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martedì, novembre 18, 2025

LA CORREDENZIONE DI MARIA: excursus dottrinale spiegato da Gaetano Masciullo.


Veronica Cireneo. Carissimi, in seno alla levata di scudi in difesa di Maria Corredentrice, offriamo alla vostra attenzione questo interessante contributo ricevuto da Gaetano Masciullo, che ringraziamo di cuore, attraverso il quale si evince che la vera ragione che ha spinto i teologi, neo-modernisti di palazzo, a pubblicare la Nota dottrinale sull'inopportunità del titolo di Corredentrice per Maria Santissima è di natura ecumenica. Solo un modo - questo sì certamente inopportuno - di favorire protestanti e musulmani. Il che è tutto dire... Buona lettura. 

§§§


Maria è Corredentrice? Tutta la Dottrina spiegata. 

Il 4 novembre 2025 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato una Nota dottrinale nella quale si afferma che l’uso del titolo mariano tradizionale di Corredentrice sarebbe non solo inutile, ma persino dannoso. Nello stesso documento, tuttavia, viene al tempo stesso ribadita — seppur in modo non sempre preciso — la dottrina racchiusa in quel titolo. Il presente articolo intende fare chiarezza sul significato tradizionale di questa verità di fede, che da secoli accompagna il popolo cristiano nel suo sensus fidei.

I dogmi mariani

Per comprendere chi è Maria Santissima, bisogna considerare le sei verità di fede che ci parlano della sua figura, del suo ruolo e delle sue operazioni. Di queste sei verità di fede, solo quattro sono state solennemente definite dai Papi come dogmi. Riprendiamole rapidamente.

  1. Il dogma di Maria Madre di Dio (Theotokos), definito dal Concilio di Efeso nel 431, afferma che Maria è veramente Madre di Dio, perché ha generato secondo la carne Gesù Cristo, la cui natura di vero uomo è unita, pur restando distinta, alla natura di vero Dio;

  2. Il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, definito da Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus nel 1854, afferma che Maria, fin dal primo istante del suo concepimento, fu preservata per grazia singolare immune dal peccato originale, in vista dei meriti di Cristo;

  3. Il dogma della Perpetua Verginità di Maria (Aeiparthenos), definito dal Secondo Concilio di Costantinopoli nel 553, afferma che Maria, in virtù della sua esenzione dal peccato originale, rimase vergine sia a livello spirituale sia a livello fisico prima, durante e dopo il parto.

  4. Il dogma dell’Assunzione di Maria al Cielo, definito da Pio XII con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus nel 1950, afferma che Maria, terminato il corso della sua vita terrena, fu assunta nella gloria del Paradiso in anima e corpo.

Oltre a questi dogmi, restano due verità di fede che restano tali in quanto non solo sono state credute sempreovunque da tutti (per inciso: queste sono le tre condizioni affinché una verità sia ritenuta di fede), ma anche perché seguono logicamente dai dogmi finora esposti, benché contrastate da teologi ed eretici di varie fazioni, e benché non siano mai state ad oggi definite in maniera dogmatica da Papi e Concili. Queste due verità di fede sono:

  1. La Corredenzione di Maria afferma che la Santa Vergine è stata associata in maniera singolare e privilegiata all’azione redentiva di Cristo, cioé alla sua Passione e alla sua Morte, per divenire a pieno titolo Madre della Chiesa.

  2. La Regalità di Maria, secondo quanto insegnato anche da Pio XII nell’Enciclica Ad Caeli Reginam del 1954, afferma che Maria è Regina del Cielo e della Terra non solo perché è Madre di Dio, ma anche perché, quale nuova Eva, è stata associata al nuovo Adamo sulla Croce.

Maria è lo strumento necessario, non l’agente della Redenzione

Tutti i dogmi e le verità di fede mariane orbitano - come pianeti intorno alla propria stella - intorno al primo dogma, ovvero quello della Maternità Divina, perché da esso scaturiscono e ad esso sono ordinati. Per capire bene il posto che la Corredenzione di Maria occupa in questo schema, bisogna recuperare alcune delle fondamentali e cristalline nozioni logiche della filosofia aristotelico-tomistica.

Tutte le cose che esistono possiedono quattro tipologie di causa: agente, fine, materia e forma. Per comprendere perché Maria sia propriamente parlando Corredentrice, è sufficiente chiedersi quali siano le quattro cause della Redenzione. Il fine della Redenzione è il recupero della vita soprannaturale perduta a causa del peccato originale; la sua forma, cioè la definizione stessa dell’opera redentrice, consiste in un sacrificio di espiazione offerto per ogni tipo di peccato.

Ora, la Redenzione presuppone l’Incarnazione. L’Incarnazione, da parte sua, presuppone necessariamente una figura che è terza sia rispetto a Cristo Dio (agente della Redenzione) sia rispetto alla specie umana (causa materiale soggetto della Redenzione, che è anche la materia del sacrificio: Cristo Uomo). Questo soggetto terzo è la Madre, senza la quale non c’è Incarnazione e quindi Redenzione. Il rapporto causale, dunque, tra la Madre e la Redenzione è di tipo agente ma strumentale, o detto altrimenti: Maria è il mezzo della Redenzione. Questo però non è sufficiente.

Lo strumento necessario della Redenzione è una persona, quindi Maria è Corredentrice

Il martello e la sega sono strumenti necessari per il falegname, ma questi strumenti non sono persone, cioé non sono enti dotati di intelletto e volontà proprie, quindi il martello e la sega non sono cooperatori o collaboratori del falegname. Sono solo meri strumenti.

Quando, invece, gli strumenti necessari sono persone, cioé enti dotati di intelletto e volontà, queste persone sono chiamate con il nome di collaboratori o cooperatori, cioé persone che lavorano insieme o operano insieme all’agente primo e principale. La conclusione che segue nel nostro ragionamento è logica. Se l’agente della Redenzione è Dio, e se lo strumento necessario della Redenzione è una donna che volontariamente si offre come Madre del Redentore, e se questa donna è una persona dotata di intelletto e di volontà, allora segue che tale donna opera insieme al Redentore, ossia è Corredentrice.

Il problema di questi teologi di palazzo che negano la verità di fede della Corredenzione di Maria è linguistico e logico, ancor prima che teologico. Infatti, il prefisso co- denota proprio unione, partecipazione e simultaneità nelle azioni e nelle funzioni, senza però denotare per forza un’uguaglianza assoluta (anche se, come vedremo, in Maria c’è, in certa misura, uguaglianza con il Figlio). Ovviamente ci sono situazioni in cui il prefisso co- denota reciproca partecipazione, per esempio il padre e la madre sono l’uno cogenitore dell’altra, e viceversa.

Ci sono però numerosi casi in cui la relazione non è bidirezionale, come per esempio in copilota e cofondatore. Il pilota è colui che guida, il copilota è colui che assiste alla guida. Il fondatore di un’azienda è colui che ha l’idea, il cofondatore è colui che sostiene con il proprio contributo creativo o finanziario. In quest’ultimo senso va inteso il co- in Corredentrice: Maria è Corredentrice di Cristo, ma Cristo non è corredentore di Maria.

Questa verità di fede, che ci parla di Maria come persona necessaria attraverso cui Dio opera la Redenzione, è tradizionalmente espressa dal famoso motto latino Per Mariam ad Jesum, “attraverso Maria si giunge a Gesù”. Questo è valido non solo dal punto di vista teologico-storico, ma anche dal punto di vista mistico-spirituale, come vedremo a breve.

L’opera di Maria è necessaria alla salvezza dell’uomo: senza la sua cooperazione, Cristo non avrebbe potuto redimere la specie umana; eppure, questa verità non contraddice il fatto che non è Maria ad operare la Redenzione, proprio come, nella nostra metafora, gli strumenti del falegname o del fabbro sono necessari per la costruzione di determinati oggetti, ma nessuno direbbe che sono stati il chiodo e il martello a costruire il tavolo, bensì il falegname.

Se Maria non è Corredentrice, Dio ha solo “usato” una donna

Se si nega che Maria sia Corredentrice, si finisce per ridurre la sua missione al ruolo di una donna semplicemente “usata” da Dio. Ma la fede cattolica afferma il contrario: riconoscere Maria come Corredentrice è essenziale, perché la Redenzione passa attraverso l’Incarnazione, e l’Incarnazione richiede una madre.

Se Maria fosse stata solo funzionale alla nascita di Cristo, Dio — che è onnipotente — avrebbe potuto fare a meno di lei, scegliendo altre vie. Invece, Egli ha voluto liberamente la sua partecipazione, non per necessità ma per amore e per rispetto dell’ordine creato naturale. Gratia non tollit naturam, sed perficit. Negare questo significa svuotare la figura di Maria, riducendola a un mezzo privo di dignità e rendendo incomprensibile il culto che la Chiesa le tributa. È, in fondo, la prospettiva protestante. Non a caso san Tommaso d’Aquino ammoniva: parvus error in principio, magnus in fine — un piccolo errore all’inizio porta a grandi conseguenze alla fine.

Questo ci fa capire che la vera ragione che ha spinto i teologi neo-modernisti di palazzo a pubblicare questa Nota, che lascia trapelare una così grande preoccupazione per l’eventuale oscuramento della “unicità della mediazione salvifica di Cristo”, è di natura ecumenica. Infatti, secondo protestanti e musulmani, Maria è necessaria sì per la nascita di Gesù, ma solo in quanto strumento docile nelle mani di Dio, come un martello nelle mani del falegname, non come una persona dotata di intelletto e volontà. Un oggetto passivo, non un soggetto attivo.

Da Maria Corredentrice a Maria Madre della Chiesa e Madre della Grazia

Si è detto che tutte le verità mariane orbitano intorno al dogma principale, ossia quello della Maternità Divina di Maria. Come abbiamo visto, Maria è Corredentrice proprio perché è stato il mezzo necessario che ha consentito l’Incarnazione e la Redenzione. Senza il fiat libero di Maria non sarebbe stato possibile per il Figlio assumere la carne umana. Come si è detto, Dio avrebbe certamente potuto redimere l’umanità in altro modo, ma dal momento che ha scelto questo modo, affinché Cristo potesse essere per noi non solo vittima per i peccati, ma anche Via, cioé modello di santità, Maria diviene necessaria alla Redenzione.

La verità di fede mariana della Corredenzione è però anche il termine medio per comprendere altre due verità mariane minori (ce ne sono diverse di questo tipo), ossia quelle espresse dai titoli di Maria Madre della Chiesa e Maria Madre della Grazia.

Infatti, dal momento che Maria è Madre di Dio, e quindi Corredentrice (come abbiamo visto); e dal momento che la Chiesa, come istituzione umano-divina, è lo stesso Cristo in quanto suo corpo mistico o spirituale; ne consegue che Maria è Madre della Chiesa perché è Madre di Dio.

Papa Leone XIII insegna che “la Vergine Immacolata, prescelta ad essere Madre di Dio, e per questo motivo fatta Corredentrice del genere umano, gode presso il Figlio di una potenza e di una grazia così grande che nessuna creatura né umana né angelica ha mai potuto né potrà mai raggiungerne una maggiore”.

Infatti, a buon diritto, Maria può essere anche venerata con il titolo di Onnipotente per grazia, a sottolineare ulteriormente la stretta cooperazione con il Figlio, l’Onnipotente per natura.

Se Maria è Madre della Chiesa, allora è anche Madre della Grazia, poiché la grazia è il dono dell’amore di Cristo che ci santifica. Essendo Maria Madre di Dio, e poiché la grazia proviene da Dio, Maria è giustamente chiamata Madre della Grazia. Cristo sulla Croce pronunzia sette frasi e una di queste è rivolta a Maria e san Giovanni, il “discepolo che egli amava”, immagine di coloro che vivono in grazia di Dio custodendo la carità. “Donna, ecco tuo figlio”, dice a Maria; e a Giovanni: “Ecco tua madre”. Così facendo, Cristo dichiarava Maria la nuova Eva. Come la prima donna si chiamò Eva perché madre di tutti i viventi, così Maria sulla croce diviene la nuova Eva perché Madre dei veri viventi.

Immacolata Concezione e Corredenzione di Maria

Perché Maria è stata concepita, per singolare privilegio di Dio, esente dal peccato originale sia nella colpa sia negli effetti? Non avrebbe forse Dio potuto generare la carne immacolata di Cristo nell’utero di una donna macchiata dal peccato originale? Certamente. Infatti, la stessa Maria, pur essendo Immacolata Concezione, è stata concepita dal concorso sessuale di due persone, i santi Gioacchino ed Anna, che dal peccato originale erano certamente macchiati, come tutti i discendenti di Eva.

Perché, dunque, Dio ha voluto che la Madre di Cristo fosse, come il Figlio, immacolata? Per capirlo, dobbiamo anzitutto capire che tipo di vittima il sacrificio redentivo esigeva. Abbiamo, infatti, detto che la definizione di Redenzione è questa: sacrificio di espiazione per il peccato originale e per tutti i peccati personali dell’umanità.

Dopo il peccato originale, l’uomo aveva perso il tesoro più grande, cioé la giustizia originale e la vita di grazia: in una parola, Dio stesso. Inoltre, l’uomo aveva peccato, dunque l’uomo doveva espiare. Ma, dal momento che Dio è infinito, solo un uomo capace di merito infinito avrebbe potuto soddisfare un debito di giustizia simile come il peccato originale: dunque, dal momento che il peccato originale si trasmette da padre in figlio, nessun uomo avrebbe mai potuto, con la dignità infima che ne è conseguita, compiere un sacrificio o una penitenza efficace. Da qui, Dio che per misericordia si incarna, cioé unisce la propria natura depositaria di dignità infinita, alla natura umana per sacrificare al posto di Adamo e della sua prole.

Ora, anche la natura umana doveva essere perfetta per rendere efficace questo sacrificio. Infatti, tanto più nobile è la vittima, tanto più nobile è il sacrificio. Per questo, l’umanità di Cristo doveva essere concepita priva di peccato originale e il sacrificio doveva avvenire nel momento migliore, cioé nella piena maturità della sua vita. L’Agnello sacrificato dagli israeliti nella notte di Pasqua è immagine di Cristo: “maschio, senza difetto, nato nell’anno, immolato al tramonto”, cioé alla perfezione o compimento del giorno.

In tre luoghi dell’Antico Testamento si legge, inoltre, di “non cuocere l’agnello nel latte di sua madre”, a prefigurare il rapporto privilegiato tra la Vittima Divina e la Madre, che è un rapporto di purezza intima. Il latte è nel linguaggio biblico uno dei simboli della vita nuova. Pensate al modo con cui Dio descrive la Terra di Canan, prefigurazione del Paradiso, “terra dove scorrono latte e miele”, cioé vita e verità. Non cuocere l’agnello nel latte di sua madre significa, nel senso più profondo, non mescolare la purezza della Madre con la pena del Figlio, come compartecipe del peccato che il Figlio espia. Qui troviamo una grande prefigurazione di Maria Immacolata.

Tuttavia, proprio perché Immacolata, Maria può offrire se stessa a Dio in sacrificio. Cosa offre di se stessa? Il Figlio. Solo Maria può offrire Cristo al Padre come qualcosa di proprio, sia perché è la Madre (Gesù è stato intessuto nel suo utero con il suo materiale biologico e genetico) sia perché è la Tutta-Pura. Questa condizione di immacolatezza, infatti, permette alla Madre di partecipare alla Passione di Cristo in maniera perfetta: addirittura, potremmo dire, come co-vittima. In teologia classica, si dice anche che Cristo redime l’umanità de condigno, cioé per una dignità che le è propria, che scaturisce dalla sua doppia natura umano-divina; Maria redime l’umanità de congruo, cioé per una certa uguaglianza. Maria, infatti, in quanto donna priva di peccato originale, è uguale a Cristo secondo la natura umana, ma non secondo la natura divina.

Pio XII insegna che Maria, “immune da ogni macchia, sia personale sia ereditaria, e sempre unita con il Figlio suo, offrì questi all’eterno Padre sul Golgota”. Attenzione: non sto dicendo che Maria ha redento l’umanità, ma che Maria ha compreso, sentito e vissuto perfettamente il dolore che Cristo ha patito, non solo quando si è offerto in oblazione perfetta per noi tutti, ma sin dalla Natività, pur senza soffrire nel corpo ma solo - altrettanto intensamente - nell’anima. Per questo, si legge che Maria “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”, cioé meditava sul sacrificio estremo del Figlio, e per questa meditazione ella soffrì continuamente.

Per questo motivo, la liturgia tradizionale dei Sette Dolori di Maria (significativamente celebrata il 15 settembre, cioé il giorno dopo l’Esaltazione della Santa Croce) dice che Maria, “senza morire, ha meritato la palma del martirio sotto la Croce del Signore”.

Anche san Giovanni Paolo II, in perfetta continuità con la tradizione della Chiesa, ricordava come la partecipazione di Maria alla Passione del Figlio non fu solo affettiva, ma collaboratrice attiva all’opera della Redenzione. Nell’Udienza generale dell’8 settembre 1982 affermava infatti: “Maria, pur concepita e nata senza macchia di peccato, ha partecipato in maniera mirabile alle sofferenze del suo divin Figlio, per essere Corredentrice dell’umanità”. In queste parole del Pontefice risuona la dottrina perenne che vede nella Vergine Immacolata non una semplice spettatrice, ma una Madre associata intimamente all’opera redentrice del Figlio, “stante presso la Croce”, come insegna il Vangelo.

San Pio X, facendosi eco di questa pia tradizione, così insegna

Maria “dovette custodire, nutrire e presentare quella Vittima sull’altare [della Croce], nel giorno stabilito. Così ci fu tra Maria e Gesù una continua comunione di vita e di sofferenza, di modo che si può applicare tanto all’uno che all’altra la sentenza del profeta: La mia vita si è consumata nel dolore, i miei anni sono trascorsi nei lamenti. Quando venne per Gesù l’ultima ora, sua Madre stava presso la Croce oppressa dal tragico spettacolo e nello stesso tempo beata, perché suo Figlio si immolava per la salvezza del genere umano e, d’altronde, Ella partecipava talmente ai dolori di Cristo, che le sarebbe sembrato infinitamente preferibile prendere su di sé tutti i tormenti del Figlio, se fosse stato possibile”

E addirittura, san Pio X si spinge a dire che “[Maria] divenne legittimamente degna di riparare l’umana rovina e perciò di dispensare tutti i tesori che Gesù procurò a noi con la sua morte e il suo sangue. Certo, solo Gesù Cristo ha il diritto proprio e particolare di dispensare quei tesori che sono il frutto esclusivo della Sua morte, essendo egli per sua natura il mediatore fra Dio e gli uomini. Tuttavia, per quella comunione di dolori e di angosce, è stato concesso all’Augusta Vergine di essere presso il Suo unico Figlio la potentissima mediatrice e conciliatrice del mondo intero”.

Un termine ambiguo e sconveniente?

Secondo la Nota dottrinale, il titolo di Corredentrice sarebbe inappropriato “per definire la cooperazione di Maria” alla salvezza operata da Cristo, dal momento che “può generare confusione e squilibrio nell’armonia delle verità della fede cristiana”.

E ancora: “Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente. In questo caso, non aiuta ad esaltare Maria come prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione e della grazia, perché il pericolo di oscurare il ruolo esclusivo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per la nostra salvezza, l’unico capace di offrire al Padre un sacrificio di infinito valore, non costituirebbe un vero onore alla Madre.”

Questa motivazione fallace dovrebbe portare a constatare, tra le altre cose, anche l’inopportunità di altri termini teologici non usati esplicitamente nella Scrittura e che, anche da un punto di vista storico, hanno causato molteplici fraintendimenti e discussioni teologiche durate secoli, come per esempio il termine Trinità riferendosi a Dio. I teologi musulmani, per esempio, ancora oggi non comprendono la differenza tra Dio trinitario e triteismo.

Se si comprende il significato autentico del termine Corredentrice, ogni difficoltà svanisce. Altro che numerose e continue spiegazioni! Nessun teologo cattolico ha mai inteso con questa parola un’uguaglianza assoluta tra Maria e Cristo nell’opera redentrice, ma certamente un’uguaglianza partecipata, in virtù del fatto che Maria e Gesù condividono la stessa natura umana incorrotta, mentre qualunque essere umano condivide sì con Gesù la stessa natura umana, ma non allo stesso livello di perfezione, perché tutti gli altri uomini  inclusi grandi santi, come san Giuseppe e san Giovanni Battista - sono stati concepiti nel peccato originale.

Questo pronunciamento - esso sì inopportuno e confusionario, oltre che errato  - rappresenta un ostacolo significativo al processo per proclamare solennemente il dogma di Maria Corredentrice, ma il neo-modernismo sarà sconfitto, come ogni eresia, proprio dalla Vergine Santissima, che è venerata anche come Regina delle Vittorie e Debellatrice delle eresie. 

Allora nella Chiesa potrà riecheggiare ancora una volta, come nei tempi antichi, il motto: de Maria numquam satis, “di Maria non si dirà mai abbastanza”. Chi onora la Madre, onora il Figlio.

Gaetano Masciullo 

Fonte ( q

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Martedì 18 novembre 2025

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sabato, maggio 24, 2025

IMMORALITÀ DELL'INDOTTRINAMENTO. Papa Leone sui concetti di vera unità, dottrina,dialogo e Fede. G. Masciullo


a cura di Veronica Cireneo 

L'attuale Pontefice Sua Santità Leone XIV nonostante i pochi giorni trascorsi dalla Sua elezione al Soglio Petrino ha già ampiamente dimostrato di amare un linguaggio sobrio, disarmato, non ideologizzato che invece così di moda ha abusato di molti termini fondanti della società civile, col risultato di svuotarli del significato legittimo e generare disorientamento. Il 17 maggio nell'incontro  in Sala Clementina, ricevendo i membri della Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice, il Papa  ha colto l’occasione per chiarire in  cosa consiste la vera “dottrina”, in cosa "il dialogo", in cosa l'"unità" e in cosa la "libera adesione alla Fede". Conosciamo il suo pensiero attraverso questo articolo di Gaetano Masciullo, che ringraziamo per la completezza e la chiarezza espositiva. Buona lettura 

§§§

Sul concetto di unità
(...) Sua Santità ha così dichiarato il 19 maggio, durante l’incontro con i rappresentanti delle varie religioni, accorse a Roma per la Messa di inizio pontificato celebrata il giorno prima: “riconosciamo che questa unità non può che essere unità nella fede”; e ancora: “La nostra comunione si realizza, infatti, nella misura in cui convergiamo nel Signore Gesù. Più siamo fedeli e obbedienti a Lui, più siamo uniti tra di noi”. 
Queste parole sembrano promettere bene per il futuro, nella misura in cui l’unità è intesa come unità nella verità e non come confederazione di diverse dottrine religiose, una Chiesa ridotta a ONU delle religioni.

Sul concetto di dottrina
Papa Leone ha esplicitamente affermato che la dottrina della Chiesa non equivale a un’opinione. Ora, se la dottrina cattolica non è un’opinione tra tante, vuol dire che è una certezza. Questo primo chiarimento si discosta notevolmente da quanto è stato ribadito a tal proposito negli ultimi anni, specialmente dalle gerarchie più alte della Chiesa. Cosa intende, dunque, Papa Leone quando parla di “dottrina”?
Quando sentiamo la parola ‘dottrina’ – ha detto il Papa – ci viene in mente la definizione classica: un insieme di idee proprie di una religione. E con questa definizione ci sentiamo poco liberi di riflettere. (…) Si fa urgente il compito di mostrare che esiste un altro e promettente significato dell’espressione ‘dottrina’, senza il quale anche il dialogo si svuota. 
I suoi sinonimi possono essere ‘scienza’, ‘disciplina’, o ‘sapere’. Così intesa, ogni dottrina si riconosce frutto di ricerca e quindi di ipotesi, di voci, di avanzamenti e insuccessi, attraverso i quali cerca di trasmettere una conoscenza affidabile, ordinata e sistematica su una determinata questione.”
Proprio come i teologi cattolici medievali, anche noi oggi dobbiamo riprendere la concezione di teologia come “scienza”, cioé come discorso argomentato su Dio, anzitutto, e poi anche sul mondo e sull’uomo a partire da Dio. Proprio come una scienza naturale si sviluppa a partire da dati di conoscenza sicuri come quelli forniti dai sensi, così anche la dottrina cattolica parte da dati degni di fede, cioé la Rivelazione, ciò che Dio stesso ha rivelato all’umanità in Cristo Gesù.

Questo parallelismo tra fede e dottrina, e tra dottrina e argomentazione, è profondamente cattolico e biblico.
La stessa Scrittura, infatti, afferma che “la fede è sostanza delle cose che si sperano e argomento delle cose che non si vedono” (Ebrei 11, 1). Nel definire la fede come argomentum, l’Autore Sacro sottolinea l’importanza di approfondire – con il dono della grazia – le premesse e le implicazioni delle verità rivelate, che si riverberano su ogni aspetto della vita individuale e sociale. 

Anche san Pietro, primo Papa, sottolinea nella sua lettera che il cristiano non deve imporre senza carità la verità contro colui che non crede, ma deve persuadere e dimostrare che la religione cattolica non è irragionevole, ma, al contrario, ciò che dà perfezione e compimento all’intelletto umano: “Siate sempre pronti a soddisfare chiunque vi domandi ragione di quella speranza che è in voi” (1Pietro 3, 15).
Ora, per soddisfare la sete di verità dell’uomo, è necessario conoscere in maniera affidabile, ordinata e sistematica il deposito della fede.

Sul concetto di dialogo
Partendo da questa prospettiva, assume un significato diverso anche il concetto di “dialogo”, termine tanto abusato dai teologi liberali e dai modernisti nel corso degli ultimi due secoli e ridotto a un pietoso scambio di impressioni personali sulla divinità, dove ognuno accetta la posizione dell’altro senza chiedersi dove sia la verità. Non è questo però il dialogo autentico, quello che la stessa Scrittura promuove, laddove si legge: “Imparate a fare il bene, cercate il giudizio, (…) E venite, ragionate con me, dice il Signore. (…) Se lo vorrete, se mi ascolterete, mangerete i frutti della terra” (Isaia 1, 17-19).

Il dialogo non è un concetto contrario al cattolicesimo tradizionale, anzi gli è proprio. Il cattolicesimo, infatti, si è diffuso nei primi secoli non con la violenza della prevaricazione o della spada, ma con la forza della verità, che, sostenuta dalla grazia, si rivolge all’intelletto e muove liberamente l’anima all’assenso mediante la persuasione, come insegnerà secoli dopo san Tommaso d’Aquino. Non si può dire lo stesso di altre religioni, come l’islam o il protestantesimo, che si sono diffusi con la spada e con la violenza dei poteri secolari. 

Il cattolico non può ignorare le ragioni della propria fede ed è chiamato a trasmettere nella carità le ragioni, cioé gli argomenti, della propria fede. In questo modo, la dottrina cattolica non è un monolito freddo, un pacchetto nel grande supermercato delle religioni da accettare o rifiutare, ma – proprio come ha detto Papa Leone – “una conoscenza affidabile, ordinata e sistematica”. 

Il dialogo deve avere come obiettivo la persuasione. Non deve cioé semplicemente convincere l’intelletto, ma predisporre la volontà all’azione della grazia, che sola genera la fede. Non si può dialogare con chi non è cristiano partendo dall’arrogante pretesa che l’altro debba convertirsi subito a quanto si afferma. Anzitutto, perché colui che converte i cuori è solo Dio e l’uomo è solo uno strumento, per quanto efficace, della sua Parola. Tutti i cattolici sono chiamati a vivere come san Giovanni Battista, modello dei credenti: “Sono voce di uno che grida nel deserto” (Gv 1, 23) – voce, non parola. 

Per questo motivo, verità e carità devono essere sempre unite quando si insegna o si fa testimonianza della fede cattolica. Del resto, lo stesso Signore ha usato lo stesso metodo con l’umanità: rivelandosi nel corso della storia a Israele, e poi soprattutto in Cristo Gesù, ha sempre illustrato le ragioni della sua Legge e della sua dottrina. Quando l’autorità muove la mente e il cuore del suddito, suscita in questi la docilità e l’obbedienza. 

Vediamo la stessa dinamica antropologica anche nella famiglia, nella relazione tra padre e figlio. San Giovanni Bosco, ideatore di quella che potremmo definire la pedagogia cattolica per eccellenza, insegnava agli educatori che, per essere ascoltati dai ragazzi, bisognava fondare l’insegnamento su tre concetti: religione, ragione e amorevolezza. Se uno di questi tre pilastri viene meno, si può stare certi che la missione stessa dell’educatore (e per estensione dell’evangelizzatore) andrà incontro al fallimento.

Il Papa ha detto ancora: “L’indottrinamento è immorale, impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà della propria coscienza – anche se erronea – e si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento, il cambiamento o l’evoluzione delle idee di fronte a nuovi problemi. Al contrario, la dottrina in quanto riflessione seria, serena e rigorosa, intende insegnarci, in primo luogo, a saperci avvicinare alle situazioni e prima ancora alle persone. Inoltre, ci aiuta nella formulazione del giudizio prudenziale. Sono la serietà, il rigore, la serenità ciò che dobbiamo imparare da ogni dottrina”.

Se l’indottrinamento è l’imposizione della verità senza la carità, cioè senza fornire le “ragioni della speranza” di cui ci parla san Pietro, oppure senza aspettare che i semi di verità germoglino nel cuore dell’uomo secondo i tempi e le circostanze disposte da Dio (cfr. 1Corinzi 3, 6), certamente esso sarebbe immorale. 

Sulla libera adesione alla Fede
ll cristiano deve rispettare la coscienza del prossimo anche se è erronea. Si badi bene: questo non vuol dire giustificare la coscienza erronea. Se il giudizio del fratello è sbagliato, bisogna riconoscerlo come tale. Correggere l’errore, ammonire il peccatore, insegnare all’ignorante o consigliare chi è dubbioso sono preziose opere di misericordia spirituale. Rispettare la coscienza erronea vuol dire – come suggerisce l’etimologia stessa della parola ‘rispettare’ – guardare con attenzione, cioé accompagnare e favorire la crescita della verità nel cuore dell’uomo. Anche la Scrittura ci avvisa: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ezechiele 18, 23).

Sant’Agostino insegna che l’uomo può fare ogni cosa contro la propria volontà, ma crede solo volendo. Ora, la volontà non può essere costretta. Dunque, non si può costringere l’uomo alla fede, se non con la verità. E come si pianterà il seme della verità nel cuore dell’uomo, se non con la carità?

San Tommaso d’Aquino insegna, inoltre, che l’imposizione cieca e irrazionale di idee, senza rispetto per la libertà della coscienza umana, è contraria alla dignità dell’uomo creato a immagine di Dio, cioé libero e razionale. Tuttavia, la coscienza – quando e soprattutto se erronea – va illuminata e corretta con carità, secondo verità. Non ogni azione basata sulla coscienza è giusta, ma ogni coscienza va rispettata nel suo orientamento fondamentale al bene. 

San Tommaso non difende la libertà di coscienza in senso moderno, giustamente condannata dal Sillabo di Pio IX e da altri documenti magisteriali. Tale libertà, infatti, che i moderni presentano addirittura come “diritto”, presuppone che tutti i giudizi che la coscienza umana è in grado di formulare siano di pari valore; ma così non può essere.

San Tommaso, invece, insegna che bisogna tollerare con prudenza l’errore altrui, per non creare uno scandalo maggiore, non solo nell’individuo che sbaglia, ma anche e soprattutto nella società. 

“Tra gli infedeli – scrive san Tommaso – ci sono alcuni che non hanno mai ricevuto la fede, come i pagani e gli ebrei. Questi non devono essere in alcun modo costretti alla fede, affinché credano, perché credere è un atto della volontà. 
Tuttavia, se c’è la possibilità, devono essere costretti dai fedeli a non ostacolare la fede, né con bestemmie, né con cattive persuasioni, né con persecuzioni manifeste. 
Per questo motivo, i fedeli di Cristo muovono guerra contro gli infedeli, non per costringerli a credere (poiché, anche se li vincessero e li catturassero, lascerebbero loro la libertà di decidere se credere o meno), ma per impedire loro di ostacolare la fede cristiana.” (S.Th., II-II, q.10, a. 8)

Oggi viviamo di nuovo in una società pagana. Molti di coloro che formalmente si dicono cristiani, in realtà non lo sono, perché non conoscono nulla della dottrina cattolica e, anzi, sono cresciuti non con l’educazione della fede, ma con l’educazione gnostica fornita loro dalle scuole pubbliche, dagli stati, dai genitori e persino dalle parrocchie. Anche coloro che formalmente commettono apostasia e abbandonano la Chiesa cattolica non possono di fatto essere ritenuti apostati o eretici, perché l’apostata è colui che un tempo ha conosciuto e professato la fede cattolica nella sua interezza, ma oggi la maggioranza di coloro che abbandonano il cattolicesimo lo fanno perché non l’hanno mai conosciuto oppure lo hanno confuso con una spiritualità debole e infantile, incapace di dare significato alla vita.

Anche il Concilio Vaticano Primo si è fatto erede di questo insegnamento tomistico: esso, infatti, condanna infallibilmente chi nega la libertà dell’assenso di fede (cfr. Dei Filius, canoni, sez. III, 5). In definitiva, l’uomo non crede perché costretto da una forza esterna, né dallo Stato, né da altri, ma neanche perché costretto da argomenti puramente razionali, bensì perché vuole credere e tale volontà è mossa da Dio, il quale assiste l’uomo con la grazia iniziale".
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In un tempo in cui l’identità cattolica rischia spesso di essere annacquata nel compromesso o nel timore di apparire esclusiva, le parole di Papa Leone XIV, se lette alla luce della Tradizione, offrono l’opportunità di riscoprire una dottrina viva, amica della ragione, capace di educare alla libertà autentica e alla fede che salva. 
È però necessario vigilare affinché il linguaggio non venga frainteso o piegato da interpretazioni mondane o mediatiche. 
Non ogni evoluzione, infatti, è vera continuità con ciò che gli Apostoli hanno trasmesso, né ogni ascolto costituisce dialogo nel senso più cattolico del termine. 
Solo una Chiesa che conosce con chiarezza — in modo “affidabile, ordinato e sistematico” — il contenuto della propria fede, potrà annunciarla e insegnarla con efficacia e carità.

Gaetano Masciullo, 22 maggio 2025

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