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martedì, ottobre 27, 2026

Quel diabolico pregiudizio contro il latino. Sull'utilità di tornare alla lingua madre della Chiesa. P. Giuseppe Agnello


a cura di Veronica Cireneo 

Dati e constatati i fatti del "gran rifiuto" nelle tre giornate di Roma, che, alla stregua delle storiche cinque giornate di Milano, hanno visto barricate in Piazza San Pietro per impedire l'accesso in Basilica ai pellegrini del 15' Summorum Pontifucum, difensori della Tradizionale Cattolica, offriamo alla vostra attenzione, spirituale, queste riflessioni di Padre Giuseppe Agnello sulla necessità di ritornare al latino nella liturgia e nella devozione privata. La lingua madre della Chiesa da secoli usata per: " onorare il Fíglio di Dio con un “proprium” linguístico comune, provvidenziale e sovranazionale". Buona lettura e diffusione.

Roma: il gran rifiuto. Domenica 25 ottobre 2026

§§§


LATINORUM O LÍNGUA ETERNA?


• Esiste un pregiudízio diabòlico da abbàttere, quando parliamo del latino. Questo pregiudízio contraddice tutta la stòria della Chiesa e spiega male anche quella piaga ecclesiale della mano sinistra (divisione nel culto tra clero e fedeli) che il beato Antònio Rosmini Serbati proponeva di sanare con accorgimenti molto pràtici.

Questo pregiudízio è che il latino sia una língua morta, divisiva, elitària, e quindi da usare il meno possíbile, per mantenere il Vangelo “popolare” e il culto comprensíbile a tutti.

Sappiamo dalla stòria che anche il greco bíblico è stato una língua comune non letterària, la cui sacralità è crollata appena si è spiegato che l’ispirazione dei libri sacri non è affatto meccànica.

Quando però il greco divenne língua elitària, colta e dei ricchi, anche la liturgia cattòlica, che lo conservò fino agli inizî del III sècolo, nonostante in greco fosse scritto il Nuovo Testamento, cessò di usarlo e volle “parlare” il latino, come testimòniano le due traduzioni latine che precèdono la Vulgata di san Giròlamo e sono dette “prische versioni”: l’Ítala e l’Afra, che risàlgono al II sècolo.

• Dunque il latino cristiano spunta presto, ma la latinizzazione della liturgia romana è un processo lentíssimo che sappiamo compiuto alla fine del III sècolo. Dalla Chiesa africana e dal pòpolo romano di úmili, doveva dunque arrivare quella novità che per l’Impero era un “sermo cotidianus”, ma per la Chiesa diventerà strumento único di espressione e modo di onorare il Fíglio di Dio con un “proprium” linguístico comune, provvidenziale, sovranazionale, non imposto per decreto, ma divenuto importante, perché:

- si predicava in latino,

- si rifletteva sulle verità di fede in latino,

- si componèvano Inni e canti in latino, e 

- tutta la vita ecclesiàstica nel III sècolo era vissuta in latino.

A ciò si aggiunga che d’ora innanzi il latino ecclesiàstico avrà una potenza simbòlica che gli resterà per sempre:

- è la língua dei vinti che sono diventati vincitori, 

- dei martirizzati che hanno dato la loro bella testimonianza a Cristo (Cfr Acta martyrum Scillitanorum);

- dell’Eterna che diventa Cristiana.

• Quindi le accuse mosse al latino, piuttosto che ad esso si potrèbbero muòvere ad ogni língua sconosciuta che si impone come veícolo di trasmissione non richiesta, non necessària, non insegnata e svelata, ma onnipresente (penso a tutti i foresterismi ed esotismi che sovrabbòndano senza motivo nell’italiano di alcune discipline e anche dell’uomo comune).

Il latino, però, se da língua popolare è diventato via via sconosciuto, non ha mai perso la sua vocazione ad èssere necessàrio per unire, illuminare, ed elevare il pòpolo di Dio oltre ogni differenza nazionale, e fare accèdere in modo sicuro all’antichità e alla Tradizione, non come vi accede uno snob, ma come vi accede l’erede che ha diritti incontestàbili sull’eredità.

• Si pensa che sia retòrico l’adàgio “Língua latina, língua aeterna”, ma è pròprio l’eternità del dogma che spiega il latino nella Chiesa non come relitto museale, ma come freschezza intatta della fede.

La Chiesa sa bene che la Sacra Scrittura non le è stata dettata in latino da Dio in persona o da un suo àngelo, come pènsano dei proprî testi sacri altre religioni; sa che può tradurre i testi sacri in perfetta sintonia con l’agire di Dio che si è incarnato ed è entrato nella stòria di un ben preciso pòpolo; ma sa altresí che il depòsito della fede è stato meditato, sviscerato e pregato in una língua che da popolare è divenuta ecclesiale, litúrgica e condivisa senza fare torto a nessuno, ma arricchendo tutti.

Bisogna però istruire i fedeli, perché è sempre “l’ignoranza” della pròpria fede il problema di tutte le derive moderniste e neomoderniste.

Istruire per fare quindi gustare, capire, e difèndere una língua ufficiale e litúrgica, che, pròprio perché “della Chiesa” e non di chi ad essa non appartiene, è sacra e pregnante di significati altrimenti traditi o annacquati.

Tradurre costantemente, com’è necessàrio nelle língue volgari, se da una parte favorisce un appròccio immediato al comprendònio, dall’altra allontana le nuove generazione dallo stesso senso che alle parole hanno dato le precedenti generazioni.

• Se màncano l’annúncio, le catechesi, la mistagogia, anche le parole piú comuni del rito pòssono restare un mistero o un fatto intuitivo in una cerimònia ripetitiva. 

Chi sa che “Osanna” vuol dire “rendi salvo”; “Allelúia” vuol dire “Lodate Dio”; “Amen” corrisponde ad “è vero”; e “Kyrie eleison” a “Signore, pietà”, non dice queste parole come il pappagallo ripete ciò che ha sentito, ma prega con la consapevolezza dei contenuti della preghiera. Lo stesso lo si può dire per “Dominus vobicum” (= Il Signore sia con voi), “Sursum corda” (= in alto i cuori), e per una Messa intera celebrata in latino.

• Basta avere i messalini bilíngue (in latino e nelle língue volgari) o traduzioni interlineari, se non si è studiato il latino e non lo si conosce. Anche in questo caso, come vale per ogni cosa, è l’amore che muove verso il concreto superamento degli ostàcoli reali o supposti. Ma è pròprio questo che manca!

• E non dirò che manca l’amore al latino, perché questo riporterebbe il latino a una delle tante língue che si pòssono imparare o non imparare “secondo gusto e utilità”; ma manca l’amore alla Sposa di Cristo, che per mezzo di papi e di santi ha costantemente raccomandato di impararlo. L’amore a sé stessi e l’individualismo feroci, entrati pure nei seminarî, condúcono infatti a rèndere léttera morta ogni raccomandazione ed esortazione, ogni precetto e indicazione del Diritto canònico, sicché la pigrízia si giustífica con il superamento richiesto dal tempo presente.

Non elencherò tutti i documenti magisteriali che pàrlano con chiarezza del latino, della sua importanza, dei suoi mèriti e vantaggî.

• Vòglio ricordare anzitutto una contraddizione evidente di tutti coloro che invòcano il Concílio Vaticano II per i proprî fini di rottura, ma lo tradíscono allegramente quando è chiaro su ciò che loro non garba, in questo caso il latino.

Cito per questo un passàggio del libro-intervista di Vittòrio Messori a Joseph Ratzinger: "Rapporto sulla fede (Ediz. Paoline, Alba 1985) :

" Per lui, pròprio nel campo litúrgico  ̶ sia negli studî degli specialisti che in certe applicazioni concrete ̶  si constaterebbe «uno degli esempî piú vistosi di contrasto tra ciò che dice il testo autèntico del Vaticano II e il modo con cui  è stato poi recepito e applicato».

Esèmpio fin troppo famoso, si sa (ed esposto al ríschio di strumentalizzazioni), è quello dell’impiego del latino, sul quale il testo conciliare è esplícito:

«L’uso della língua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini» (Sacrosanctum Concilium n.36).

Piú avanti i Padri raccomàndano:

«Si àbbia cura che i fedeli sàppiano recitare e cantare insieme, anche in língua latina, le parti dell’Ordinàrio della messa che spèttano ad essi» (n.54).

 Piú avanti ancora, nello stesso documento:

 «Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chièrici sia conservata nell’Uffício divino la língua latina» (n.101). 

Scopo del collòquio col cardinale Ratzinger, dicevamo all’inízio, non era certo méttere in rilievo il nostro punto di vista, bensí riferire quello dell’intervistato.

…È un fatto oggettivo che, anche solo limitàndosi all’uso della língua litúrgica, balza agli occhî il contrasto tra i testi del Vaticano II e le successive applicazioni concrete. Non si tratta di recriminare ma di sapere, da una voce autorévole, come mai questo gap si sia verificato.

Lo vedo scuòtere il capo:

«Che vuole, anche questo è tra i casi di una sfasatura  ̶ purtroppo frequente in questi anni ̶  tra il dettato del Concílio, la struttura autèntica della Chiesa e del suo culto, le vere esigenze pastorali del momento e le risposte concrete di certi settori clericali. Eppure la língua litúrgica non era affatto un aspetto secondàrio.

All’orígine della frattura tra l’Occidente latino e l’Oriente greco c’è anche una questione di incomprensione linguística. È probàbile che la scomparsa della língua litúrgica comune possa rafforzare le spinte centrífughe tra le vàrie àree cattòliche».

Aggiunge però súbito:

«Per spiegare il ràpido e quasi totale abbandono dell’antica língua litúrgica comune bisogna in verità anche rifarsi a un mutamento culturale dell’istruzione púbblica in Occidente. Come professore, ancora agli inízio degli anni Sessanta potevo perméttermi di lèggere un testo in latino a gióvani provenienti dalle scuole secondàrie tedesche. Oggi questo non è piú possíbile»» (p 125-127).

Ci rassegniamo al tramonto o alla fine? La Chiesa non lo fa, il cardinale intervistato e poi divenuto papa nel 2005 non lo fa; e nemmeno noi lo facciamo. Papa Benedetto XVI, nell’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis, dice:

«… Piú in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminàrio, síano preparati a comprèndere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli síano educati a conóscere le piú comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia» (n.62).

 


• Concludo con una conferma sui frutti di questa raccomandazione laddove sia accolta.

Nella conversione del comunista Giovanni Lindo Ferretti, che di recente si è raccontato nella sua biografia: “Ora et labora. Difendi, conserva, prega” (Ediz. Compagnia editoriale Aliberti, pp 32-33), il latino emerge come língua della preghiera memorizzata e capita, benché non nella língua madre, che per lui e i suoi era il dialetto, né nella língua dell’Itàlia unificata che per tutti è l’italiano.

Scrive:

«Nella mia vita, prima del perché si prega, c’è stato il come si prega, l’ho imparato secondo un cànone, appartengo ad una tradizione religiosa. Ne ringràzio Dio» (p.14).

«Si prega in latino, bisogna memorizzarlo, imparare cosa vuol dire, impararlo in italiano» (p.24).

«La rècita del Rosàrio è stato, negli anni della vecchiàia e malattia di mia madre, la nostra àncora di salvezza.

Quando ha cominciato a pèrdere pezzi di sé, i mèdici parlàvano di Alzheimer, consigliàvano psicofàrmaci, sedativi; era sul finire del giorno che tutto precipitava ed è stato sul finire del giorno che io e lei, rifacèndoci alla nostra tradizione, abbiamo ripreso in mano le corone: lei la sua che non usava da tempo; io quella di mia nonna che avevo conservato. Abbiamo riscoperto la potenza del Rosàrio e fino all’último giorno ne abbiamo usufruito.

̶ Mamma, si fa búio: è ora di dire il Rosàrio.

̶ Sí, bravo. Ma lo comandi tu che io sono un po’ confusa.

̶ Non ti preoccupare, cominciamo, poi viene da sé.

Deus, in adiutorium meum intende…» [= O Dio, vieni a salvarmi…] (pp 32-33).

• Questa testimonianza mi dà una speranza: dove non potérono i pontéfici, potranno i fedeli col santo rosàrio in latino.

Padre Giuseppe Agnello 

ottobre a D. 2026

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sabato, luglio 05, 2025

LA FEDE ROCCIOSA DI PAPA LEONE XIV E L'ALLERGIA DOTTRINALE DEI BIBLISTI COME IL MAGGI. Don Giuseppe Agnello.


a cura di Veronica Cireneo 

Un articolo come questo del sacerdote don Giuseppe Agnello non necessiterebbe di presentazione alcuna, per la correttezza e la sapienza di cui è infarcito, ma non si può contestualmente osservare come risulti con sempre maggiore evidenza il numero infinito dei guasti generati dallo scorso  pontificato. Guasti che però hanno attecchito sulla presa delle tenebre personali e sulla mala o poca fede. Balla così il pendolo del guasto, oscillando dallo shock degli ultradelusi, che non possono più credere nella bellezza, nella Grazia e nella sacralità del Papato, nonostante le evidenze, al creativismo di quelli che si sentono autorizzati a dire tutto e il contrario di tutto su Fede e Dottrina, nell'illusione che il caos degli anni scorsi possa giustificarli. Assomiglia, questa, alla categoria immarcescibile di quelli che vogliono sporcare il Papa...tout-court: tra tutte la più insopportabile per la patologica allergia alla Verità naturale e soprannaturale, tristemente manifestata dalla sua miglior rappresentanza, il mese scorso, per le strade orgogliose dei pride. Buona lettura

§§§ 

• Quando l’idea s’impone sulla realtà, e l’individualismo fa da maestro al Cristianésimo, il pensiero filosòfico o teològico, político o scientífico, divèntano un gioco di ruolo o di parole, sganciato dalla verità e sottomesso al gusto o alle visioni parziali. 

Il Cattolicésimo ripugna questo appròccio alla realtà, sia per fedeltà alla sua natura, sia per protèggere tutti (non solo i cattòlici) da sonore illusioni. 

Pertanto, usando la testa con la luce della fede, se parla di diritti non dimèntica i doveri, e se parla dell’uomo, non lo tratta come un animale evoluto o una persona tutta emozioni, sensazioni e bisogni primarî: ne parla come di un soggetto razionale incline al male, ma destinato a grandi cose, se il Cielo diventa davvero il suo fine e orizzonte. 

• La fede cattòlica fa dell’uomo il centro degli interessi di Dio, ma non per rènderlo un tiranello senza règole o un viziato senza virtú, piuttosto per dare glòria a Colui senza il quale non esisterebbe né l’uomo, né la famíglia, né la società, né il diritto. L’Incarnazione del Fíglio di Dio, dunque, non è un fatto su cui il cattòlico, come l’uomo in cerca di risposte, può sorvolare; è invece l’evento capitale e universale per la comprensione di tutto. 

• Volete dunque che un Papa ignori tutto questo e piàccia al mondo? 

Pensate che le affermazioni chiare di ogni Papa sulla famíglia formata da un uomo e da una donna síano retrògrade? 

Le reazioni di certi teòlogi, biblisti e “cattòlici” che stòrcono il naso alle verità di sempre, sembrerèbbero pròprio condannare la chiarezza fontale di papa Leone XIV. 

• Al Giubileo delle famiglie, infatti, il Santo Padre agostiniano ha detto: «Il matrimònio non è un ideale, ma il cànone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo». 

Dicendo che «non è un ideale», ha demolito cosí tutte le teorie su altre forme di “famíglia” omo, trans, Lgbt+ e símili, piú o meno arcobalenate. 

Dicendo che : « è il cànone del vero amore», ha riportato ogni còppia a un modello di riferimento che non passa di moda, ma è ancorato nel diritto naturale, il quale, come insegna san Tommaso, altro non è che «la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale» (Sum. Theol., I-II, q. 91, a.2). 

Dicendo che:  « è tra l’uomo e la donna», ridà al corpo e alla sessualità, alle persone e alle loro differenze (genètiche, biològiche, e físico-psíchiche) il loro posto e il loro fine.

Specificando con i tre aggettivi «totale, fedele, fecondo» l’amore coniugale, ha distrutto tutte le narrazioni di “amore” egoístico, provvisòrio e genitale, di ogni tempo, ma soprattutto del nostro tempo. 

• Su che base ha detto questo? Basàndosi sulla Rivelazione, che, al contràrio di ciò che pènsano i calunniatori della Chiesa, tiene conto della natura e della gràzia; di ciò che vale per tutti e di ciò che vale per un battezzato e per chi vive il sacramento del matrimònio. Il Papa si fa sempre Paladino della Legge eterna (naturale e soprannaturale) per risparmiare le sonore cantonate in questa vita e l’inferno dopo la morte. Dov’è lo scàndalo? Dove la novità?

Eppure una frase come questa ha procurato allergie, fastidî e attacchi da parte di persone che «prométtono libertà, mentre sono essi stessi schiavi della corruzione» (2 Pt 2, v.19). 

• Penso ad esèmpio a Franco Grillini, ma anche a dei cattòlici fuori binàrio. Ad esèmpio il 2 Giugno 2025, su La Stampa, Doménico Agasso intervista il biblista servita Alberto Maggi, molto noto per la sua predicazione lontana anni luce dal Magistero della Chiesa. La sua intervista si concentra pròprio su questa frase del papa. 

Il servita stavolta non parte in quarta con le sue bordate a dottrina, catechismo e verità eterne e stranamente dice: «Non è una questione di dottrina, che non è in discussione, ma di mentalità». Dopo i suoi suggerimenti su come la Chiesa deve comunicare a tutti l’accoglienza, mostra però come si può ignorare la dottrina invocando lo Spírito Santo: «La vitalità della Chiesa sta pròprio nel “ruolo” che Gesú affida - nel Vangelo di Giovanni - allo Spírito: “Vi guiderà alla verità tutta intera”. Non si tratta di prevedere il futuro, ma di comprèndere sempre piú a fondo il messàggio di Dio». Fin qui ci troviamo quasi d’accordo, sennonché il lupo perde il pelo, ma non il vízio di offrire novità al posto della verità, e creatività al posto della santità, sicché completa, ad una nuova domanda dell’intervistatore, il suo pensiero cosí: «Lo Spírito è garanzia di una Chiesa capace di rispóndere alle novità della stòria. Perché l’umanità càmbia: si modíficano i modelli relazionali, le strutture sociali, le sensibilità. Di fronte a questi cambiamenti, la Chiesa non deve avere paura, ma porsi in ascolto. Ha lo Spírito che la rende viva, creativa, profètica. Il perícolo è quando, spaventata, la Chiesa si rifúgia in vècchie risposte a domande nuove. Quando lo fa, le persone non ascòltano».

Tra le vècchie risposte della Chiesa a domande nuove degli uòmini del 2025, ci sta senz’altro la famíglia come l’ha voluta Dio. Lo capiamo, anche se qui non lo dice espressamente, da due cose. Primo: dalla conoscenza delle sue catechesi e dei suoi libri, dove si parla dell’omosessualità come di un tipo di amore che deve fiorire (cioè: che va praticata). Secondo: dalla constatazione che nell’artícolo dell’Agasso egli stesso dà su ciò che càmbia: «l’umanità càmbia: si modíficano i modelli relazionali». Purtroppo dobbiamo contraddire il Maggî su questo punto: l’umanità non càmbia nella sua decadenza e non càmbia nemmeno nel suo rinnovamento. Può toccare punte di aberrazione nella decadenza e vette di santità nel rinnovamento, ma mai càmbia a tal punto da esígere che la Chiesa, «in ascolto», cerchi altri principî, e altri valori: «Gesú Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!» (Eb 13, v.8); e i figlî di Adamo pure: «Chi può dire: “Ho la coscienza pulita, sono puro dal mio peccato?”» (Pr 20, v.9). 

Per ogni Papa questo è chiaro, mentre per frà Alberto Maggî questo non è vero: Cristo ha espiato tutti i nostri peccati sulla Croce, e l’único peccato della Chiesa è rimasto l’èssere “Istituzione religiosa” che ama la legge e non le persone. 

Ovviamente questa Chiesa è solo nella testa e nelle parole del servita, ma la sua predicazione fa sempre crédere questo: Gesú non chiede ubbidienza, non ci vuole santi, non si offende di nulla; e «il Padre non pota…líbera». Quest’últime parole, dette davanti ad una associazione di omosessuali, ci índicano bene il grado di tradimento della Sacra Scrittura in nome dell’accoglienza.

(Per lui) ciò che líbera è l’accoglienza in sé e il messàggio evangèlico che Dio ci ama sempre e comunque, perché è Misericordioso, perciò il Padre non poterebbe mai nella vita di quelle persone pròprio l’omosessualità.

Diventa chiaro, in questo quadro, a che cosa conduce l’accoglienza del servita, quella di cui si è vantato su La Stampa: «Ho sempre accolto chi si sente escluso e ferito dalla Chiesa. Tantíssime persone omosessuali e transgender». L’accoglienza del Maggî làscia tutto com’è: sorride, abbràccia, òspita, ma non corregge, non istruisce: non ama queste persone «omosessuali e transgender». Mentre Gesú dice che fa nuove tutte le cose e corregge quelli che ama (Cfr Ap.21, v.5 e Ap.3, v.19), 

Alberto Maggî, nel libro “La verità ci rende líberi. Conversazioni con Pàolo Rodari” (Ediz.Garzanti, Milano 2024), nelle pàgine 140-142 accusa la Chiesa di offrire una «soluzione disumana e spietata» alle persone con questa inclinazione. 

E quale sarebbe la disumanità? Nel vívere il sesto comandamento, nel celibato e nella castità. Capite ora perché affermi che «l’umanità càmbia e si modíficano i modelli relazionali»? Perché oltre alle còppie secondo il modello di Adamo ed Eva, di Maria e di Giuseppe o di Àquila e Priscilla (Non sono due donne, ma un marito e una móglie amici di san Pàolo!), c’è un altro amore che lo Spírito Santo e la Chiesa dovrèbbero riconóscere: quello tra due uòmini o due donne, che, guidati da una tendenza, crédono che esista una “natura” omosessuale che non li rende “contro natura”. 

• Il rispetto, l’amore e l’accoglienza di queste persone e fratelli, però, esige la verità nella carità e la carità di tante testimonianze di vita: persone che hanno capito se stesse, le ferite della loro stòria e l’invídia erotizzata che li ha condotti a “sentirsi” omosessuali. 

Chi prova pulsioni per lo stesso sesso, non sta cercando altro che quell’uomo o quella donna che non è e vorrebbe èssere. 

Un sacerdote e religioso come Alberto Maggî, dunque, farebbe tanto bene a coloro che accóglie, se riflettesse con loro alla luce della ragione che deve controllare gli istinti, della fede che deve illuminare la ragione e della scienza, che deve restare ancorata alla realtà. Se ne è capace, deve recuperare l’obiettività di chi ama la verità piú degli applàusi, e la persona piú della política

•Parliamo a lui (e lo faremo piú diffusamente nel libro “La Verità non è una barzelletta”, pròssimo alla stampa per i tipi di Amicitia Liturgica), per raggiúngere tutti coloro che sògnano un’altra umanità o una Chiesa imbavagliata dal politicamente corretto. 

• A costoro rispondiamo con due pensieri di san Giusemmaria Escrivà: 

«(...) Non si può dimenticare che il nostro Maestro era – è !– «perfectus Homo» – perfetto Uomo» (Solco 421); pertanto: «Di fronte alla pressione e all’impatto di un mondo materializzato, edonista, senza fede…, si può esígere e giustificare la libertà di non pensare come “loro”, di non agire come “loro” (...) ?

Un fíglio di Dio non ha bisogno di rivendicare questa libertà, perché ce l’ha guadagnata Cristo una volta per sempre: però deve difènderla e dimostrarla in ogni ambiente. Soltanto cosí, “loro” capiranno che la nostra libertà non è vincolata alle circostanze» (Solco 423).

Segnaliamo l’inganno di chi, come il servita, vaghéggia altre còppie da riconóscere e altre famíglie da valorizzare, con relativi diritti e accoglienza degli stessi nella Chiesa. 

Dietro questo desidèrio c’è una metafísica della lotta che non è cattòlica, ma solo política assunta a senso della pròpria vita. Quando tuttavia il senso della pròpria vita è diventato un gruppo o una battàglia, come dice Douglas Murray ne: “La pazzia delle folle”: «anziché semplificare la pròpria vita, la si còmplica dedicàndola a una teoria che non risponde ad alcuna domanda, non fa alcuna predizione ed è facilmente falsificàbile» (p.374). 

Infine, omàggio al nostro Santo Padre “fíglio di sant’Agostino”, vogliamo ricordare ad Alberto Maggî che la Legge eterna non si oppone all’Amore di Dio, non lo nega e non lo sottrae ai suoi destinatarî, ma semplicemente si differènzia negli animali, negli uòmini e negli àngeli. 

Dice il Dottore della Chiesa: «L'azione dell'uomo che serve la fede, la quale a sua volta è sottomessa a Dio, tiene a freno tutti i piaceri mortali e li riconduce nella règola della natura, anteponendo i migliori a quelli piú bassi mediante un amore ordinato. Se infatti l'illécito non avesse attrattiva, nessuno peccherebbe. Pecca dunque colui che dà spàzio, piuttosto che porre un freno, al piacere dell'illécito. L'illécito è ciò che è proibito da quella legge mediante cui si conserva l'órdine naturale. È una questione complessa se esista una qualche creatura razionale che non sia attratta dall'illécito: se essa esiste, a quel gènere non appartiene né l'uomo, né la creatura angèlica che non rimase nella verità; questi èsseri razionali, infatti, fúrono creati di tal gènere che esistesse in loro la possibilità di frenare il piacere dell'illécito, non frenando il quale peccàrono. Grande è dunque anche la creatura umana, dal momento che essa è dotata per costituzione di quella facoltà per la quale, se avesse voluto, non sarebbe caduta. 

Grande dunque, e sommamente degno di lode è Dio che la creò. Creò anche èsseri inferiori, che non pòssono peccare; ne creò anche di migliori, che non vògliono peccare. Infatti la natura della bèstia non pecca, poiché non còmpie nulla contro la legge eterna, alla quale è cosí sottomessa che non può parteciparne

Al contràrio, la sublime natura angèlica non pecca, perché è cosí partécipe della legge eterna che soltanto Dio la attrae, alla cui volontà essa obbedisce senza sperimentare alcuna tentazione. 

L'uomo invece, per il cui peccato la vita sulla terra è tutta una tentazione, sottometta a sé stesso ciò che ha in comune con le bèstie, sottometta a Dio ciò che ha in comune con gli àngeli, finché, perfezionata la giustízia e raggiunta l'immortalità, non sia innalzato al di sopra degli uni e uguagliato agli altri» (Contro Fàusto manicheo, 22. 28).

Frà Alberto Maggî e chi la pensa come lui, in realtà, dimèntica che il battésimo ci dona la vita eterna, nel tempo e nell’eternità, ma ce la dà nella Chiesa, con l’impegno di osservare i Dieci Comandamenti non come dei no alla vita, ma come dei sí alla vera vita; e che dunque non c’è nulla di spietato e disumano nell’insegnare a rispettarli. 

In essi è declinato il grande comandamento dell’amore; in essi si misura il matrimònio come amore «totale, fedele, fecondo» dell’uomo per la donna e della donna per l’uomo; nella loro osservanza, si riconosce se siamo davvero amici di Gesú. 

Egli infatti ha detto: «Chi accòglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14, v.21), non chi accòglie tantíssime persone omosessuali e transgender insegnando loro un altro Vangelo.

P. Giuseppe Agnello

Sabato 5 luglio 2025

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