele nelle condizioni di scegliersi la Messa, e dunque il Vangelo che preferisce, come si fa col cinema o i palinsesti televisivi. Preghiamo che Dio intervenga presto con potenza a riportare nella Sua Sposa devastata dal fuoco amico: l'ordine, la pulizia e la disciplina che le sarebbero proprie. Buona lettura. 

§§§

(...) L’arcivescovo Georg Gänswein, nunzio apostolico in Lituania, Estonia e Lettonia, in una recente pubblica intervista, ha detto che Papa Leone XIV dovrebbe porre fine alle restrizioni sulla Messa tradizionale e tornare alle norme del motu proprio di Papa Benedetto XVI Summorum Pontificum, perché, a suo giudizio, esso aveva portato unità nella Chiesa.

Nell’intervista, trasmessa il 7 dicembre dall’emittente cattolica tedesca Katholisches Fernsehen (K-TV), Gänswein ha osservato che la Messa tridentina, che per secoli ha nutrito la fede della Chiesa, non può diventare all’improvviso invalida o priva di valore oggi. Si è anche chiesto perché Papa Francesco abbia promulgato Traditionis Custodes, dal momento che la maggioranza dei vescovi era soddisfatta del motu proprio del suo predecessore, Summorum Pontificum.

L’ex segretario personale di Papa Benedetto XVI ha quindi sottolineato che Summorum Pontificum era la via giusta per favorire la pace liturgica nel rito romano e ha detto di sperare che Papa Leone lo ripristini.

Gänswein è l’ultimo prelato ad esprimere la speranza che il motu proprio del 2021 di Papa Francesco venga revocato, tornando così a Summorum Pontificum.

« È proprio la Messa tradizionale ad aver permesso alla Chiesa non solo di vivere, ma di vivere bene per secoli, e da essa, e attraverso di essa, è stato alimentato il senso del sacro», ha dichiarato. «Non può essere che fosse valida e preziosa ieri e poi non lo sia più domani. È una situazione innaturale».

Gänswein, apparentemente richiamando il rapporto pubblicato in estate dalla giornalista vaticana Diane Montagna sui risultati complessivi del sondaggio tra i vescovi del 2020, condotto dall’allora Congregazione per la Dottrina della Fede e ritenuto all’origine della promulgazione di Traditionis Custodes, ha sostenuto che la grande maggioranza dei vescovi era, in definitiva, soddisfatta dell’applicazione di Summorum Pontificum.

«I risultati non sono mai stati pubblicati ufficialmente, ma, naturalmente, se ne è venuti a conoscenza, e alla fine ne è emersa una valutazione positiva», ha detto il nunzio. "Summorum Pontificum era considerato un cammino di pace, soprattutto in campo liturgico, che è un ambito fondamentale della vita religiosa, e non ci dovrebbero essere cambiamenti. Perché Papa Francesco abbia comunque imposto queste restrizioni resta per me un mistero», ha aggiunto.

Alla domanda su cosa auspichi per il futuro della Messa tridentina, Gänswein ha risposto che Papa Leone dovrebbe ripristinare Summorum Pontificum, così da favorire l’unità nel rito romano:

«Ritengo che la saggia disciplina stabilita da Papa Benedetto, in Summorum Pontificum, sia la strada giusta: lo è stata per oltre dieci anni, e dovremmo continuare su questa via senza polemiche e senza restrizioni», ha affermato. «Posso solo sperare che anche Papa Leone vada in questa direzione e prosegua semplicemente quest’opera di pacificazione, così da poter guardare avanti e lavorare insieme».

• Del resto, dall’elezione di Papa Leone nel mese di maggio, diversi prelati hanno invitato il nuovo pontefice a porre fine alle ampie restrizioni sulla celebrazione della Messa tradizionale latina e a tornare alle norme fissate da Summorum Pontificum.

A giugno, il cardinale Raymond Burke, che ha celebrato una Messa in latino nella Basilica di San Pietro pochi mesi dopo, in occasione del pellegrinaggio annuale di Summorum Pontificum, ha detto di aver già parlato con Papa Leone della persecuzione dei fedeli che partecipano alla Messa in latino:

«Mi auguro che Leone XIV ponga fine all’attuale persecuzione, dentro la Chiesa, dei fedeli che desiderano rendere culto a Dio secondo l’uso più antico del rito romano. Ho già avuto occasione di dirlo al Santo Padre. Mi auguro che, non appena sarà possibile, egli affronti seriamente lo studio di questa questione e cerchi di ripristinare la situazione così com’era dopo Summorum Pontificum e persino di sviluppare ciò che Papa Benedetto XVI aveva così saggiamente e con tanto amore stabilito per la Chiesa».

Il cardinale Robert Sarah, in un’intervista di ottobre, ha rivelato di aver avuto anche lui la possibilità di parlare con Papa Leone della fine delle restrizioni sulla Messa tradizionale durante un’udienza privata nel mese di settembre. 

Il cardinale  Kurt Koch, recentemente nominato da Papa Leone presidente di Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha affermato ad agosto che:

"…..sarebbe «auspicabile» che il 267° pontefice ponesse fine alle restrizioni sulla Messa in latino e tornasse a Summorum Pontificum.

Personalmente, sarei contento se riuscissimo a trovare una buona via d’uscita», ha detto il prelato svizzero. «Papa Benedetto XVI ha indicato una strada utile, perché ha ritenuto che qualcosa praticato per secoli non possa essere semplicemente proibito. Questo mi ha convinto. Papa Francesco ha scelto, su questo punto, una linea molto restrittiva. Sarebbe certamente auspicabile riaprire, almeno in parte, la porta che ora è stata chiusa», ha concluso Koch.

Fonte

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P.S. : Qui la Supplica filiale rivolta al Santo Padre ìl 31 maggio 2025 e sottoscritta dagli Alleati dell' Eucarestia e da altre 12 associazioni cattoliche. Inviata in forma cartacea con raccomandata, restiamo tuttora in attesa che dal Vaticano giunga, se non la risposta, almeno la ricevuta di ritorno, ad oggi mai pervenuta.

Veronica Cireneo 

Lunedì 12 gennaio a. D.2026

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mercoledì, gennaio 07, 2026

SACRO CUORE. Il Suo Regno non avrà mai fine. Al cinema dal 2 marzo 2026

 


a cura di Veronica Cireneo 

Si ringraziano Francesca e Stefania per la segnalazione di questo imminente evento cinematografico. Dalla Francia, dove ha ottenuto un inatteso successo, approderà nelle sale italiane il film:"Sacro Cuore". Nell'articolo i dettagli per portarne la visione anche nella propria Provincia di appartenenza, se non ancora coinvolta nella programmazione. Buona lettura, visione e condivisione.

§§§

Oltre 400.000 persone oltralpe hanno già visto il film SACRO CUORE e centinaia di vite sono state toccate e trasformate, persino nella laicissima Francia. 

Ora questo film così potente arriva finalmente in Italia il 2–3 Marzo 2026 : successivamente gli esercenti che vorranno, protranno metterlo nella loro normale programmazione.

• Per scoprire se la tua provincia è coinvolta nelle serate di lancio controlla il sito ufficiale del film: www.sacrocuorefilm.it

• Se invece manca e vuoi inserirla, va detto che per ottenere la conferma, il distributore necessita di almeno 250 prenotazioni per ogni sala, entro il 25 gennaio.

• Come aderire:

- compilando il form sul sito del film www.sacrocuorefilm.it oppure

- via e-mail: info@dominusproduction.com oppure

-  via WhatsApp: 333 224 9240 oppure 329 042 3979 oppure

-  telefonando allo 055 046 8068 dal Lunedi al Sabato, dalle ore 9:00 alle ore 18:00, orario continuato – escludendo le festività.

• Per maggiori informazioni sul film, si consiglia la lettura dell'articolo seguente:

https://www.iltimone.org/news/home/201192/francia-il-film-sul-sacro-cuore-fa-il-boom-oltre-400-000-spettatori.html

Grazie per essere parte di questa preziosa Missione Culturale.

Team DOMINUS

© 2010 Dominus Production

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7 gennaio 2026

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mercoledì, dicembre 31, 2025

Perché è conveniente celebrare la Messa nella lingua latina? Alleati per la Messa Antica. Programmazione 2026

  

a cura di Veronica Cireneo 

Il latino è la lingua che meglio rappresenta la Sposa di Cristo e la liturgia della Chiesa Cattolica. Da sempre utilizzata e diffusa da diventare universalmente riconosciuta, ha reso in passato molto agevole la partecipazione alla Santa Messa in qualsiasi nazione Cattolica estera ci si trovasse, per vacanze o motivi di lavoro, a trascorrere dei periodi più o meno prolungati. Non è più così, purtroppo, da quando la Messa riformata viene celebrata in volgare, dato che la lingua di una Nazione non corrisponde a quella di un'altra. Con questo articolo di Don Matthias Gaudron intendiamo offrire un' interessante analisi storico-teologica, che sostiene l'utilità del latino nelle celebrazioni liturgiche.

A corredo del brano, proponiamo in calce, il consueto appello di reclutamento fedeli che, per il nuovo anno, non è più solo finalizzato a celebrare Messe Antiche nelle case da parte di sacerdoti di passaggio, fuori diocesi, ma sarà anche finalizzato ad organizzare cenacoli di preghiera domestici e catechesi sacerdotali in presenza. Attenzione agli indirizzi mail, che per motivi di comodità tecnica abbiamo modificato, annullando i precedenti. Ringraziamo Dio per l'anno che si sta concludendo in queste ore e mettiamo nelle Sue Mani Benedette ogni giorno e ogni opera dell'anno che verrà. Lieto, fruttuoso e sereno anno nuovo a tutti. Un grazie di cuore anche ai nostri affezionati lettori, autori, collaboratori e commentatori. Che siete tanti. Buona lettura e diffusione 

§§§



• Nella liturgia non si può usare la lingua corrente

Come si dismettono gli abiti da lavoro, così è oltremodo conveniente che la lingua della santa liturgia per celebrare il culto divino non sia quella di tutti i giorni.

La lingua volgare non concorda con l’azione sacra. In Occidente, il latino è stato per secoli la lingua della liturgia. In altre parti della Chiesa ed anche in numerose religioni non cristiane vi è anche una lingua sacra. La fissità della lingua liturgica, a fronte dell’evolversi della lingua volgare, sembra una costante in tutta l’umanità.

I Greci scismatici, nella liturgia usano il greco antico; i Russi usano lo slavo. Al tempo di Cristo, gli Ebrei usavano per la liturgia l’ebraico antico, che non era la lingua corrente (e né Gesù, né gli Apostoli hanno biasimato questa usanza). La stessa cosa avviene nell’islam (l’arabo letterario, lingua per la preghiera, non è più compreso dalla massa) e in certe religioni orientali. Anche i pagani romani, per il loro culto avevano delle formule arcaiche divenute incomprensibili.

L’uomo ha per natura il senso del sacro: egli comprende d’istinto che il culto divino non dipende da lui e che deve rispettarlo e trasmetterlo così come l’ha ricevuto, senza permettersi di stravolgerlo. L’impiego di una lingua fissa e sacra nella religione è conforme alla psicologia umana al pari alla natura immutabile delle realtà divine.

• Il senso del mistero

La Messa realizza dei misteri ineffabili che nessun uomo può comprendere perfettamente. Questo carattere misterioso trova la sua espressione nell’impiego di una lingua misteriosa, che non è immediatamente compresa da tutti (è anche per questo che certe parti della Messa vengono recitare a bassa voce). La lingua vernacolare, al contrario, dà l’impressione superficiale di una comprensione che in realtà non c’è.

Le persone pensano di comprendere la Messa perché è celebrata nella loro lingua madre. In effetti, esse generalmente non sanno alcunché dell’essenza del Santo Sacrificio.

Non si tratta di ergere un muro che maschera tutto, ma, al contrario, di fare apprezzare meglio le prospettive; e per far questo occorre tenere una certa distanza.

Per penetrare un po’ nel mistero della Messa, la prima condizione è riconoscere umilmente che in realtà si tratta di un mistero, qualcosa che ci supera.

L’impiego del latino nella liturgia comporta il senso del mistero anche per coloro che conoscono questa lingua. Il fatto stesso che si tratti di una lingua speciale, distinta dalla lingua madre e dalla lingua ordinaria (una lingua che, di per sé, non è immediatamente compresa da tutti, anche se, di fatto, è compresa) è sufficiente a dare una certa distanza, che incoraggia il rispetto.

• Una minore comprensione?

Lo studio del latino cristiano deve essere vivamente incoraggiato. Lo sforzo che esso richiede contribuirà ad elevare verso il mistero – mentre la lingua volgare tende ad abbassare al livello umano. Il Concilio di Trento prescrive al sacerdote di predicare spesso sulla Messa e di spiegare i riti ai fedeli. I fedeli inoltre hanno il messalino in cui le preghiere latine sono tradotte. In questo modo, essi possono avere accesso alle belle preghiere della liturgia senza che i vantaggi del latino vadano perduti. L’esperienza dimostra inoltre che nei nostri paesi latini la comprensione del latino liturgico (se non in tutti i particolari almeno in maniera complessiva) è relativamente facile per chi si interessa.

Lo sforzo di attenzione richiesto favorisce la vera partecipazione dei fedeli alla liturgia: quella dell’intelligenza e della volontà. Mentre la lingua volgare rischia al contrario di incoraggiare la pigrizia.

Per vivere nello spirito di preghiera tutte le proprie attività, bisogna saper lasciare queste attività per un certo tempo per dedicarsi solo alla preghiera.  E lo stesso qui: usare, di tanto in tanto, un linguaggio sacro per prendere coscienza della trascendenza di Dio, sarà un aiuto, e non un impedimento, alla preghiera in ogni momento.

•L'unità della Chiesa

La fede immutabile richiede uno strumento proporzionato: una lingua che sia la più immutabile possibile, tale che possa servire da riferimento. Ora, il latino, che non è più una lingua corrente, non cambia più o quasi. Invece in una lingua corrente le parole possono subire rapidamente dei cambiamenti notevoli di significato e di registro (possono assumere una connotazione peggiorativa o ridicola che non avevano prima). L’uso di una tale lingua può dunque comportare facilmente degli errori o delle ambiguità, mentre l’uso del latino preserva sia la dignità sia l’ortodossia della liturgia (1).

Impiegata nella liturgia per quasi duemila anni, la lingua latina è stata come santificata. E’ confortante poter pregare con le stesse parole che i nostri antenati e tutti i sacerdoti e i monaci hanno usato per secoli. Così, unendo la nostra preghiera alla loro, sentiamo in maniera concreta la continuità della Chiesa attraverso i tempi. Il tempo e l’eternità si uniscono.

Il latino non manifesta solo l’unità della Chiesa attraverso i tempi, ma anche attraverso lo spazio (2). Favorendo l’unione con Roma (così è stata preservata la Polonia dallo scisma slavo) esso unisce tra loro tutte le nazioni cristiane.

Prima del concilio Vaticano II, la Messa di rito romano era celebrata dappertutto con la stessa lingua. I fedeli ritrovavano sui cinque continenti la Messa della loro parrocchia. Oggi questa immagine dell’unità è distrutta.

Non vi è più alcuna unità nella liturgia: né nella lingua, né nei riti; al punto che chi assiste ad una Messa celebrata in una lingua che non conosce troverà molto difficile persino identificare le parti principali.

• Il latino manifesta cosa è la Chiesa

La nostra Chiesa è Una, Santa, Cattolica e Apostolica. 

La lingua latina contribuisce a suo modo ad ognuna di queste caratteristiche (3):

- per la sua genialità (lingua imperiale), il suo carattere ieratico (lingua “morta), e soprattutto la consacrazione che ha ricevuto, insieme all’ebraico e al greco sul titulum della croce (4), serve in modo eccellente la santità della liturgia;

- per il suo uso universale e sovranazionale (non è più la lingua di alcun popolo), manifesta la sua cattolicità;

- per il suo legame vivo con la Roma di San Pietro, e con tanti Padri e Dottori della Chiesa che furono allo stesso tempo eco degli Apostoli e artigiani del latino liturgico (essi forgiarono non solo le orazioni, gli inni e i responsori, ma lo stesso latino cristiano, che è in molti modi un rinnovamento completo del latino classico), è il garante della sua apostolicità, infine

- attraverso il suo uso ufficiale, che ne fa la lingua di riferimento per il magistero, il diritto canonico e la liturgia, contribuisce efficacemente alla triplice unità della Chiesa: unità di fede, unità di governo e unità di culto.

Don Matthias Gaudron

Fonte

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APPELLO-RECLUTAMENTO FEDELI PER: MESSA ANTICA, CENACOLI E CATECHESI DOMESTICHE IN PRESENZA.

• Gli Alleati dell' Eucarestia sono nati per difendere i diritti di Dio e dei fedeli che vogliono ricevere l'Ostia, dal sacerdote, in ginocchio e in bocca, diritto che si vedono spesso negato nelle Messe riformate, amano il rito antico: la Santa Messa di sempre in cui facilmente si percepisce il Sacro Mistero farsi presente. 

Essendo un movimento concreto, che vuole operare sia intimamente che nella realtà territoriale e su insistente richiesta da parte di alcuni, che ne sentono maggiormente la necessità spirituale, per l'anno a venire intendiamo organizzare incontri in presenza tra fedeli, nelle case, per raggiungere un triplice scopo:

• attivare catechesi con sacerdoti locali. Chiediamo ai sacerdoti  di accompagnarci a comprendere e amare sempre più il Sacrificio Eucaristico e i temi fondamentali della nostra Fede, dottrinali e magisteriali, attraverso incontri formativi domestici in presenza, possibilmente a cadenza regolare.

• realizzare Cenacoli di Preghiera, incontri organizzati in presenza, nelle nostre case per la recita del santo Rosario quotidiano o settimanale. Meglio se presieduti da un consacrato, ma se impossibilitati, vanno bene anche senza. 

• celebrare Messe Antiche domestiche con sacerdoti di passaggio, provenienti  da qualsiasi Diocesi.

- I sacerdoti desiderosi di celebrare in rito antico fuori dalla propria Diocesi,  scriveranno una maìl all'indirizzo degli Alleati alleatimessaecenacoli3@gmail.com. Il celebrante sarà solo pregato di esibire il celebret valido. 

- Se ci sono chiesette private fuori mano o luoghi idonei per poter celebrare, tanto meglio, ma vanno benissimo anche le case (per offrire ospitalità scrivere a alleatimessaecenacoli3@gmail.com)

- Cerchiamo di reclutare, tra i nostri conoscenti locali, un certo numero di fedeli interessati alla Messa di sempre, per la riduzione delle spese liturgiche, di vitto e alloggio e di trasferta del sacerdote.

• Al momento gli Alleati che hanno messo gentilmente a disposizìone la propria abitazione per Messe, cenacoli e catechesi si trovano a 

 PADOVA, BIELLA, ADRIA/ROVIGO, MÈSSINA, CAMPOBASSO e CIVITAVECCHIA/VITERBO

- Chiunque voglia fare altrettanto, mettere cioè a disposizione la propria abitazione per realizzare gli incontri proposti scriva alla Redazione all'indirizzo alleatimessaecenacoli3@gmail.com  indicando i propri dati anagrafici, telefono, provincia di residenza e una mail, indicando il modo preferito per essere contattati da eventuali sacerdoti di passaggio. I dati personali resteranno riservati. 


Buon anno nuovo, amici. Insistiamo sulla conversione del cuore

A noi la battaglia, a Dio la Vittoria.


31 dicembre a.d 2025

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lunedì, dicembre 29, 2025

A Dio, annus horribilis: la Verità non ha bisogno di numeri, ma di cuori fedeli, silenziosi e solitari. Bilancio di fine anno 2025 sulla fede.


a cura di Veronica Cireneo 

Non amo molto gli articoli eccessivamente lunghi, ma da questo, che consiglio vivamente , non sono riuscita a distogliere lo sguardo fino alla fine, perché a mio modesto avviso modo migliore e più utile di trattare un argomento così delicato, al momento non c'è.

Sono riflessioni di fine anno sulla solitudine, ìncomprensione e persecuzione, non segni di fallimento, ma sigilli di autenticità,  incontrate sia ìn ambito famigliare che ecclesiastico, da tutti quelli che hanno  voluto mantenersi fedele alla vera Fede Cattolica. A Dìo. annus horribilis e felice battaglia 2026 a tutti gli amici cattolici dalla Redazione degli Alleati dell' Eucarestia e del Vangelo. Buona strategica lettura.

§§§

Il 2025 è stato un altro annus horribilis per i fedeli cattolici che amano Cristo e la fede tradizionale,  tramandata dagli apostoli e dai loro successori.

Scopo di questo articolo non è ricapitolare l’anno trascorso (sarebbe troppo deprimente), ma riflettere su un aspetto della ricerca della Verità in quella che io, come molti altri, credo sia la fase finale della Storia della Salvezza. Spero che, nonostante la riflessione sia scomoda, possiate comunque trarne speranza e incoraggiamento mentre entriamo nel 2026.

Non dimenticherò mai il momento epifanico del mio percorso di conversione, quando la mia vaga e subconscia attrazione verso il cattolicesimo improvvisamente si cristallizzò nella chiara consapevolezza che la mia vita e il mio rapporto con Dio non sarebbero mai più stati gli stessi.

A quel tempo ero essenzialmente un cristiano fai-da-te che frequentava con scarso entusiasmo una chiesa anglicana. Il motivo per cui finii con questo gruppo di scismatici eretici era che non potevo più sopportare le sette protestanti pentecostali in cui ero cresciuto; desideravo ardentemente un cristianesimo con un clero e una liturgia. Ma per potermi unire alla Chiesa Madre ero ancora troppo condizionato dall’idea che la Chiesa cattolica fosse una setta guidata dall’Anticristo. Il che oggi mi procura profondo imbarazzo.

Nel febbraio dell’anno in cui iniziò il mio viaggio nel cattolicesimo, mia sorella mi invitò in vacanza. Partimmo per un viaggio di settecento chilometri da Johannesburg alla costa orientale del Sudafrica. Essendo un lettore ossessivo, comprai una pila di libri perché mi tenessero compagnia durante le tre settimane di vacanza. Uno di questi era “Complete Idiot’s Guide to Understanding Catholicism”, “Guida completa per idioti alla comprensione del cattolicesimo”, un libro che comprai perché, erroneamente, mi aspettavo che prendesse in giro la fede cattolica e mi facesse ridere di gusto. Invece vi trovai una spiegazione semplice dei principi fondamentali del cattolicesimo. E Dio avrebbe riso per ultimo.

Iniziai a leggere il libro mentre lasciavamo Johannesburg e, a metà circa del viaggio, mi resi conto che ero nei guai. Se ciò che diceva il piccolo libro era vero, allora, in quanto cristiano, non avevo altra scelta: dovevo diventare cattolico.

Trascorsi il resto delle vacanze divorando ferocemente tutto ciò che trovavo, purché fosse qualcosa di cattolico. Mi ripromisi di indagare ogni dogma e dottrina della fede cattolica e che, se avessi trovato anche un solo punto falso, avrei abbandonato tutto. Ma non ne trovai.

Nel momento in cui mi resi conto di aver scoperto non solo una verità, ma la Verità onnicomprensiva da cui scaturisce tutta la realtà, divenni anche profondamente consapevole di quanto fossi isolato e solo.

Non potevo dirlo alla mia famiglia protestante. Affermare che il cattolicesimo non è solo un’altra confessione facoltativa, ma l’Unica Vera Chiesa fondata da Cristo, che tutte le altre “chiese” cristiane sono quindi nulle e prive di valore, e così tutte le altre religioni, mi sembrava, all’epoca, qualcosa di offensivo, tipo “la pedofilia è un orientamento sessuale legittimo”.

In ogni caso, immaginate la situazione: ero consapevole di aver scoperto la perla preziosa, ma non avevo nessuno con cui condividerla. Nessuno nella mia famiglia era cattolico, e non conoscevo nemmeno un cattolico. Anzi, probabilmente conoscevo più buddisti, indù, musulmani ed ebrei che cattolici. E così mi sono subito trovato a fare i conti con la domanda sperimentata prima o poi da ogni cattolico: possibile che io abbia ragione e tutti gli altri torto?

Sembrava terribilmente arrogante e la solitudine non faceva che amplificare il dubbio. Ero forse ingannato dal diavolo? Era forse la mia vena ribelle e anticonformista a mettere in pericolo la mia anima tradendo la religione in cui ero cresciuto e tutti i “cristiani” che conoscevo?


Alla fine, trovai il mio equilibrio. Iniziai la formazione per gli adulti, ricevetti i sacramenti, entrai a far parte di una parrocchia e così incontrai altri cattolici. Ma fin dall’inizio rimasi turbato: il cattolicesimo che vedevo attorno a me non assomigliava al cattolicesimo che avevo scoperto durante le mie indagini. Così la ricerca della Verità mi fece intraprendere un altro viaggio, forse ancor più solitario del precedente: dalla terra della religione sinodale modernista al cattolicesimo tradizionale, ovvero la vera fede cattolica.

La transizione fu inizialmente inquietante e, ancora una volta, mi ritrovai a dubitare. Essendo tornato dal protestantesimo alla Vera Chiesa, stavo forse saltando dalla padella nella brace? La mia attrazione per il cattolicesimo tradizionale era semplicemente il residuo di una ribellione protestante irrisolta? Potevo davvero avere ragione io, mentre tutti quei cattolici di nascita che conoscevo avevano torto?

La natura solitaria della ricerca della Verità cattolica non rimase mera teoria. Poiché le mie convinzioni si scontrarono presto con i cattolici sinodali e il clero modernista, mi ritrovai gradualmente cacciato fuori dal campo. Mentre il mio cammino proseguiva, notai che il gregge si faceva sempre più piccolo. Suppongo sia vero che più ci avviciniamo alla Croce, meno persone rimangono. Fu così per Nostro Signore, che passò dall’essere circondato da moltitudini all’avere, sotto la croce, solo san Giovanni, la Madonna, Maria di Cleofa e santa Maria Maddalena. Cristo stesso ci ha avvertito che pochi entreranno nel Regno dei Cieli. In Matteo 7 dice: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E quanto pochi sono quelli che la trovano!”. E ancora: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”. “Molti sono chiamati, ma pochi eletti”.

Cristo stesso ci ha quindi preparati al fatto che pochi raggiungeranno la visione beata, e spesso saremo soli lungo il cammino. Ma possiamo avere coraggio, perché anche se siamo pochi “è facile per il Signore salvare, o con molti o con pochi”.

Noi dobbiamo semplicemente seguire la Verità senza sosta. E questa Verità è Cristo, la sua Chiesa cattolica e la Fede che essa insegna, non l’imitazione modernista che agisce illegalmente in suo nome.

Quindi, se sei segnato dalle battaglie, se la tua fede ti ha portato a scontrarti con il mondo secolare ostile, se la ricerca della Verità ti spaventa e ti fa sentire solo, se hai perso amici, famiglia, comunità, lavoro o reputazione, non perdere la speranza!

Se sei arrivato ​​al punto di abbandonare la religione sinodale, o se ti trovi in una fase difficile ma necessaria del cammino verso la tradizione, quando c’è bisogno di tanto coraggio, spero che questo mio contributo faccia al caso tuo.

Nella società umana regna la confortante illusione che la verità trionfi quando un numero sufficiente di persone la condivide. Il Vangelo distrugge questa illusione. La verità autentica non ha mai dipeso dalla folla. Non si è mai affidata a maggioranze, sondaggi o applausi. La verità è lì perché Dio è lì, e Dio spesso chiama i suoi servi a camminare con lui in solitudine.

Fin dall’inizio, la Scrittura rivela questo schema. Noè ascoltò Dio mentre il mondo intero lo derideva. Il libro della Genesi dice che la malvagità aveva ricoperto la terra, eppure un uomo giusto costruì un’arca mentre tutti gli altri ridevano. La sua obbedienza dimostra che la fedeltà non aspetta compagnia. Aspetta Dio.

Abramo seguì la stessa strada solitaria. Lasciò la sua terra natale senza mappa e senza compagni, se non quelli che Dio gli aveva dato lungo il cammino. La sua prova più grande arrivò sul monte Moria, dove salì con Isacco, solo nella sua conoscenza di ciò che Dio gli aveva chiesto. Non c’erano voci che lo incitavano. C’era solo la fede. Il padre delle nazioni iniziò come un credente solitario.

Il grido di Elia sul Monte Carmelo risuona ancora con la cruda onestà di un uomo che si sentiva completamente isolato. Dichiarò di essere l’unico rimasto fedele mentre la nazione si inchinava a Baal. Eppure il fuoco di Dio cadde sul suo sacrificio, dimostrando che un uomo che crede in Dio vale più di un intero esercito senza Dio. Più tardi, nel silenzio della grotta, Elia imparò ciò che ogni anima solitaria deve imparare: Dio parla nei luoghi silenziosi dove la folla non può entrare.

Geremia subì la stessa sorte di molti profeti che si rifiutarono di piegarsi all’opinione pubblica. Avvertì Israele della distruzione e fu ricompensato con scherno, prigionia e la chiusura in una cisterna. Daniele affrontò la morte piuttosto che rendere un briciolo di adorazione a un falso dio. E tre giovani a Babilonia scelsero la fornace piuttosto che il compromesso. Queste scene ci ricordano che la verità spesso affronta il pericolo da sola, ma mai senza la compagnia del cielo.

Giovanni Battista affrontò Erode senza alleati. Nessun blocco politico lo difese. Nessun movimento popolare lo sostenne. Eppure Cristo stesso lo onorò come il più grande tra i nati di donna. Il mondo fece tacere la voce di Giovanni, ma Cristo la rese immortale.

Tutto questo ci prepara alla più grande solitudine della storia. La Verità fatta carne stava davanti a Pilato, abbandonata dal suo stesso popolo, abbandonata dai suoi discepoli, tradita con un bacio. La folla gridava a favore di Barabba. Sul Calvario, Cristo rimase solo, rivelando per sempre che la verità non si sostiene con i numeri ma con il sacrificio. Chi muore da solo su una croce diventa la pietra angolare della salvezza.

La Chiesa primitiva lo comprese con dolorosa chiarezza. Stefano predicò Cristo e fu lapidato, mentre Saulo ne approvò l’uccisione. I martiri di Roma sopportarono l’isolamento in prigioni, arene e catacombe. Il loro sangue battezzò un impero perché si rifiutarono di contare le teste prima di confessare Cristo. Obbedirono a Dio piuttosto che agli uomini, e Dio fece della loro solitaria testimonianza il seme della civiltà cristiana.

I santi riecheggiano questo modello in ogni epoca. Atanasio combatté l’eresia ariana quasi da solo, mentre molti vescovi abbracciavano l’errore. La sua battaglia diede origine al detto “Atanasio contro il mondo”. Aveva capito che la verità non cambia quando il mondo si confonde. Rimane ciò che è, anche se un solo vescovo la difende.

Tommaso Moro e John Fisher rimasero praticamente soli quando l’Inghilterra si staccò da Roma. More salì al patibolo dicendo di essere morto da buon servitore del re, ma prima di tutto di Dio. Fisher fu l’unico vescovo che si rifiutò di tradire l’unità della Chiesa. La loro solitudine divenne la loro corona.

Caterina da Siena affrontò il clero negligente e sollecitò il papa a tornare a Roma quando molti dubitavano della sua missione. Giovanna d’Arco obbedì alle voci celesti, mentre i leader intorno a lei esitavano. Entrambe affrontarono accuse e tradimenti, eppure entrambe resero testimonianza del Dio che rafforza coloro i cui cuori sono pienamente suoi.

Lo stesso schema si ripete nei tempi moderni. Massimiliano Kolbe offrì la sua vita ad Auschwitz per un uomo che conosceva a malapena. Si fece avanti da solo, nel silenzio di un campo di sterminio, rivelando che nemmeno l’inferno può sconfiggere un’anima totalmente dedita a Cristo. Per secoli i cattolici in Inghilterra mantennero viva la messa in segreto. I cristiani nascosti del Giappone preservarono la fede senza sacerdoti. I Cristeros morirono al il grido di “Viva Cristo Rey” sulle labbra, dimostrando ancora una volta che la verità sopravvive anche quando i portatori di verità sono pochi.

Il modello della solitudine non si è esaurito nell’antichità. Non è svanito nel Medioevo né è scomparso con i martiri della tirannia moderna. Continua fino ai nostri giorni, in questi nostri tempi in cui uomini e donne portano il peso della fedeltà anche quando il prezzo è l’incomprensione, il sospetto, l’esilio.

Tra gli esempi più eclatanti c’è l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Che siate o meno d’accordo con ogni sua decisione, il suo coraggio è impossibile da ignorare. Vide la confusione diffondersi nella Chiesa dopo il Concilio, vide i seminari svuotarsi e le dottrine confondersi, e si rifiutò di rimanere in silenzio mentre la fede di sempre veniva messa ai margini. Parlò con chiarezza quando la chiarezza era impopolare. Difese la messa di sempre quando molti volevano seppellirla. Formò i sacerdoti alla riverenza e all’ortodossia anche quando il sostegno era scarso e le critiche abbondanti. Per questo fu rimproverato e sbeffeggiato, e venne isolato. Eppure rimase saldo perché credeva che valesse la pena difendere il tesoro tramandato attraverso i secoli.

Lefebvre non fu del tutto solo. Il cardinale Ottaviani alzò la voce quando ritenne che il deposito della fede fosse in pericolo, subendo scherni per aver insistito sul fatto che la novità non dovesse mai eclissare la tradizione. Il cardinale Siri portò la fiaccola della chiarezza dottrinale in un’epoca ubriaca di innovazione. Padre Gommar DePauw si adoperò per preservare la liturgia e la catechesi tradizionali molto prima che tali sforzi trovassero altri sostenitori. Michael Davies, un laico senza mitra né carica, espresse con calma e fedeltà le preoccupazioni di innumerevoli cattolici comuni che temevano l’erosione delle cose sacre. Questi non erano ribelli. Erano figli della Chiesa che si rifiutavano di permettere che l’eredità dei santi venisse dimenticata.

Dopo di loro sono arrivati ​​molti altri grandi uomini. Mi vengono in mente uomini come il vescovo Donald Sanborn, padre James Altman, padre James Mawdsley, padre Isaac Mary Relyea, il defunto vescovo Richard Williamson e innumerevoli altri, che, pur essendo uomini imperfetti, ci hanno mostrato grandi esempi di coraggio.

Queste figure ci ricordano qualcosa di essenziale. La fedeltà a volte richiede di stare nella terra di nessuno, in mezzo agli estremi. Significa sostenere la tradizione senza rancore, difendere la dottrina senza odio e sopportare le critiche senza ritorsioni. Hanno sopportato il ridicolo del mondo e il sospetto di alcune componenti della Chiesa perché credevano che la fede fosse un dono ricevuto, non inventato; da custodire e trasmettere, non da aggiornare.

Il loro coraggio ha dato i suoi frutti. L’antica messa, un tempo dichiarata obsoleta da molti, ora prospera in ogni continente. Giovani sacerdoti e seminaristi riscoprono i tesori amati dai loro antenati. Laici spiritualmente affamati ora traggono forza dalla riverenza e dalla chiarezza che i loro antenati davano per scontate. Intere famiglie tornano alla confessione, alla penitenza, alla modestia e alla vita morale cattolica. Una generazione affamata di santità è emersa perché altri prima di loro si sono rifiutati di abbandonare il deposito della fede.

Esaminando la Scrittura e la storia, un unico messaggio emerge con forza. Dio non salva attraverso la maggioranza. Salva attraverso la fede. Non rafforza la folla. Rafforza i fedeli. La verità rimane vera anche quando viene zittita, ignorata, dimenticata o disprezzata. La sua vittoria non deriva dai numeri, ma dalla fedeltà di coloro che si rifiutano di abbandonarla. Dio non ha mai mancato di rafforzare coloro che rifiutano di cedere ciò che è suo.

Per molti cattolici, oggi, il ritorno alla fede dei nostri padri non è una transizione graduale, ma una rottura che ha un costo concreto. La cultura cattolica moderna spesso dà per scontato che la verità evolva, che la dottrina possa essere rimodellata, che la chiarezza morale debba inchinarsi al consenso. Chi riscopre l’insegnamento perenne della Chiesa impara presto che la fedeltà non è sempre benvenuta, soprattutto in un’epoca che si vanta di una continua innovazione.

Chiunque si sia allontanato da una versione morbida, sinodale e in continua evoluzione del cattolicesimo lo sa. Nel momento in cui inizi a parlare della Presenza Reale con tremante riverenza, o a inginocchiarti per la santa comunione, o a parlare della messa come di un sacrificio piuttosto che come espressione comunitaria, sentirai il cambiamento di temperatura. Nel momento in cui affermi che la tradizione ci forma anziché appesantirci, e che i santi non hanno frainteso il Vangelo per diciannove secoli, facilmente puoi ritrovarti guardato con sospetto. Alcuni ti liquideranno come rigido. Altri ti chiameranno estremista o pazzo. Alcuni insinueranno che sei in qualche modo diventato sleale nei confronti della stessa Chiesa che ti stai sforzando di amare più profondamente. L’ironia è dolorosa ma reale. Per molti, tornare all’antica fede appare come un allontanamento, mentre abbandonarla appare come un progresso.

In alcune parrocchie, coloro che abbracciano le devozioni tradizionali sopportano silenziosamente di essere trattati come se fossero spiritualmente immaturi o culturalmente problematici. Puoi sentirti dire che la riverenza non è pastorale, che la modestia è superata, che il digiuno non è necessario, che la confessione è per gli scrupolosi, che la chiarezza nella dottrina è divisiva. Se parli del peccato con la serietà che la Scrittura gli attribuisce, puoi ritrovarti solo ed essere contestato. Se parli del dogma come di qualcosa che è immutabile e vincolante, si alzeranno le sopracciglia. Se esprimi amore per l’intero patrimonio della Chiesa piuttosto che per le tendenze più recenti, potrai essere relegato ai margini.

A un certo punto può esserci anche totale ostracismo. Gli inviti diminuiscono. Le amicizie svaniscono. I familiari, influenzati dallo spirito del tempo, possono non capire perché improvvisamente, per te, tutto conti così tanto. Perché inginocchiarsi? Perché indossare il velo? Perché le vecchie preghiere? Perché insistere sul fatto che la fede dei santi non sia solo un’opzione tra le tante?

La risposta è semplice. Perché quando scopri la Perla non puoi più ignorarne il valore. Il passaggio da un cattolicesimo fluido e terapeutico al cattolicesimo strutturato, ascetico e sacrificale dei nostri antenati spesso dà la sensazione di abbandonare una strada affollata per imboccare un sentiero stretto e difficile. Il cammino può essere solitario, perché costoso. Eppure la solitudine stessa diventa una purificazione. Elimina il desiderio di approvazione. Rivela chi sono i tuoi veri compagni. Soprattutto, ti costringe a riporre fiducia non nella convalida della comunità, ma in Cristo. Questo cammino non è per i deboli di cuore. Ma ogni epoca della Chiesa ha visto credenti che hanno riscoperto l’antica fede e ne hanno pagato il prezzo. Ci ricordano che la derisione non invalida la verità. L’ostracismo non sminuisce la grazia. Essere in inferiorità numerica non significa avere torto.

E quando la polvere si deposita, l’anima che sceglie la fedeltà anziché la moda scopre qualcosa di prezioso. La solitudine svanisce e ciò che rimane è una pace che il mondo non può dare. Una pace costruita sulla roccia piuttosto che sulla sabbia. Una pace portata dai santi che un tempo percorsero la stessa strada stretta.

Ogni epoca della Chiesa ha le sue prove, le sue tentazioni, i suoi tradimenti. La nostra non è diversa. Le forme cambiano, le pressioni mutano, gli slogan si aggiornano, ma la lotta essenziale rimane. Seguiremo Cristo anche quando ci costerà reputazione, conforto e accettazione? Ci aggrapperemo alla verità anche se la folla si aggrappa all’illusione? Percorreremo la strada stretta quando quella larga è lastricata di applausi?

La Scrittura ha risposto a queste domande attraverso le vite di Noè, Abramo, Elia, Geremia, Daniele, Giovanni Battista e di tutti i profeti e gli apostoli che si sono schierati dalla parte di Dio. La storia ha risposto attraverso i martiri che hanno versato il sangue nelle arene romane, attraverso i santi che hanno sopportato l’esilio e la derisione, attraverso i confessori che hanno preservato la dottrina quando altri l’hanno abbandonata. La nostra epoca ha risposto attraverso pastori, vescovi, sacerdoti e fedeli laici che si sono rifiutati di abbandonare il sacro deposito posto nelle loro mani.

La testimonianza è travolgente. La verità non è rafforzata dai numeri, ma dalla fedeltà. Non perde la sua gloria quando è disprezzata, né la guadagna quando è applaudita. Rimane semplicemente ciò che è, perché Cristo rimane ciò che è.

Coloro che oggi scelgono la fede antica spesso si scontrano con l’incomprensione del mondo e persino con quella della famiglia di Dio. Eppure, questa difficoltà non è un segno di fallimento. È il sigillo dell’autenticità. Il cammino solitario è sempre stato il cammino dei santi. Quando i profeti furono derisi, quando i martiri furono abbandonati, quando Cristo stesso fu abbandonato, il cielo non contò le teste. Il cielo contò i cuori.

Quindi non temete di essere pochi. Non tremate quando la folla guarda altrove. Non lasciate che il rumore del tempo soffochi la voce sommessa della verità eterna. Rimanete saldi. Rimanete coltivando la riverenza. Rimanete con gioia. Perché ogni atto di fedeltà, visibile o invisibile, diventa un mattone nella grande cattedrale che Dio sta erigendo attraverso i secoli.

Alla fine, coloro che si aggrappano alla fede di sempre si troveranno non soli, ma in compagnia di una moltitudine innumerevole. I profeti saranno lì. I martiri saranno lì. I santi di ogni secolo saranno lì. E al centro, raggiante di una gloria che le tenebre non possono vincere, starà la Verità stessa.

La Verità non ha mai avuto bisogno di numeri. Ha bisogno di cuori che siano suoi. E coloro che persevereranno fino alla fine indosseranno la corona che il Signore ha promesso a tutti coloro che lo amano.

Fonte Radical Fidelity






 

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29 Dicembre 2025

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mercoledì, dicembre 24, 2025

Il Parto di Maria e la Nascita di Gesù, nella visione mistica di Santa Brigida di Svezia.


a cura di Veronica Cireneo 

Santa Brigida di Svezia, Patrona d'Europa vissuta nel XIV secolo, nel 1372, in occasione del suo pellegrinaggio a Betlemme, ebbe la visione della scena della natività e della Nascita di Gesù. Viene narrata in questo articolo, con infinita discrezione e delicatezza, ma anche con vigoroso realismo, la descrizione del parto di Maria Santissima: prima Creatura al mondo che ha potuto ammirare gli occhi divini del Bambino Gesù, Figlio di Dio. Buona lettura nell'approssimarsi della Santa Notte d'Oro. Buon Natale

§§§

Narra Santa Brigida:

“A Bethlem, innanzi al presepe, vidi una bellissima giovane Vergine, che era gravida. Era vestita di un saio bianco e di una sottile tunica, attraverso la quale io vedevo chiaramente le sue carni verginali. II suo seno era pieno e molto turgido, poiché era già pronta per il parto. Con lei era un molto rispettabile uomo anziano, ed avevano un bue ed un asino. 

Giunti che furono nella grotta, il vecchio legò il bue e l’asino alla mangiatoia, poi uscì e portò alla Vergine una torcia; la fissò alle pietre del muro ed uscì nuovamente per non essere personalmente presente al parto. 

Allora la Vergine si tolse dai piedi le scarpe, la mantella bianca con la quale era coperta e così pure il velo che aveva sulla testa e pose il tutto accanto a sé. Adesso Ella era rivestita soltanto della tunica ed i capelli biondi come l’oro le cadevano sulle spalle. 

Prese due piccoli panni di lino e altri due di lana molto sottili e pulitissimi, che aveva con sé, per avvolgervi il bambino che sarebbe nato, e inoltre due striscioline di lana per coprire il corpo e avvolgerne la testa; pose il tutto accanto a sé per averlo a portata di mano e farne uso al momento opportuno.

Quando questi preparativi furono completati, la Vergine si inginocchiò con molta devozione e cominciò a pregare. Ella, voltata la schiena alla mangiatoia, alzò il viso al cielo e volse lo sguardo verso oriente. Con le mani alzate e gli occhi rivolti al cielo stava in ginocchio come rapita in dolcissima estasi di contemplazione, inebriata di divina dolcezza. 

Mentre era così assorta nella preghiera, vidi muoversi Colui che era nel suo grembo e subito, in un momento, in un batter d’occhio, diede alla luce il suo Figlio. Dal Neonato emanava tanta indescrivibile luce e tanto splendore, che il sole non potrebbe reggere al confronto; e la torcia, che il vecchio aveva portato dentro la grotta, non dava più alcun chiarore, perché quel divino splendore aveva annullato il materiale chiarore della candela.

Ma il modo di partorire era stato tanto improvviso e rapido che io non potei né scorgere, né distinguere in qual modo e in quale parte del corpo il parto sia avvenuto. Ma vidi subito il glorioso Bambino giacere a terra, luminoso, nudo, ma pulitissimo. La sua pelle era nitidissima e sul suo corpo non c’era alcunché di sudicio o di impuro. In quell’istante, udii anche il canto, mirabile per soavità e di grande dolcezza, degli angeli. Subito il ventre della Vergine, che prima del parto era turgidissimo, tornò normale: e allora il corpo della donna si mostrò delicato e di mirabile bellezza. Quando la Vergine sentì di aver partorito, subito chinò il capo e giunse le mani al petto; poi con grande riverenza cominciò ad adorare il Bambino dicendogli:

«Benvenuto, mio Dio, mio Signore, mio Figlio». 

Ma il Bambino piangeva e tremava per il freddo e per la durezza del suolo sul quale giaceva, stendeva le braccia e le gambe e si muoveva in cerca di tepore e dell’affetto della Madre. Ella allora Lo prese tra le sue mani, Lo strinse al suo petto e, accostando la sua guancia a quella del bambino, con il seno lo riscaldava con grande gioia e amorevole tenerezza materna. Poi si sedette sul pavimento, si pose il Bambino sulle ginocchia, prese con le sue dita il sottile ombelico che si ruppe subito e senza che ne uscisse sangue o siero.

Subito dopo cominciò a ravvolgere il Neonato: dapprima nei panni di lino e poi in quelli di lana, facendo questo con grande accuratezza; poi fasciò tutto il corpicino, comprese le gambe e le braccia, in una fascia, che era cucita ai quattro lati di panno di lana; infine ravvolse la testolina nelle strisce di lana che aveva portato con sé. Quando tutto questo fu fatto, entrò il vecchio il quale, prosternandosi in ginocchio a terra, adorò il Bambino, piangendo di gioia.

Durante il parto la Vergine non cambiò di colore né soffrì né dette alcuno dei segni delle doglie che sono abituali nelle partorienti: soltanto il suo ventre era tornato allo stato in cui era prima che il bimbo fosse concepito.

Poi la Donna si alzò con il Bambino sulle braccia e Lei e Giuseppe lo posero nella mangiatoia e, inginocchiatisi, lo adorarono con gioia e immensa letizia.

Successivamente, nello stesso luogo, mi apparve la Vergine Maria e mi disse: 

«Figlia mia, già da molto tempo ti avevo promesso, quando eri a Roma, che qui, in Bethlem, ti avrei mostrato in qual modo avvenne il mio parto. Benché di questo avvenimento io ti abbia già mostrato qualche particolare a Napoli – cioè in qual posizione mi trovavo quando diedi alla luce mio Figlio – sappi, tuttavia, con tutta certezza, che io mi trovai e partorii nella posizione che ora hai visto: stavo in ginocchio, pregando ed ero sola nella stalla. Io partorii con tale rapimento e letizia dell’anima che non sentii alcun peso, né alcun dolore, quando Egli uscì dal mio corpo. E subito lo avvolsi in mondi pannolini, che già da lungo tempo avevo preparati. 

Al vedere ciò Giuseppe fu preso da meraviglia e da grande gaudio e letizia, perché avevo partorito senza aiuto alcuno.

Molta gente di Bethlem era occupata con il censimento, ed erano tanto intenti a questo che non fu possibile che le meraviglie di Dio si diffondessero tra loro. Sappi inoltre e con verità che quantunque la gente si sforzi di affermare in base al comune sentire umano, che il mio Figlio è nato in modo naturale e normale, tuttavia è verissimo e privo di dubbio che egli è nato come altra volta ti ho detto e come questa volta hai visto».

24 dicembre 2025

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